In a screaming ring of faces
I seen her standing in the light
(Tunnel of love – Dire Straits)
Lei non ha paura di me. Lo capisco la sera in cui ci conosciamo.
Aspetto che cali bene il buio e spunto dalla caldaia sul terrazzo, lei fa altrettanto dall’appartamento, il cesto dei panni attaccato al fianco. Mi immobilizzo – non si può mai sapere con gli umani, a volte fingono di non vederti e io posso continuare a vivere la mia vita in pace – invece lei salta manco avesse visto un dinosauro. Non avevo immaginato che la nuova inquilina avviasse la lavatrice di sera. La vecchia che ci abitava prima lavava di giorno, quando si faceva sera abbassava le serrande e io ero libero di uscire.
Da dentro giunge l’intro di Tunnel of love, mi incuriosisce ancora di più. La nuova umana ha ottimi gusti musicali, come il cinquantenne al piano di sotto, da cui ho imparato tutta la musica che conosco.
La bipede è giovane, ha i capelli arruffati e una maglia informe; niente pantaloncini, solo delle mutandine bianche. Ci sfidiamo. Mi tengo pronto a scappare, ma quando sono convinto che sta per lanciarmi addosso la scopa, mi mostra i denti – gli umani lo interpretano come un segno di pace, non di attacco – e mi parla: «E tu? Che cresta hai lì!». Posa i panni a terra. «Ti chiamerò Osvaldo».
Non mi era mai capitato.
Si mette a stendere i panni e mi dirigo alla pianta di basilico. La zanzara del bagno ci ha appena depositato le uova, se mi spiccio per stasera ho mangiato. L’umana termina il suo lavoro mentre esco dal vaso, rifocillato e sazio.
«Buonanotte, Osvaldo» e chiude la finestra. Il nome suona bene, ha un’aria di importanza.
Dunque, dicevo, lei non ha paura di me. Ho sei primavere e me ne saranno rimaste al massimo due. Posso definirmi un anziano, e un’umana che mi parla come fossi un animale domestico qualsiasi non l’ho mai vista. Non avrò molte altre occasioni per fare amicizia con i bipedi – forse la maggior parte dei miei simili non ne ha una in tutta la vita – quindi ne approfitto. Mi affaccio quando accende la luce, e si mostra sempre felice di vedermi. A volte resto nascosto, già appisolato, e la sento chiamarmi o perlustrare il soffitto del balcone per cercarmi. Non tenta mai di rincorrermi con l’aspirapolvere, come la vecchia di prima, né di uccidermi o mandarmi via.
Lei mi piace.
Prendo a girare anche di giorno e mi avventuro nell’appartamento. Scopro un mondo nuovo e un ottimo ristorante. I ragni se la sono spassata alla grande sui muri. Ho cibo fino alla morte, se resta l’umana. Non finge di non accorgersi che ho scavallato il confine del balcone, anzi, quando mi trova sul soffitto della cucina mi saluta sempre mostrandomi i denti. Poi nota un moscone e afferra uno straccio. Cerca di farlo uscire e dopo qualche minuto sbuffa, riposando il canovaccio. Decido di cacciarlo al posto suo. È saporito, devo ammettere. Catturo anche le cimici. Mi sembra un giusto compromesso: lei mi fa vivere la vecchiaia sereno, io le libero la casa dagli insetti.
Quasi tutte le sere ascolta i Dire Straits, altrimenti stende i panni con November Rain o Don’t Cry dei Guns. La mattina invece è più allegra: mette su gli AC/DC o i Led Zeppelin. Dovrebbe frequentare il vicino di sotto, andrebbero d’accordo.
Un venerdì, mi trova sul soffitto della camera da letto, ma invece di dirmi di tornare in sala, come sempre, si mette a correre da una parte all’altra pulendo qualsiasi superficie e oggetto trovi di fronte. Il che è strano. È un’abitudine che aveva la vecchia di prima, la ragazza pulisce il pavimento la domenica e spolvera e lava i vetri una volta al mese. Mi piacciono le abitudini, sono una caratteristica animale che ho anche io. La rendono più simile a me. Purtroppo, mi priva di tutti i ragni che avrei voluto mangiare oggi, e vorrei tanto chiederle perché debba stare a stecchetto.
