Il telefono squilla di là, in negozio, ma non mi do pena. Nel laboratorio fa caldo, tolgo il camice liso e scopro il petto vizzo e glabro. Il petto di un vecchio.
Sul tavolo da lavoro, la litografia dei due amanti impossibili aspetta il passe-partout per essere incastonata nella cornice nera guilloché.
Scelgo un disco di Juan D’Arienzo, lo sistemo sul piatto: il braccio scatta, si mette in posizione e scende piano. La testina solca il vinile e assaporo i fruscii prima che attacchi il primo tango, La puñalada.
Eseguo una baldosa, mi avvicino alla Canon, ancorata sul treppiede al centro della sala, e premo rec.
Dal pannello degli attrezzi prendo lo Stanley, raggiungo la tela, già fissata al cavalletto, e lascio che lo stridore dei violini mi guidi: premo la lama sulla tela colorata di rosso, vinco la resistenza delle fibre e incido. Produco un taglio di circa dieci centimetri. Vorrei continuare ma sono costretto a fermarmi: il tremore alla mano è troppo forte.
Appoggio lo Stanley e spengo la registrazione. Mi allontano di qualche passo e ammiro lo squarcio. Aspetto che le mani si calmino, poi infilo le dita nel taglio, ripiego i lembi verso l’esterno per far emergere il fondo, dipinto di scuro. La tela sembra chiedermi un secondo taglio, ma il campanello suona con garbo. Lo sento appena, un trillo in mezzo alle fisarmoniche. Alzo gli occhi: una donna elegante dai capelli argentati mi guarda dallo schermo del citofono. È la Scotti – la prima cliente della giornata –, schiaccio il bottone e le apro.
«Arrivo!» grido. Stacco la tela dal cavalletto e la appoggio sul piano, sistemo la litografia una decina di centimetri sopra il taglio: l’impatto è forte, come pensavo. Rimetto il camice e mi aggiusto alla meglio i capelli. Scavalco listelli di legno, cornici colorate che racchiudono poster dozzinali – la passione dei miei clienti –, telai e pile di quotidiani, scosto la pesante tenda nera e raggiungo la cliente in negozio.
«Buongiorno, architetto.»
«Fa caldo, qui dentro» sfila la sciarpa rossa con un gesto secco. La cumparsita si prende la mia attenzione. Immagino la Scotti giovane in una milonga – e io, altrettanto giovane, che abbraccio il suo corpo snello, fasciato di raso nero, e la porto. Lei in bilico sui tacchi fa scattare le gambe come sciabole che tagliano i tempi, si cimenta in febbrili ocho e i ricci sfuggono dal laccio, le ricadono sul viso, tra le labbra, rosse e tristi.
«La cornice è pronta?» domanda.
«È quasi finita.»
«Posso vederla?»
Annuisco. Le mani hanno ripreso a tremare, le nascondo in tasca. Torno in laboratorio, inserisco a fatica la tela e la litografia nella cornice e la richiudo. Come un bambino emozionato ritorno in negozio.
«Eccola!», appoggio la mia opera sul bancone.
La Scotti ha la fronte corrugata. Cerco il suo sguardo ma lei lo tiene sulla tela.
«Che cos’è?»
La mia faccia diventa calda, dal mento fino alle orecchie. «Il taglio? È una citazione.»
«Le avevo chiesto una cornice, una semplice cornice.»
«Erminia e Tancredi meritano di più.»
Si irrigidisce come una ballerina che si abbandona sul corpo del compagno. Indico la lacerazione.
«Lo sfondo nero, al di sotto del taglio, richiama l’infinito.»
Squilla il telefono, ma lo ignoro. Lei fissa l’apparecchio con la bocca arricciata. Intanto parte El choclo, irresistibile: nessuno modula le pause come fa D’Arienzo.
«Questo pezzo è struggente. Le piace ballare, architetto?»
Ha uno strano sguardo. Allungo un braccio ma lei indietreggia, urta il bancone, ruota il busto. Ora potrebbe fare un boleo e lasciarmi a bocca aperta, ma non succede.
«Lucio Fontana è nato in Argentina: c’è uno stretto legame tra i suoi tagli e i movimenti netti del tango.»
Incrocia le braccia.
«Mi faccia un passe-partout in tela bianca, senza tagli per piacere.»
«D’accordo.» Sorrido, scuoto la testa a occhi bassi – dalla Scotti non me l’aspettavo. Si avvia verso la porta. Il mio orecchio è attratto dal dialogo serrato tra pianoforte e fisarmoniche.
«Oltre il taglio, oltre la materia c’è il cosmo, la dimensione spirituale» sollevo il quadro con una presa incerta.
«Mi dia retta, lasci in pace Fontana» dice bonaria fissando le mie mani tremanti. Fa guizzare la sciarpa intorno al collo e apre la porta. «Prenda tutto il tempo che le serve.»

