I soldi erano sparsi per tutta la stanza. Ammassati in verdi cumuli informi, ricoprivano gran parte del pavimento, e dalla montagna più alta accanto alla finestra scivolavano a terra, raggruppandosi come una foresta. Cindy aveva dovuto buttare diverse cose per trovare posto a tutte quelle banconote, compresa la lampada Disney di Minny che le era stata regalata il giorno del suo quinto compleanno da zia Abigail, quattordici anni prima, e ormai anche il comodino era stato sostituito da un cubo compatto di volti stralunati di Benjamin Franklin che la guardavano timidamente prima di addormentarsi. L’ultimo pagamento giaceva sopra il tavolo della cucina, in una busta di plastica che sembrava piena di cavolfiori e insalata, accanto ai resti della colazione che Arthur era venuto a prepararle. Cindy osservò per un attimo le pieghe confuse del suo corpo, e le confrontò con l’aria affranta di ciò che la circondava. Sentì che tutto il suo essere aveva sperato in quel momento sin dal primo giorno, nella caffetteria di Malborough Street, quando aveva ricevuto i soldi di Gerry e farsi toccare non le era sembrato mai così piacevole. Sono pronta, Arthur, disse. Piangeva.

Fino a pochi mesi prima, quando ancora studiava giurisprudenza all’Università del Texas e la sera faceva la cameriera al Bikini’s Doll per tre dollari l’ora, Cindy aveva due tette fantastiche. Erano grandi, leggermente appuntite in cima e tonde alla base, divaricate il giusto perché tutti capissero a prima vista che erano naturali e toccarle sarebbe stata un’esperienza indimenticabile. A scuola le avevano addirittura dedicato uno striscione, definendole “il più grande sogno erotico dello Stato”. Prima di trasferirsi ad Austin, era capitato spesso che i ragazzi le chiedessero di uscire, e lei sapeva esattamente che ciò che volevano era solo e unicamente toccarle le tette. Le fissavano tutto il tempo come fossero due reliquie, affascinanti generosità della natura, e quante volte dopo aver bevuto un frappè alla tavola calda, quando ancora viveva con i genitori a Liverdale, oppure guardandola negli occhi sulle panchine arrugginite di Wide Park, o seduti sulle poltrone del cinema, gliele avevano afferrate brutalmente, stringendole senza riguardo, come i bambini fanno con quei pupazzi di gomma a cui escono gli occhi dalle orbite.

Che cazzo di tette che hai, si era sentita dire nella macchina parcheggiata a bordo strada. Lo so, vuoi toccarle? Per quanto le sue mani ruvide e piene di macchie la ripugnassero un po’, Cindy non poté fare a meno di essere contenta che la mano del professor Gordon scivolasse sotto la sua maglietta attillata dopo una festa universitaria, appena arrivata ad Austin, salendo in fretta per strizzarle verso l’alto la tetta sinistra. Sentiva che il suo pene era subito andato in tiro. Le sarebbe bastato sfiorarlo per farlo venire, ma si scostò e scese dal sedile della Tesla allontanandosi. Malgrado Cindy desiderasse farsi toccare, subentrava sempre uno strano senso di repulsione che la infastidiva. Per questo motivo, forse, a diciannove anni Cindy era ancora vergine.

Poco tempo dopo iniziò a lavorare in questo locale dove le cameriere servivano in topless per attirare clienti. Nonostante i  soldi che i suoi genitori le mandavano da Liverdale, Cindy voleva la soddisfazione di guadagnarseli, e anche se la paga era misera, le persone lasciavano mance in proporzione alla grandezza delle tette. E poi, l’effetto che producevano sul mondo esterno la rendeva felice. Senza quelle tette tutto sarebbe stato diverso.

