A cura di Maria Rosaria De Santis
Alla stazione centrale di Poitiers ho comprato l’ultimo libro di poesie di Michel Houellebecq. È il 16 marzo. Combat toujours perdant è uscito dodici giorni fa, per le edizioni Flammarion. Poggio la copertina bianca, semplicissima, sul bancone del Monoprix, dico grazie, pago con carta, nei limiti del mio francese, intanto penso al titolo della raccolta, un titolo da sconfitti e disperati. È il giorno del mio ritorno a casa, infilo Combat toujours perdant nello zaino già strapieno e rispondo a mia madre, che vuole sapere a che ora ho l’aereo.
Nel viaggio in treno da Poitiers a Parigi apro il libro e la prima parola della prima poesia è: Occidentaux. Chi sono gli occidentali la cui fine, Houellebecq chiarisce già dall’inizio, è imminente (Occidentaux qui voulez vivre / Vous etes en fin de partie)?
Nel sedile dietro al mio una donna parla al telefono, a voce altissima, il mio vicino legge quello che sembra essere un bando per ottenere un finanziamento (in cima al foglio c’è il logo di un ministero) ed evidenzia i passaggi che gli interessano con un pennarello giallo. Nel vagone c’è odore di panino al prosciutto.
Che gli occidentali in questione siano gli europei, i soli francesi, o che si tratti di una classificazione culturale (ciò tralasciando la mia personale opinione sull’inesattezza storica di una definizione simile, che suggerisce la superiorità presunta degli occidentali sugli altri esseri umani), mi stupisce la determinazione di Houellebecq nell’usare la poesia per confrontarsi con la fine, o meglio, le fini. L’intera raccolta descrive la fine di un paese alla deriva, ma anche del corpo umano (in particolare, del corpo dell’autore). Le diverse immagini di decomposizione chiariscono che la fine individuale coincide con quella collettiva (Pour moi, pour nous c’est fini). L’immedesimazione è tutt’altro che panteistica: non è il singolo che scivola nel collettivo, perdendo le proprie sfumature individualistiche e fondendosi insieme al tutto e agli altri, ma è il mondo esterno che si piega al pensiero individuale e finisce per rispecchiarlo sempre, perché l’osservazione di ciò che è al di fuori avviene tenendo conto di una sola prospettiva – quella dell’autore – e in tal modo non va mai incontro a smentita. Ma c’è dell’altro, oltre al solipsismo che Amleto canzonava dicendo: “Potrei venir chiuso in un guscio di noce e considerarmi re dello spazio infinito, se non fosse che faccio brutti sogni”. I brutti sogni di Houellebecq sono lo sprofondare nella sua mente, l’inizio della vecchiaia, l’inevitabilità della solitudine: et doucement tout s’amenuise / dans la répétition des jours, / Lorsque le corps lutte et s’épuise. E non c’è alcun compiacimento in questa constatazione.
Quando arrivo a Parigi, l’aria è molto fredda, piove, e io sono senza ombrello. L’Uber mi lascia davanti a rue de la Bûcherie, a pochi passi da Shakespeare&Company, una delle librerie più famose al mondo. Vorrei entrare ma c’è troppa fila e allora attraverso un parchetto e passeggio da sola finché non appare di nuovo Notre-Dame de Paris. Sulla facciata laterale ci sono delle impalcature, ultime tracce dell’incendio del 2019.
Il tema della morte non è certo una novità in Houellebecq: nel suo penultimo romanzo, Serotonina, il protagonista si spegne lentamente utilizzando farmaci che annientano il desiderio e la narrazione alterna la tristezza del presente al ricordo dei suoi amori finiti, i pochi momenti in cui è stato felice. C’è un punto, in particolare, cui ripenso ancora a distanza di mesi, dove Houellebecq scrive: “Io ero entrato in una notte senza fine, eppure persisteva, nella parte più profonda di me persisteva qualcosa, molto meno di una speranza, diciamo un’incertezza”.
Aspettando che arrivino le 15:30, l’ora indicata sul mio biglietto per l’ingresso a Notre-Dame, mi siedo in un bar e cerco tracce di speranza in Combat toujours perdant, come le ho trovate leggendo Serotonina e persino alcune scene de Le particelle elementari e Estensione del dominio della lotta, in cui il desiderio e soprattutto il ricordo del desiderio sono coltelli che scavano nel passato, ma anche testimonianze di una vita possibile in cui l’infelicità è momentaneamente sospesa. Mi sembra di trovarla quando mi imbatto in questo verso: “Nous avons entrevu ce qu’on nomme l’amour, / l’humidité intime”. Ma poi mi accorgo di sbagliare, perché in quell’umidità Houellebecq non vede nulla se non la distruzione ultima e, a differenza di quanto accade in Serotonina, non lascia al lettore neppure la consolazione d’imbattersi, ogni tanto, in scene d’amore.
La scelta di ritornare alla poesia non è, allora, casuale: la poesia non consente alcuna forma di sceneggiatura. A differenza della prosa, l’autore non può sfruttare le sfumature che risultano dalla successione di scene diverse e il cui andamento alternato crea nel lettore suggestioni indipendenti dalle parole. Il poeta deve confrontarsi solo con la parola scagliata nel vuoto e nell’opera di costruzione del verso è implicita l’esclusione del superfluo. Condannare l’eccedenza (di un testo o di un sistema economico) richiede l’abitudine alla lucidità e alla riflessione o, in altre parole, alla solitudine.
C’è spazio per la costruzione di una poesia, di una letteratura, al di fuori della solitudine? Houellebecq è tornato a questo genere letterario dopo molti anni: il suo esordio in letteratura, quasi totalmente ignorato, è avvenuto con la raccolta poetica La Poursuite du bonheur nel 1992. Da allora, i romanzi, le controversie, la critica feroce al capitalismo e alla monetizzazione del desiderio che ne costituisce il prodotto naturale. Moltissime parole e moltissima vita. Questo libro, allora, può considerarsi la conclusione di un ragionamento iniziato più di trent’anni fa?
Manca ancora tempo alle 15.30, passo di nuovo davanti alla Shakespeare&Company e la fila sembra essere sempre più lunga, allora mi metto a cercare qualcos’altro. Cammino lungo Quai Saint- Michel, mi siedo ad un bar, continuo a leggere.
A metà della raccolta riconosco finalmente la déchirante douceur, la dolcezza straziante che per tutta la raccolta è indistinguibile dall’amara e lucida consapevolezza di essere ancora vivo. Il contrasto mi è familiare: è ciò che rende Houellebecq insopportabile e fastidioso, ma anche ciò che amo dei suoi libri. Questo contrasto racconta che il desiderio esiste, o che è esistito, e che non si può colonizzare l’incontrollabile.
Chiamo un Uber e vado in aeroporto. L’aereo decolla. Non amo volare di notte. Mi sporgo in basso, sotto di me scorre una città illuminata, poi il mare, poi un muro compatto di buio. Prima che si spengano le luci sopra il sedile, faccio in tempo a leggere l’ultimo verso del libro: Et c’est ainsi que je me sépare du monde.
Maria Rosaria de Santis
In copertina Self-Seer II (Morte e Uomo) di Egon Schiele (1911)



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