Si mette a trafficare in cucina e anche questa è una novità, di solito prepara i pasti in pochi minuti o ordina ad altri bipedi di portarle del cibo già pronto – possibilità che le invidio molto.
Poco prima del tramonto si chiude in bagno, e ne esce tutta linda e profumata di vaniglia.
Qualcuno suona al citofono e lei scatta più veloce di una zanzara. La seguo. Apre la porta a un maschio della sua specie, con il corpo molto più grande; la bacia sulla bocca e le porge un mazzo di fiori puzzolentissimi. Spero non li piazzi in balcone. Sanno di morto, penso che forse è una consuetudine umana; in quel momento lei mi smentisce con una faccia schifata. «Sono bellissimi», ma suona come quando dico alle zanzare appena nate di volarmi vicino che non gli faccio niente.
Lui sbuffa, si toglie la giacca e si butta sul divano, poggiando una scarpa sul tavolino di fronte, che lei ha lucidato per un quarto d’ora stamattina. Lo fissa, ma non dice nulla. Si gira e mi nota, e accade tutto in un millesimo di secondo: si immobilizza, spalanca gli occhi; lui si accorge che sono sul soffitto e si toglie la scarpa puntandomi. Scappo più veloce che posso verso la finestra e mi rifugio alla svelta dietro la caldaia. Erano mesi, ormai, che non avevo il batticuore così. Per poco non ci rimango secco. Ma come le è venuto in mente di frequentare uno del genere? Per la sopravvivenza della specie? Andava benissimo il cinquantenne di sotto, eh.
Lui non mi piace.
Il venerdì dopo la storia si ripete e me la squaglio in anticipo, mi basta una volta per imparare la lezione. Si siedono a tavola e lui, dopo qualche boccone, le lancia il piatto addosso. Presumo che la pietanza scotti, lei si lamenta del bruciore e le rimane una chiazza rossastra sul volto. Come lui se ne va, si mette delle strane gocce negli occhi che la fanno piangere di più.
La ragazza inizia a spegnersi. Adesso anche la mattina ascolta i Dire Straits. Continua a salutarmi ma non lo fa più con la gioia di prima e questa cosa mi infastidisce oltre ogni dire. Per una volta che ho trovato un’amica di una specie diversa dalla mia, ecco che qualcuno me la deprime. Potessi, lo pungerei; potrebbe farlo il calabrone del balcone accanto, se mi desse retta e non pensasse solo ai fatti suoi. Ma che voglio farci? Sono solo un geco. Devo stare attento io che l’uomo non mi ammazzi, non il contrario.
Un venerdì accade un evento che, in sé stesso, è perfettamente normale per la mia specie. Sto bello acquattato nella mia tana, appena inizia a urlare percepisco il pericolo e stringo gli occhi. Le grida di lui sovrastano Tunnel of love, e i molti bicchieri e piatti che si infrangono sul pavimento. Non ho il concetto di tempo, può essere passato un minuto come un’ora. La mia amica cerca di strillare più forte, gli dice di smetterla. Sento un tonfo, e più nulla.
È andato via? Non ho sentito sbattere la porta, che sta succedendo?
Prendo coraggio e mi affaccio: l’uomo le dà uno spintone e lei ruzzola a terra. Le schegge dei piatti si tingono di rosso, tenta di rialzarsi e si passa una mano sul viso, ma lui le salta sopra e la blocca. Le apre le gambe e si abbassa i pantaloni. Conosco il sesso e, come dicevo, per noi gechi cacciare la femmina è un evento naturale. Non è la prima volta che l’umano si spoglia, ma di solito lei è contenta e lo aiuta, invece stavolta tenta di scostarlo. Lui le strappa le mutandine bianche e lei dice: «No».