Un giorno Gerry, il cuoco nonché proprietario del Bikini’s Doll, le disse: Fammele toccare, Cindy, e lei fece finta di non sentirlo. Dopo qualche ora, quando stavano chiudendo il locale, Gerry gettò il grembiule sulla sedia e si sedette sullo sgabello di fronte al bancone. Lei stava asciugando i bicchieri. Ti do cinquanta dollari se me le fai toccare. E Cindy sentì subito che qualcosa cambiò: non aveva mai pensato di poter guadagnare con il suo corpo, soprattutto da qualcuno che, con un po’ di pazienza, avrebbe potuto avere la stessa cosa gratis. Eppure quel pagamento le sembrò perfetto. Allora, che vuoi fare?, le ripeté Gerry. Va bene, gli rispose Cindy. Andiamo nella cella frigorifera però, disse Gerry, almeno ti si drizzano i capezzoli.

Qualche giorno dopo, uscendo dalla mensa, Cindy ripensò a quanto facilmente avesse guadagnato quei cinquanta dollari, e a quanta fatica avrebbe invece fatto quella sera spazzando per terra, pulendo i tavoli e servendo birra. A quanto pare, le sue tette potevano fare molto di più che starsene lì appese, e Cindy decise di provare ad aprire un canale online su cui mettere le foto delle sue tette perfette. Se un buon numero di persone fosse stato disposto a comprarle, avrebbe potuto mettere dei soldi da parte e lasciare il lavoro al Bikini’s Doll. Mancavano solo venti giorni alla fine del semestre.

Il primo pagamento arrivò dopo qualche ora da un certo Big_Stick09. Cindy si era impegnata per tutto il pomeriggio a fare foto, cercando di inquadrarle in modo da rendere giustizia alla loro forma e dimensione. Le aveva cosparse con la panna, aveva fatto un video dove se le riempiva di olio di semi, non prima di essersi fatta una doccia fredda per indurire i capezzoli, visto che a Gerry quella cosa sembrava essere piaciuta molto. Cindy aveva caricato le foto riuscite meglio prima di cena, verso le dieci, e mentre stava guardando una giovanissima Julia Roberts conquistare per la centesima volta un avvenente e maturo Richard Gere, il telefono aveva improvvisamente preso a vibrare. Una volta, poi ancora e ancora, nel corso la serata, persino durante la sua scena preferita, quando Vivian trova Edward che sta suonando il pianoforte e ci scopano sopra. Le notifiche diventarono un piccolo elenco di pagamenti. Big_Stick09 le aveva pagato in tutto cento dollari, più venti di donazione. Cindy fece un gridolino nervoso. La invase un grande senso di soddisfazione, e si sentì amata come non le era mai capitato in vita sua. Si masturbò un paio di volte immaginando il volto di Big_Stick09 mentre comprava foto delle sue tette, e poi andò a letto senza riuscire ad addormentarsi per un bel po’.

Nel periodo che seguì, Cindy continuò a frequentare la facoltà di giurisprudenza, ma nel giro di un mese poteva già permettersi di lasciare il lavoro da cameriera. Quando capì che quelle persone non erano interessate solo alle tette, ma a tutto il suo corpo, in poco tempo riuscì a mettere da parte un po’ di soldi, ed era stupita del fatto che la cosa la rendesse così felice. Non doveva nemmeno farsi toccare: alcuni le chiedevano di mettersi in pose particolari, o di leccare dei würstel dopo esserseli infilati nella fica, e poteva fare il prezzo che voleva perché l’avrebbero pagato. Dopo due mesi, le richieste erano talmente tante che Cindy decise di assolvere solo quelle che le piacevano particolarmente. Una volta si fece vivo anche un suo ex-compagno delle medie, Marvin Preston, chiedendole se si ricordasse di lui. Le disse che avrebbe speso mille dollari se gli avesse mandato un po’ della sua piscia, e Cindy accettò. Riempì un barattolo quasi fino all’orlo, poi lo spedì all’indirizzo che Marvin le aveva dato. La cosa che più odiava erano i clienti che volevano a tutti i costi incontrarla per scopare, o parlare con lei. Le cifre erano alte, ma a Cindy questo non interessava. In poco tempo era riuscita a guadagnare molto di più di quello che avrebbe potuto sperare come avvocato, e senza fare sesso o pompini a nessuno.  

