Ci sono due modi per affrontare quell’abisso rappresentato dalla solitudine della provincia. Il primo è arrendersi, con tutto ciò che ne consegue, accettando un tipo di vita diversa da quelle che potrebbero essere le possibilità o le occasioni che invece una grande città potrebbe illusoriamente offrire. Accettando le mancanze, le delusioni, i fallimenti. Il secondo è reagire. Non soccombere alla noia. Provare a crearsi da sé delle opportunità in un contesto limitante ma vergine. Affrontare la fatica del cambiamento. Reinventarsi. Provarci, almeno.
Natale, il protagonista di Oppure il diavolo (TerraRossa 2025), l’ultima fatica letteraria di Luca Tosi dopo il suo romanzo d’esordio Ragazza senza prefazione (TerraRossa 2022), è un personaggio che invece rifugge da queste dinamiche, accogliendole entrambe, affrontando e accettando di stare in un limbo dove non è più necessario interrogarsi sul come, ma sul perché. La provincia, diventata negli anni macrocosmo letterario; per Natale è un territorio dove il bene e il male si confondono. Dove ognuno di noi potenzialmente è vittima o molto più spesso carnefice. Un luogo in cui le persone si ostinano, per inerzia, nel voler trovare almeno nelle intenzioni una salvezza, ma senza mai riuscirci.
A cura di Diego Frau
D. F. Com’è nato il tuo progetto? Avevi in mente un’immagine in particolare?
L. T. Oppure il diavolo è nato dall’idea di provare a inserire in una storia dai canoni realisti un elemento fantastico, soprannaturale. Sono partito, più che da un’immagine, da un ricordo, o da quelle che Pier Vittorio Tondelli chiama “occasioni autobiografiche”: quando avevo undici o dodici anni, per un paio di estati ho frequentato i laghi artificiali di Poggio Berni (sulle colline della provincia di Rimini, lontano dal mare) con i miei amici, stavamo lì a pescare tutti i pomeriggi, e ogni tanto passava un uomo a controllare che avessimo il tesserino. Ne approfittava per chiacchierare, e se vedeva qualcuno che reggeva male la canna da pesca lo correggeva, gli si metteva dietro, palpava. Quando mi son ricordato di lui ho subito avuto chiara nella testa un’idea di personaggio, un tipo infossato nella provincia con un conflitto ingarbugliato, legato al desiderio. Poi ho capito che l’elemento soprannaturale poteva legarsi a questa sua esigenza di esprimersi, da lì il diavolo: cosa può succedere a un uomo che si è sempre rivolto a Dio, al bene, e non ha mai ricevuto indietro granché, se comincia ad affidarsi al diavolo?

D. F. Qual è la scintilla che ha generato i tuoi personaggi: sono nati tutti da uno stato d’animo, da un’emozione, o hai provato a far riverberare in loro un tema?
L.T. Riguardo i personaggi, sia per quel che investe il protagonista che gli altri, il filtro è il mio gusto: faccio un collage di cose che mi piacciono, le registro e rubo alla realtà. A volte parto da una frase presa in un bar, altre da un tratto fisico, o da un difetto, una mania, un episodio, altre ancora da persone vere che scompongo, le fondo con altre, le ribalto. I personaggi prendono forma mentre scrivo, non preparo niente prima. Per me, decidere a priori come dev’essere un personaggio è strozzarlo in partenza. Ho bisogno di scoprirlo man mano e capire quel che ho scritto, le volte che arrivo a capirlo, solo alla fine. È l’unica maniera per tenere vivo il testo, il fatto che mi lascio attraversarlo senza orientamenti di tema o di storia, con abbandono. Abbandono è la parola che conta.
D. F. Ci sono autori/autrici, o letture in particolare, che ti hanno influenzato durante la stesura del libro?
L. T. Gli occhiali d’oro di Giorgio Bassani, romanzo breve che racconta di un medico omosessuale e del suo desiderio per un ragazzo che lo porta, per via dei pregiudizi che si spargono attorno, prima a isolarsi dentro Ferrara poi a suicidarsi. “Racconti di demoni russi”, antologia curata da Andrea Tarabbia, contiene una varietà di racconti di autori russi dove insorge il diavolo sotto varie forme e accezioni: avevo paura di pestar delle merde, come archetipo è stato molto battuto in letteratura, questo libro mi ha aiutato a identificare quale poteva esser il mio, di diavolo.
D. F. In generale cosa rappresenta per te la scrittura?
L. T. Un modo meno noioso di passar il tempo e che rinnova in me, non sempre ma quasi, la voglia di abitare la realtà.

D. F. Credi che scrivere assomigli più a una fuga o rappresenti il suo esatto opposto: il luogo da cui in qualche modo ci è impossibile sottrarci?
L. T. Più la seconda, forse. Scrivere può esser tante cose, per me è più che altro quello che ho detto sopra. Quello che succede nella pratica, poi, nel mio caso è un tentativo di buttare fuori qualcosa che si è accumulato dentro, nel tempo, e che trova un canale espressivo, nei casi fortunati in cui lo trova, attraverso segni e tracce della realtà assemblati non so bene come, in una storia. Mi ritrovo in quello che dice Gianni Celati nel suo saggio “Il bazar archeologico”: scrivo per accumulo, io, faccio inventari, per me scrivere è anche una pratica di raccolta di cose marginali, laterali, e solo alla fine trovo, quando va bene, il loro centro.
D. F. Quanta distanza ti serve, rispetto a un’esperienza vissuta, prima che tu possa trasformarla in scrittura o in un prodotto narrativo?
L. T. Dipende da tante cose, non c’è una regola o un minimo di tempo. Alcune sporgenze del me presente cadono dentro al testo come ci cadono dentro strascichi che mi tiro dietro dall’infanzia o dall’adolescenza. Di sicuro la distanza temporale rispetto a un’esperienza personale aiuta, e, forse, penso adesso, potrebbe aumentare in modo proporzionale a quanto quell’esperienza ti ha segnato o scombussolato. Ma può valere anche il contrario. Per quanto riguarda me riconosco stagioni, annate, periodi più favorevoli per scrivere, una mia costante è che scrivo di più in primavera e in estate.
D. F. L’esordio, e di conseguenza la pubblicazione, ha cambiato il tuo rapporto con la scrittura?
L. T. Ho esordito nel 2022 con “Ragazza senza prefazione”, “Oppure il diavolo” è uscito a novembre 2025: ho avuto tre anni buoni per abituarmi all’idea di non essere più un esordiente, ci sono voluti tutti. Primo perché ho dei tempi di reazione, su alcune cose, molto lunghi. Secondo perché l’editoria, vista da dentro, è tutta un’altra storia e bisogna farci pace, ho visto autori riempirsi di veleno in questi anni. Però il mio rapporto con la scrittura, al fondo della questione, non è cambiato: la condizione da cui io parto per mettermi a scrivere è sempre la stessa.
D. F. Attualmente stai lavorando a un nuovo progetto?
L. T. Sto raccogliendo. Nella testa ho una storia che tira dentro il mare, ambientata in un posto di mare, piena di azzurro.
Il prossimo appuntamento sarà il 28 agosto, con Valentina Maini e il suo Alaska (Bollati Boringhieri).



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