A cura di Vincenzo Frungillo

*Qualche anno fa, nell’ambito di un confronto tra poeti contemporanei, mi è stato chiesto di esprimermi sul significato della parola “male” in poesia. Il risultato è questo breve testo, rimasto poi inedito.

Il sociologo Christopher Lasch ha illustrato in un suo famoso saggio come il narcisismo sia la manifestazione di una cultura neoliberista al suo culmine; Woody Allen, da parte sua, ci ha ricordato con un famoso aforisma che il desiderio di autopromozione non è altro che il lontano residuo di una verità rivelata: “Prima ero ateo, ora mi son convertito al narcisismo”, appunto. L’egoità o l’egocità resta l’ultima religione, ma anche l’ultimo mito, della società occidentale. La possibilità di espressione illimitata raggiunta dai nuovi media alimenta e potenzia questa illusione collettiva, sollecita l’autogratificazione. In questo contesto il poeta si dedica alla divulgazione della propria opera. La pratica linguistica che più di altre dovrebbe mantenere viva la radice prima dell’uomo, la poesia, oggi si pratica e si legge in rete, addirittura se ne discute nei social media dove il poeta non si comporta in modo diverso da un utente qualunque, condivide i propri testi, racconta la propria esperienza, alimenta la curiosità intorno alla propria persona e accetta il sottaciuto darwinismo sociale che fa della visibilità l’arma che seleziona i vincenti. Secondo questo principio spenceriano chi ha meno visibilità nel grande specchio della comunità mediatica perisce, viene dimenticato, posto ai margini dagli algoritmi. Il contenitore mediatico, regolato da una propria logica basata sui grandi dati, prevale sul resto. La stessa lingua della poesia tende a regolarsi sulla linearità comunicativa dei social seguendo l’assunto secondo il quale la trasparenza del sé corrisponde a una linearità di scrittura, quindi più è sentito ciò che si scrive, più si viene selezionati, più è autentico e diretto il messaggio, più si vince. La maggiore comunicabilità corrisponde alla maggiore forza, la mancanza di resistenza è garanzia di vittoria. Colui o colei che ha maggiore volume di contatti crea intorno a sé una propria località poetica che accetta l’impianto mediatico come il dispositivo veritativo della relazione tra poeta e mondo. In questo caso la logica che soggiace alla vittoria, lo sfondo, non viene messo in discussione, lo si accetta acriticamente. L’io autoriale, che magari si racconta in vicissitudini autobiografiche, è legittimato proprio in quanto mediaticamente famoso. Il prevalere nella rete, sui media in genere, di modelli volti alla spettacolarizzazione della poesia o di modelli fondati sull’autobiografismo, assecondano la richiesta di una fruizione immediata del testo. Anche questa è chiaramente una mistificazione del sistema: la forma più adatta alla trasmissione mediatica si presenta come la più immediata. Ciò che prevale è quindi il sottaciuto, l’omissione di un principio regolatore e normalizzatore nella selezione dei vincenti. Ciò che rende una poesia vincente è la propria capacità di andare incontro al lettore-spettatore senza creare attriti o frizioni, senza la resistenza di una lingua stratificata o di una logica altra. Necessaria è la lingua come strumento di comunicazione o di espressione. Questo fenomeno potrebbe spiegare l’avversione, quasi istintiva, alle forme poetiche accusate di letterarietà e il sospetto con cui si leggono poesie che evadono il paradigma mimetico o l’abbassamento di tono del dettato, quasi come se una composizione che abbia in sé una tecnica meditata e alternativa a quella del contenitore mediatico portasse un peso specifico differente e inadeguato alla dinamica del sistema. Tra il sé e lo specchio riflettente non deve esserci residuo, ombra. La trasparenza del dettato risulta più adatta e attuale. Paradossalmente la letterarietà in poesia scandalizza, viene accusata di inattualità, di avere in sé un residuo inaccettabile. La questione qui posta non è poi così distante da quanto annotava Leopardi nei suoi discorsi sulla poesia romantica. Il poeta recanatese non faceva una scelta classicista, rimarcava invece il valore strategico della composizione. Ciò che deve essere posto come problema è appunto lo sfondo che contiene, ossia la tecnica della parola. Il rapporto tra lingua convenzionale e lingua poetica non è distante dal problema della natura che tanto ossessionava Leopardi. Il culmine dell’uso mediatico della tecnologica rischia la riproposta di un naturalismo ingenuo, come se tra il poeta e il mondo ci fosse un’aderenza biologica e quindi sempre valida. Lo stesso Leopardi nel porre il problema del rapporto con la natura, e quindi con l’ambiente in cui l’animale fornito di parola deve abitare, rimarcava la necessità di una tecnica che facesse da tramite, da strumento per