Dopo quattro mesi dall’apertura del canale, mentre si stava facendo una foto alla vagina allestita con vari ingredienti come se sembrasse un hamburger, Cindy ricevette una richiesta in anonimo che le chiedeva un pezzo di pelle morta in cambio di una bella somma di denaro. La richiesta le sembrò strana. Cosa c’era di eccitante in un piccolo pezzo della sua pelle? Cinquemila dollari, rispose. Quando vide la notifica del pagamento, Cindy ebbe un colpo al cuore. Cinquemila dollari per un pezzo di pelle era davvero la più grande dimostrazione d’amore che le avessero mai fatto. Dopo aver preso una forbicina, ne tagliò un abbondante pezzetto dal tallone, lo inserì in un batuffolo di ovatta e mise tutto in una busta plastificata. Quando chiese all’utente dove dovesse spedirlo, rispose che un uomo sarebbe passato a ritirare il pacchetto in giornata. Cindy non voleva far sapere dove abitava, ma non voleva nemmeno che l’acquirente si infastidisse mandando tutto all’aria. Dunque accettò.

Qualche giorno dopo, lo stesso utente le inviò un’altra richiesta. Un pezzo di pelle, un po’ più consistente, in modo che vi resti attaccata anche un po’ di carne. – le scrisse – Se gentilmente vorrà accettare la mia proposta, il mio assistente le porterà 10.000 dollari in contanti al momento della consegna, Cordialmente. Cindy pensò che diecimila dollari valevano il dolore che si sarebbe inferta. Con la stessa forbice per manicure nel cassetto del bagno, dopo alcuni minuti di incertezza, si recise un piccolo lembo di carne con un taglio netto. Una calda linea di sangue prese a fluire dalla ferita sul braccio, gocciolando sul pavimento. Il dolore fu profondo e pulsante, come un urlo prolungato, ma quando l’assistente (anziano, aveva in tutto e per tutto l’aria di un cameriere) le portò una scatola con dentro diecimila dollari in banconote da dieci, Cindy si sentì subito meglio. Ne spese la gran parte per un paio di vestiti nuovi, una borsa di Givenchy che desiderava da un po’ e una cena solitaria al ristorante Bernadette House, al ventesimo piano di un palazzo di lusso, in centro ad Austin. Alla cassa, i camerieri rimasero stupiti da tutte quelle banconote di piccolo taglio. Poi comprò il biglietto del treno per Liverdale, e prima di partire nascose il resto sotto il letto.

L’utente non si fece vivo per un po’. Nel frattempo Cindy si sforzava in tutti i modi di non pensarci. Il canale cresceva bene, ma le richieste erano sempre le stesse e malgrado le donazioni aumentassero, Cindy continuava a chiedersi per quale motivo non le avesse più fatto richieste. Se avesse voluto altri pezzi di pelle, sarebbe stata ben felice di accontentarlo. Il ricordo dell’istante in cui si era tagliata via dal corpo un pezzetto di carne le diffondeva una sensazione di piacere intenso, al punto che quando si masturbava sotto la doccia, prima di andare a lezione, aveva preso a pensare spesso a quel dolore e alla strana estasi che l’aveva avvolta dopo. Le sembrava di aver compiuto un gesto d’amore, e nel ricevere quei soldi aveva sentito quanto fosse stato apprezzato. E malgrado Cindy, dentro di sé, non desiderasse altro che una sua nuova richiesta da soddisfare, continuava ad assolvere svogliata i desideri degli altri, ma era come se non sapessero fare altro che consumarla nelle solite maniere banali e di poco conto. Ciò che appagava loro era ricevere contenuti personalizzati sul suo corpo, mentre quello che eccitava lei, oltre alla quantità di soldi che riceveva, erano modi unici per venderlo. A chi chiedeva foto dei piedi o della vagina, Cindy non rispondeva nemmeno più.

