A cura di Maria Rosaria De Santis
Camminando a piedi è visibile da due punti. La prima opzione è scendere lungo Toledo, lasciandosi piazza del Plebiscito alle spalle, superare la fila di negozi che periodicamente cambia insegna per inseguire il gusto dei turisti, e voltarsi a destra, verso piazzetta Matilde Serao: l’Angiporto Galleria, che dalla strada è un corridoio nascosto da una vetrata bianca, è lì in alto, sospeso sopra il tendone di un bar. La seconda possibilità è costeggiare il San Carlo, preferibilmente attraversando per avvicinarsi alla Galleria Umberto I e, un secondo prima di entrare in piazza Trieste e Trento, sbirciare a destra: ecco di nuovo l’Angiporto Galleria, ma da questa posizione la vista è più limitata, circondata e confusa tra i marmi color grigio e arancione chiaro della Galleria. Da qui l’Angiporto è inaccessibile alle folle di turisti e di passanti grazie ad un cancello elegante di ferro nero.
Ci sono passata davanti moltissime volte senza attribuire alcun significato ad un luogo apparentemente non più speciale di altri, ma dopo aver letto Mistero Napoletano, edito per la prima volta da Einaudi nel 1995, poi ripubblicato da Feltrinelli nel 2014, vincitore del Premio Viareggio e del Premio Napoli, quel posto ha iniziato a diventare, direbbe Vittorini, doppiamente reale, cominciando nella mia immaginazione una doppia vita: una, fisica, costruita attorno alla sua integrazione nell’architettura della città e un’altra, storica, proiettata nel passato. L’Angiporto Galleria ospitò al terzo piano, a partire dal 1949, L’Unità, per cui lavorò e scrisse all’inizio della sua carriera di giornalista Ermanno Rea, la cui redazione era un “covo di innocui trasgressivi”, “centro di attrazione dove la sera convergevano, a ondate, scontenti, curiosi, naufraghi bisognosi di una zattera cui aggrapparsi, giovani e meno giovani promesse, qualche bella donna, qualche campione del catalogo degli intelligenti”. Il Rea giornalista, giovane redattore dell’Unità, è uno dei personaggi di Mistero napoletano, insieme al matematico Renato Caccioppoli, Renzo Lapiccirella e Francesca Spada, il cui suicidio apparentemente inspiegabile – avvenuto il Venerdì Santo del 1961, appena due anni dopo quello di Caccioppoli – è al centro dell’indagine condotta da Rea nel romanzo.
Ma Mistero napoletano è davvero un romanzo? Come lo stesso autore racconta, alla fine degli anni ‘50 Rea decise di lasciare Napoli e di intraprendere viaggi in Europa e non solo come fotoreporter, diventando un esponente della scuola partenopea di Caio Mario Garrubba, per poi ritornare al giornalismo iniziando collaborazioni con testate giornalistiche nazionali e approdare negli anni ’90, già sessantenne, alla scrittura di romanzi; questi, anche quando dichiaratamente non ispirati a fatti realmente accaduti, mantengono un taglio realistico: alla vicenda inventata dei due amici protagonisti di Nostalgia, ad esempio, fa da sfondo una ricostruzione precisa della storia della Sanità, in cui il romanzo è ambientato. Più che di realismo, forse, si dovrebbe parlare di abilità ricostruttiva o, ancora meglio, investigativa.
Per raccogliere il necessario a scrivere Mistero Napoletano, Rea, ormai da tempo residente in una città del Nord con la sua famiglia, prese in affitto un appartamento a Napoli e per diversi mesi, dal 18 ottobre 1993 al 29 gennaio 1994, a distanza di svariati decenni dai fatti, concedendosi solo una breve pausa natalizia, interrogò vecchi conoscenti e amici, testimoni oculari e non solo, in cerca di informazioni e ricordi a suo parere fondamentali per risolvere il mistero della morte di Francesca Spada, sua amica e collega alla Redazione dell’Unità, morta suicida nella sua casa ai Camaldoli per ragioni affidate solo a pochi versi di Rilke, trovati accanto al suo corpo.
Per immergersi completamente nel mistero, Rea lesse anche i diari di Spada, a lui consegnati dalla figlia della donna, Viola. L’indagine sulla vita e sulla morte di Francesca Spada è in realtà il tentativo di Rea di individuare le cause dell’immobilismo culturale del secondo dopoguerra e delle sue conseguenze economiche sull’intera città, descrivendo così una parte di storia napoletana e italiana che altri scrittori suoi contemporanei hanno affrontato attraverso lenti puramente letterarie, eludendo la cronaca a favore della rarefazione simbolica, in un gioco disperato tra gli eventi e il linguaggio scelto per occultarli, distante dalla realtà il necessario per riprendere il controllo, quantomeno nella dimensione letteraria, su di loro.
Nel misterioso titolo della raccolta di racconti di Annamaria Ortese, “Il mare non bagna Napoli”, c’è prima di tutto la descrizione di un ostacolo, ma non delle ragioni per cui un’intera città è separata dal suo mare. A questo interrogativo, perché il mare non bagna Napoli?, risponde Rea in Mistero napoletano, ricostruendo con documenti storici la nascita della Base Nato in città e le sorti del porto di Napoli diventato secondo l’autore pedina militare nel corso della Guerra Fredda. Così, scrive Rea, un’intera infrastruttura fu sacrificata per interessi militari, privando la città di un’importante risorsa economica e condizionandone le sorti per i decenni a venire.
Un tentativo di spiegare la realtà, dunque, e contemporaneamente di scavare nella vita di Francesca Spada, critica musicale, giornalista, appassionata di politica, invisa al partito per il suo passato considerato non convenzionale e per il suo carattere appassionato, il cui animo è ricostruito da Rea con lo stesso metodo d’indagine utilizzato per la storia di Napoli. Ascoltando voci e testimonianze Rea circonda Francesca Spada di molti riflettori, in una sorta di Ritratto di signora napoletano, con l’unica differenza che a differenza di Leni, protagonista del romanzo di Böll, in alcuni punti la voce autentica di Spada emerge dagli estratti del suo diario, tenerissimi e molto spesso disperati. Dunque, gli eventi narrati in Mistero napoletano sono davvero accaduti ed è reale anche il coinvolgimento personale di Rea, che appare nel romanzo nella veste peculiare di personaggio-narratore. Un misto di romanzo, inchiesta giornalistica e autofiction, a patto di depurare quest’ultima parola dal sottotesto dispregiativo che in tempi recenti si accompagna a un genere letterario di gran moda tra gli scrittori italiani contemporanei e a cui i lettori non perdonano, credo, la frequente irrilevanza delle vite oggetto di autonarrazione. Ma in base a cosa un testo è rilevante? Lo è se intreccia il suo tempo in cui è nato rimanendogli fedele anche a distanza di anni e se, anche nel presente, ha qualcosa da dire. Oggi la Base Nato di Bagnoli è utilizzata prevalentemente per concerti e onestamente non credo che all’interno dell’Angiporto Galleria sopravvivano redazioni giornalistiche. È ancora possibile, però, leggere Mistero napoletano e scoprire nel suo autore una mente lucida, critica, concentrata sull’analisi della società, senza confondere la solitudine della scrittura con la produzione di contenuti completamente isolati dal presente. La mente di un giornalista, insomma, oppure la mente di un romanziere.
Maria Rosaria De Santis



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