la sopravvivenza. Del resto, la natura è per l’uomo il problema da risolvere. L’acriticità nei confronti dello spazio mediatico che ci contiene equivale all’illusione di un superamento del problema dell’abitare. Lo sclerotizzarsi nella riproposizione di sé nello specchio mediatico, quindi attraverso la condivisione del proprio vissuto, significa voler trovare un rimedio allo spaesamento. La poesia che opera in questo contesto deve tener presente anche questo passaggio, il rischio della perdita dello statuto più proprio, di una propria tecnica e quindi di un proprio linguaggio specifico a favore di un media più potente. Lo spazio-tempo della poesia è un intervallo nella linearità comunicativa dei mezzi e nel sistema mediale proprio perché risponde a una logica inversa e contraria, presuppone la compresenza di elementi opposti, quello endosomatico (naturale) e quello esosomatico (la tradizione culturale). La relazione tra questi due elementi presso la parola poetica ricorda l’essere umano come creatura costitutivamente critica nei confronti del proprio ambiente. La parola poetica, mentre concentra il tempo nello spazio dell’opera, interrompe la dinamica normalizzatrice del sistema. Il gesto poetico è in sé un gesto radicale. L’opera equivale a un’interruzione, a un intervallo che è spezzatura, faglia. Anche le analisi sociologiche sulla diffusione della poesia assecondano in un certo senso la confusione: ci si interroga sul volume di lettori di poesia come se questo aspetto fosse determinante per la sopravvivenza stessa del linguaggio poetico. Il contenitore, la scienza sociologica, fagocita il contenuto, si confonde una logica quantitativa (fondata sui dati) con una logica qualitativa, come se lo statuto ontologico della poesia fosse determinato dal volume di lettori che riesce a raggiungere. Il problema non è la comunità letteraria morente, il problema è riconsiderare la poesia nel suo etimo, come una tecnica autonoma e originaria che, al pari degli strumenti necessari all’aratura, apre le zolle e segna il confine e il rischio della vita e della morte. Se i lettori sono pochi significa che lo sforzo di riconsiderare i principi del nostro spazio simbolico è eccessivo, a volte, intollerabile. Dimenticare la distinzione di funzione dei media e della poesia crea invece un equivoco ontologico, attinente allo statuto del fare poesia. La fusione dei due linguaggi potrebbe essere definita con il paradigma di “impianto” del filosofo Zizek, come una sorta di innesto del sistema all’interno della nostra capacità creativa. Siamo un passo oltre la differenza tra Kultur e Zivilisation, nella fusione dell’immaginario privato e intimo con quello collettivo. Forse sarebbe il caso di sospendere nella nostra riflessione la parola ‘poesia’, destinata nell’immaginario ad essere sinonimo di espressione di interiorità significative o di esperienze eccentriche, e concentrarsi sulla definizione del linguaggio prossimo alla radice. In cosa si caratterizza? Se l’impianto tecnologico e mediale restituisce l’illusione di una ferita che si risana, assumendo in un certo senso una funzione normalizzatrice grazie a una località certificata dalla condivisione immediata, la parola radicale ripropone e problematizza lo spazio di coincidenza, e di frizione, tra io e sfondo. In un saggio, ormai di qualche anno fa, il filosofo Felice Cimatti ha paragonato il linguaggio a un taglio che introduce nella nostra quotidianità il pensiero della fine. In questo ritorno all’origine, alla radice della questione, la parola poetica ritrova anche il proprio senso politico. La parola radicale fa male, contesta e smaschera le dinamiche consolatorie che nascono negli stessi media. Ha una funzione veritativa. Non bisogna del resto confondere il male con il proibito e identificarlo con la violenza, usando quest’ultima a sua volta come l’arma dell’autenticità contro il senso comune. Il male è il caduco, ciò che finisce, la radice ineliminabile, la natura che si fa problema, è ciò che sfugge, che ci precede, che ci pone come esseri feriti e vivi a causa della separazione di io e mondo.

Vincenzo Frungillo


Vincenzo Frungillo (Napoli, 1973) è poeta, scrittore e saggista. Ha pubblicato i libri di versi “Fanciulli della via maestro”, “Ogni cinque bracciate”, “Poema in cinque canti”, “Il cane di Pavlov. Resoconto di una perizia”, “Le pause della serie evolutiva”. Per il teatro ha pubblicato “Il cane di Pavlov. Un monologo” e “Spinalonga. Una drammaturgia sulla corruzione”. Il suo primo romanzo si intitola “Un nome in meno”. Una parte dei suoi scritti saggistici è confluita nel libro “Il luogo delle forze. Lo spazio della poesia nel tempo della dispersione”. Nel 2021 è uscito il suo nuovo libro di poesie “Prime scene di caccia e di morte”.

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