Dopo qualche mese, una volta tornata ad Austin, Cindy stava imprimendo le sue tette perfette in una vaschetta di gelato quando il telefono vibrò, e subito fu travolta da un’ambigua sensazione di stordimento, come se una parte di lei già sapesse. Un dito del piede, non importa quale. 50.000 dollari. Mi faccia sapere. Cindy rimase scioccata per un po’. Sollevò le tette dalla vaschetta di gelato, e rispose: 150.000 dollari, o non se ne fa nulla, e la risposta arrivò in fretta, anche se non tanto come Cindy avrebbe desiderato: Certamente. Riceverà i soldi, dopo la consegna, al solito modo. Cordialmente.

Cindy si precipitò in cucina. Estratto il coltello dal cassetto, esitò per un po’ prima di dirigersi verso il bagno, oppressa dal timore di non averne il coraggio. Dopo un profondo respiro, il coltello perpendicolare al mignolo del piede destro (il sinistro le sembrava che avesse il difetto di essere un po’ schiacciato sui lati) lasciò che la lama si abbattesse sul dito recidendolo di netto. Il cervello le vibrò dal dolore. Il sangue con un fiotto deciso aveva sporcato la vasca da bagno e le piastrelle attorno al rubinetto. Prima di avvolgere il dito nell’ovatta e inserirlo nella busta di plastica, Cindy guardò quel pezzo ormai autonomo dal suo corpo che già pareva iniziare a ingrigire, e le sembrò perfetto come non lo aveva mai visto quando faceva ancora parte di lei, e pensò che tagliarselo fosse stata la decisione migliore che avesse preso in vita sua. Anche il piede le sembrava più armonioso, più elegante senza quell’appendice leggermente storta. L’assistente si presentò come al solito, suonando il campanello e attendendola sulla porta. La ringrazia con affetto disse porgendole tre borse piene di banconote. È stato un piacere, gli dica così, rispose Cindy. Quel gesto l’aveva fatta sentire giusta, e al posto che toglierle qualcosa, l’aveva fatta sentire stranamente più completa. Il suo corpo aveva ora un senso più profondo, rendendo apprezzabile persino quel mignolo che invece nessuno le aveva mai chiesto di toccare.

Le richieste non si fecero più attendere a lungo. E Cindy, come in uno stato di estasi perpetuo, iniziò ad accettare soltanto quelle dell’utente anonimo, senza badare molto alla cifra che le veniva proposta. Rilanciava solo di tanto in tanto, per vedere fino a che punto si sarebbe spinto. E l’utente accettava sempre.  Poche settimane dopo le chiese l’intero piede destro, offrendole il servizio di un chirurgo che potesse amputarlo con l’anestesia. Il chirurgo era un individuo slanciato, dall’aria sorridente. Dopo aver allestito con Arthur una grezza sala operatoria in cucina, si rivolse a lei con uno sguardo pieno di dolcezza picchiettando la mano sul tavolo: Prego bambina, sdraiati qui.

Dopo meno di un mese, Cindy aveva venduto le dita della mano destra, poi la mano intera, poi l’avambraccio. Intanto le pile di denaro sparse per la casa crescevano. Ma a Cindy non interessava più molto del denaro. Quando vide la cifra di un milione di dollari, con Arthur e il chirurgo che facevano avanti e indietro con le banconote dal furgone parcheggiato fuori casa sua, i soldi già non la emozionavano più. Desiderava soltanto che arrivasse il momento dell’operazione e quello del risveglio, quando avrebbe potuto ammirare la perfezione che il suo corpo andava assumendo, un taglio dopo l’altro. Il giorno che Cindy vendette anche l’ultimo dei suoi arti disponibili e vide quel che restava della gamba sinistra avvolto in una busta di plastica sporca di una sostanza acquosa e sanguinolenta si sentì bellissima. Cindy non poteva più muoversi o afferrare nulla, era soltanto un tronco accudito da Arthur, che ora andava da lei quattro volte al giorno per lavarla, darle da mangiare e aiutarla a svolgere tutte le poche cose che ancora poteva fare, come guardare Pretty Woman, noleggiandolo in tv. Quando il cliente le chiese di venderle gli occhi, Cindy acconsentì soltanto per uno, altrimenti non avrebbe più potuto vedere la storia d’amore tra Edward e Vivian, ma soprattutto non avrebbe più potuto ammirare la compattezza geometrica che il suo corpo andava assumendo, una forma sconosciuta e perfetta fatta di rigonfiamenti e opalescenti levigature.

