A cura di Annachiara Mezzanini

C’era una volta, tanto tempo fa, un’idea, uno scorcio, una prospettiva, un profilo. C’era una messa-in-scena e l’occhio attento del pittore che dirigeva le manovre e le pose; i drappi dovevano cadere in quell’esatto istante, la luce doveva tagliare di netto le figure, immobili, tra le dita. C’era una volta la composizione artistica, che anticipava la bozza, lo schizzo, la rappresentazione finale su tela. Ma c’è anche oggi, anche dietro l’obiettivo fotografico. Un click e tutto si esaurisce e rimane, per sempre, intrappolato nella memoria del dispositivo, sulla carta stampata dentro a un album. Il diaframma si rilassa e l’impressione catturata si sedimenta. Una costruzione che si riduce a singola scena, una sola immagine che agita al suo interno spasmi e dialoghi e movenze trattenute: questa è la fotografia teatrale contemporanea o, per meglio dire, il tableau vivant.

Azadeh Akhalaghi è una fotografa iraniana, nata all’alba della rivoluzione. I suoi scatti parlano di vite spezzate, le riportano alla luce, plasmando scenari passati che, per mancanza di tecnologie e attrezzature, non sono stati documentati sul momento. Gli occhi di Akhalaghi si stropicciano nell’oscurità della Storia: taciuta, omessa, tramandata di generazione in generazione con e per uno scopo. La sua pupilla si fa largo tra la folla, catturando l’esatto istante in cui la mano ha scoperto il volto del defunto o ha estratto la pistola dall’interno della giacca o si è levata verso il cielo, chiedendo misericordia. Le sue fotografie, i suoi tableau, ripercorrono i secondi salienti di attentati, assassini, lutti, silenzi che hanno squarciato la contemporaneità dell’Iran, dall’epoca dello Scià a quella dell’Ayatollah.

Reinterpretando gli accadimenti storici, cruciali per la realtà del suo paese, l’artista coglie tutti quegli eventi reali che, senza il suo apporto, sarebbero sicuramente andati perduti, con il passare del tempo. Fornendo ai propri attori, sparsi sulla scena, dei veri e propri copioni da seguire, gli scatti di Akhalaghi interpretano in modo fedele – anche se costruito – alcuni momenti dolorosi: le uccisioni di leader politici e religiosi, attivisti e comuni cittadini iraniani. Attraverso il suo obiettivo, quindi, queste morti vengono riprese, in una certa misura onorate e celebrate come impegni civili.

Attentato alla studentessa Marzieh Ahmadi Oskuie, aprile 1974

Nasce, così, By an Eye-Witness, una raccolta di diciassette immagini strazianti, che tentano di presentare al grande pubblico tutte quelle morti che, altrimenti, sarebbero state riposte nel dimenticatoio dell’umanità. Lungo quasi un lustro, a partire dal 2009, l’artista ha indagato giorno e notte, cercando le tracce nascoste di coloro che, tragicamente, hanno perso la vita in Iran: dal 1906, anno della Riforma Costituzionale, fino alla Rivoluzione Islamica del 1979, raggiungendo gli attacchi della guerra contro l’Iraq del decennio successivo.

Le figure emergono dalla polvere e dall’oscurità. Come ricordi sbiaditi, prendono forma e sostanza a mano a mano che l’immagine prende vigore sulla pellicola, apparendo tutto d’un tratto tra gli acidi nella vaschetta. Le mani sono ovunque: sulle bocche, tra i cappotti pesanti, sugli oggetti di scena, a penzoloni in mezzo ai corpi. Gli sguardi non toccano mai la camera: sono veri, catturati mentre scandagliano la vicenda. Da finissima regista, Azedeh Akhlaghi restituisce al suo spettatore frammenti di passato, pezzettini di vita carpita da interviste, documentazioni archivistiche, pedinamenti tra le parole censurate nelle pagine ingiallite della Storia.

Senza il suo occhio, tutti ci saremmo dimenticati di uomini come Taghi Arani, intellettuale comunista brutalmente seviziato e ucciso nel febbraio 1940. Il suo corpo, esposto nell’obitorio cittadino, venne a malapena riconosciuto dalla madre.

Taghi Arani

Seguendo una composizione quasi barocca, noi fruitori ci immergiamo delicatamente nella scena. Le dodici donne che accerchiano il corpo coperto da un lenzuolo che lascia intravedere un braccio segnato dalle torture. In lontananza, una figura confusa porta via le spoglie di un altro sconosciuto. La luce colpisce una crepa, l’intonaco ocra fagocita le piastrelle bianche calce delle pareti di quello spazio anonimo, ma riconoscibile. Quando il nostro occhio si scosta dall’ultimo viso contratto, puntandosi oltre l’immagine, ecco che il fiato riprende, lasciando che stomaco e polmoni si rigonfino di nuovo di ossigeno. Queste immagini, nella loro potenza e perturbazione, abbracciano il lutto e attanagliano il respiro anche di chi, come noi, ne è un totale forestiero, lontano anima e corpo da lì.  

La verità non può essere mai del tutto catturata, in quanto – noi da questa parte – non saremo mai in grado di sapere esattamente cosa sia accaduto. Ma testimonianze oculari come quelle composte da Akhalaghi mostrano una versione dei fatti sincera: nonostante la posa e la costruzione, una verità plausibile è possibile. Una verità aderente e senza secondi fini è accolta. Perché, in fin dei conti, che cos’è la verità? Quali sono i testimoni più credibili? Che valore diamo alla memoria? Domande esistenziali, forse a tratti giuridiche, che non riportano di certo in vita i soggetti reali, qui rappresentati, ma che servono per mantenerne il ricordo, insinuando tra i pensieri di chi osserva un barlume di consapevolezza.

Annachiara Mezzanini

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La fuga (un po’ di)

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