Con Champagne tango il disco finisce, il braccio torna al suo posto ma la delusione resta nell’aria.
Aspetto che il tremore cessi, sostituisco D’Arienzo con Canaro, giro la chiave nella toppa e spengo le luci del negozio.
Poema emoziona sempre. Faccio un pivot e torno in laboratorio. Il caldo è aumentato ancora, tolgo il camice, mi spoglio. Spingo il cavalletto contro il muro, stendo fogli di giornale sul pavimento, aggiusto l’inquadratura della Canon e premo rec. La lucina rossa mi fissa, impaziente: anche lei sa che stiamo facendo la storia.

Apro il barattolo di vernice bianca e mi lascio stordire dall’odore. Scelgo il pennello più grande, in setole di cinghiale, e lo passo sul dorso della mano per verificarne la durezza. Lo immergo nel colore e aspetto che si impregni, poi premo sul bordo del barattolo e lascio colare il bianco in eccesso. Inizio dal basso, dai piedi: faccio scivolare il pennello sulle dita, tra le dita. Risalgo lungo i polpacci, intingo nuovamente il pennello: il colore deve essere omogeneo e tutta la superficie coperta. Proseguo sulle cosce, continuo a stendere il colore verso l’alto. Passo il pennello da una mano all’altra e stendo il colore più volte, per non avere imperfezioni. Stringo l’impugnatura di legno come un’elsa e salgo sul collo e sul viso, infine sulle piante e sui palmi. Chiudo gli occhi e tingo le palpebre: il lavoro è concluso, il bianco è uniforme. La pelle solletica, senza muovermi aspetto che la vernice asciughi. Per l’ultima fase voglio Gardel. Strofino le dita sulle pagine di giornale per non imbrattare il disco e lo poso sul piatto.
Volver. Mi metto in ginocchio, raccolgo tutta l’eternità che c’è dentro le note e impugno lo Stanley. Premo con decisione, sento la lama andare in profondità e, con un gesto netto, traccio una linea. Il rumore della lacerazione mi entra dentro. Barcollo, tutto è offuscato. La mano trema ma devo tracciare un’altra linea, un altro varco. Respiro, di nuovo premo e incido. Lo Stanley mi cade, schizzi scuri imbrattano le pagine dei quotidiani. Guardo in camera. Dai tagli sgorga il sangue, cola sul ventre, tra le cosce e sul sesso. Sento freddo. Mi rannicchio a terra, tutto vira verso il nero.
Sombras, nada más copre il telefono.

Chiara Checchini


Chiara Checchini nasce nel 1980 a Milano, dove attualmente vive dopo qualche divagazione. Detesta le bio, i cliché e i cibi pronti tanto quanto adora le matinée al cinema, le pagine bianche e le passeggiate sotto la pioggia. Alcuni suoi racconti sono apparsi su riviste online (Risme, Malgrado le mosche, Scomoda, Gelo, La nuova carne, Distruttori di terre, Terra Nullius, Nabustorie, Calvario).

Una risposta a “Il corniciaio”

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