Il pomeriggio in cui il chirurgo amputò le sue tette perfette per cinque milioni di dollari, Cindy si guardò attorno, e sentendosi indifferente a tutti quei soldi, capì che era ciò che aveva sempre desiderato senza saperlo. Finalmente libera dalla prigione del denaro e del corpo, e non soltanto perché non poteva più farsene granché, Cindy capì che fino ad allora era come se non si fosse mai davvero appartenuta, mentre adesso percepiva in ogni piaga che si andava rimarginando lo sforzo della sua trasfigurazione.

Quale cifra avrebbe mai potuto giustificare un simile gesto? Non erano certo stati i soldi, non erano mai stati la reale motivazione dietro la sua scelta; quello che cercava era la sacralità del suo corpo. Aveva dovuto sopportare molto dolore durante quei mesi, ma ancora di più l’aveva sopportato prima, negli anni precedenti, quando le sue tette erano solo qualcosa di vuoto e insensato che le pendeva dal petto a meno che qualcuno non le toccasse.

Da tempo Cindy non vedeva più nessuno, e Arthur la aiutava a rispondere ogni tanto alle chiamate dei suoi genitori per non farli stare in pensiero. Le preparava la colazione e i pasti, la portava in bagno a urinare, la masturbava quando glielo chiedeva (prima che vendesse il clitoride e poi la vagina), e sapeva di poter contare su di lui per ogni cosa. Con lei era stato gentile. Anche quando ormai non poteva più muoversi o difendersi non aveva mai provato a toccarla, nemmeno una volta. E non parlavano mai di quello che stava succedendo. Entrambi sapevano, e questo bastava. Solamente quando venne a portare di persona l’ultima richiesta del cliente, Arthur sembrò provare un fremito di sincera compassione per lei. Non preoccuparti Arthur, sono felice, disse Cindy. È così che deve andare.

Il chirurgo arrivò puntuale come sempre, anche se non veniva da parecchio perché l’ultimo intervento aveva lasciato Cindy spossata e le cicatrici sul volto avevano impiegato tanto tempo per rimarginarsi. Le rimaneva solamente un occhio e la bocca, mentre il resto della testa era mutilato in quasi tutte le sue parti. Arthur prese con delicatezza il busto di Cindy, e a lei sembrò che la stringesse a sé per qualche secondo, prima di lasciarla andare sul tavolo della cucina. Da quella prospettiva Cindy osservò il neon che la illuminava, e poi tutte le banconote sparse intorno in torri alte fino al soffitto: le sembravano delle mura imponenti dietro le quali le persone si nascondono per tutta la vita. «Quando sei pronta, procediamo, bambina mia» le disse il chirurgo. Cindy era rilassata, il suo corpo fremette leggero come se fosse fatto di aria. Pensò a quanta carne inutile aveva dovuto vendere perché quel che restasse fosse finalmente magnifico. Mettimi lo specchio davanti, Arthur, voglio vedermi ancora una volta – disse. In quella rotondità leggermente tumefatta si proiettavano tutti gli orrori e il fascino di qualcosa di sacro, e Cindy pensò che il suo cuore fosse davvero l’ultima cosa da cui liberarsi prima di raggiungere la santa architettura di un tempio. Su, bambina, presto sarà tutto finito. L’occhio si riempì velocemente di un velo acquoso. Cindy aveva iniziato a piangere, ma era felice. Era pronta per la perfezione.

Lorenzo Tomasoni


Lorenzo Tomasoni (Clusone, 1999), si è laureato in Informazione, Comunicazione, Editoria presso l’Università di Bergamo con una tesi dal titolo: “Le melodie impossibili. Per una sociologia della poesia”. Ha scritto per riviste come Nazione Indiana, Poetarum Silva, Limina Rivista. Da anni collabora con l’Associazione Culturale Olive a pArte.

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