“No” per gli umani significa negazione, divieto. Non è difficile per me. A volte me l’ha detto: «Osvaldo, per favore, in bagno no». E io ho capito che non dovevo andarci e non ci sono più andato. Non mi richiede fatica, non sono mica stupido. Perciò lui dovrebbe fermarsi. Invece le dà uno schiaffo e lei cade di nuovo sui cocci. Poi la monta, come faccio io con le mie signore, solo che lei non lo accoglie. Resta sotto di lui inerme, come fosse morta. Gli chiede di smetterla, lui non rispetta la richiesta.
Finalmente finisce. Si alza da lei, si sistema con calma e le sputa in faccia.
Non ricordo sia mai accaduto tra umani. Le estimatrici del sesso estremo, tra i miei amici, sono le mantidi e ora non mi dispiacerebbe se lei gli staccasse la testa e la mangiasse. Ma non è una cosa che appartiene alla loro specie.
Tunnel of love scema nella casse quando chiude la porta con un tonfo.
Via via i rumori della notte sfumano nel silenzio. La mia amica smette di singhiozzare, si rannicchia, sembra la chiocciola che vive dentro il basilico ora appassito. Scosta piano gli arti, osserva le dita chiazzate di sangue e le schegge sulle mani. Si tocca il volto, le gambe.
È l’alba quando si alza, barcolla e va in bagno. Non la seguo. Mi ha detto di no e non infrangerò il divieto. Mi incammino nel salotto, osservo le macchie scure sul pavimento e mi sale una rabbia che aggredirei un nido di calabroni.
Passano alcuni giorni, durante i quali lei piange spesso e non ascolta nessuna canzone. Poi inizia a riempire cartoni con tutta la roba che è in casa e capisco che se ne sta andando. L’hanno fatto pure i figli della vecchia che abitava prima qui: una volta morta, si sono messi e hanno svuotato tutti i mobili da ogni oggetto della madre.
Mi dispiace che lei se ne vada. Mi ci sono affezionato.
Un giorno mi viene a cercare sul balcone e io mi sveglio con il suono preoccupato della sua voce. La stagione è cambiata, la mattina inizia a far freschetto, ma dietro la caldaia c’è ancora un bel tepore, perfetto per addormentarsi. Ma ormai mi ha svegliato e a rilento mi spingo fuori. È già rientrata, ha lasciato la finestra aperta. La cerco, in salotto trovo solo un cartone sghembo e nient’altro. È quindi questo il nostro addio?
Lei spunta dal bagno e sobbalza come al nostro primo incontro. Ha addosso una maglia amorfa e una tuta. Mi fissa con gli occhi gonfi e prende un contenitore di plastica dalla borsa. Ha il tappo bucherellato. Me lo piazza sotto. «Vieni, Osvaldo, andiamo via da qui».
Lei non ha paura di me, dicevo, e io sono troppo vecchio per queste cose. Perciò non mi capiterà più un’amica, né l’occasione di un trasferimento. E ho solo questa vita, non vale la pena fare lo schizzinoso. Chi mi assicura che non mi porterà in un posto meraviglioso, con tante piante e insetti gustosi? O magari no, ma che ho da perdere?
Dunque, per la prima volta rilascio la ventosa dalle zampe, e cado liscio in questa teca improvvisata.
Lei mi ripone in borsa, attenta a non sballottarmi troppo, e afferra il cartone. Quando chiude la porta, ho già dimenticato l’appartamento.
Laura Calagna Bambini
Laura Calagna Bambini (classe ’95) è nata e vive ai piedi del promontorio del Circeo. Non potendo diventare avvocato del Diavolo, dopo la laurea in Giurisprudenza è diventata HR. Suoi racconti sono apparsi su varie riviste tra cui Bomarscé, Calvario, Scomoda, L’appeso e Topsy Kretts. È redattrice delle riviste Scomoda, Metamorphosis ed Enne2. A volte si prende pure sul serio.



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