Rubrica a cura di Toni D’Angela
Un manifesto
Per lungo tempo, in Età moderna, l’estetica è stata newtoniana. Nata nei circoli che tra Sei e Settecento, nell’Inghilterra di Shaftesbury e Hutcheson, gravitavano attorno a Newton e al suo paradigma, dopo tutto, quasi pitagorico per cui l’universo proporzionato e simmetrico è governato da leggi che ne assicurano a dispetto della varietà una certa uniformità. Uniformità nella varietà è stata la regola del gusto fino a… Delacroix? Courbet? Manet? Picasso? Romanticismo, Realismo, Impressionismo, Cubismo… In fondo, ha ancora un suo corso legale nel senso comune che considera il bello qualcosa di proporzionato e simmetrico, qualcosa in cui sia riconoscibile quella che Lyotard ha chiamato buona forma che, tuttavia, è in cammino già da Platone.
Nel 1666 Newton compie l’esperimento del prisma. La luce viene messa a fuoco su uno schermo e scomposta. Mettere a fuoco e scomporre: operazioni tipiche, potremmo dire cartesiane, del metodo scientifico, forse di un metodo con una buona forma, ancora invalsa, per esempio, nel regno accademico degli specialismi incoraggiati a più non posso, là dove si forma pacificamente la critica della cultura. Per Newton l’universo è una macchina, anzi: un orologio. Per Goethe, la cui teoria dei colori influenza un altro caposaldo dello sviluppo dell’arte moderna, e cioè Turner, invece è un organismo vivente. Come è noto, Goethe adoperò in modo erroneo il prisma di Newton o, piuttosto, potremmo anche dire che a lui non interessava mettere a fuoco e scomporre ma, piuttosto, scoprire come l’ambiente trasforma la sensazione e, ancor di più, che la visione non – newtonianamente – una macchina, bensì un organismo che risponde a quel che accade. Come ha spiegato Jonathan Crary nel suo Le tecniche dell’osservatore (1990) se il sole abbaglia Descartes che infatti propone l’uso della camera oscura per evitare di guardare la luce del sole e impazzire;Turner, al contrario, si confronta con il sole ispirato dalla nuova teoria dei colori di Goethe. Il dipinto diventa un’illuminazione avvolgente. La luce è un vortice.
E, allora, preferiamo l’errore di Goethe all’esattezza di Newton. I prismi, qui, sono piuttosto quelli descritti da Adorno nel libro del 1955 intitolato proprio così. L’esattezza la lasciamo pure ai campioni della critica della cultura, quelli che Moten e Harney in Undercommons (2013) chiamano gli “accademici critici” che sono i “professionisti per eccellenza”. La Kulturkritik, scriveva Adorno, sa come spostare “la direzione dell’attacco” e che, dallo scranno delle cattedre, “si dispensa dal verificarsi sulle condizioni materiali della vita”. La critica della cultura cita Benjamin ma dimentica che era impegnato per un altro mondo possibile, per un’alternativa nel mondo. Alla rendicontazione del “più-che-professionale”, per dirla con Moten e Harney, preferiamo lo scatenamento delle passioni ma anche il disegno dello spasmo. Prismi vuole essere un interstizio né plasmabile né inoffensivo ma compost e, se possibile, puntuto come un pugno di Majakovskij o Ejzenstejn.



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