A cura di Annachiara Mezzanini

Sabbia, cioccolato, fuoco, burro. Angurie, zucche, pistacchi, rose. C’è uno spicchio di terra odorosa e scossa dal vento che si agita oltre il finestrino, ricorda le antiche leggende narrate dalla voce persa nel tempo di donne, madri, nonne. Dietro alle catene montuose e ai cumuli di sabbia scura, si cela un’altra terra, la medesima terra bruna e favolosa, ma bagnata dalla viscosità della legge morale e dal sangue degli uomini che vi sono nati dentro. Gli occhi che la scrutano sono di Jina, nata altrove, sotto un diverso cielo, ma con i piedi piantati in mezzo a questa polvere. Le sue radici, le sue donne, vivono ancora qui: tra il ricordo di una libertà da rincorrere e la nostalgia per una terra che, in fin dei conti, non si è mai in grado di abbandonare del tutto.

Jina è una scrittrice, è iraniana anche se è nata in Germania. Parla persiano, ma non lo legge, e distingue tra quei simboli trascinati nell’inchiostro solo un cuore rovesciato, il numero cinque. Vive in Europa, dove è nata e cresciuta e nessuno dà importanza al suo nome inventato. Poi, un giorno, sente le due sillabe fuoriuscire rotonde dal telegiornale, al cellulare, dentro al video di una manifestazione, e ancora alla radio, al pc, sulle labbra di sconosciuti che piangono e si disperano. Lei, che per una vita intera aveva creduto che il suo nome fosse fantasia della madre, all’improvviso, si sente chiamare da tutte le parti. Ma quello che gridano uomini, donne e bambini non è il nome che la riconosce. Le medesime sillabe chiamano un’altra donna, Mahsa Jina Amini e quello su un letto di ospedale è il suo corpo martoriato dalla polizia morale iraniana, ormai per sempre perduto. Prima di allora, la Jina scrittrice pensava appartenessero solo alla fantasia della madre in realtà hanno, come lei, origini curde, un tempo e un significato: Jina, infatti, nella tradizione curda è colei che dà la vita. Ma che senso ha per una ragazza di appena ventitré anni dare la propria vita per una ciocca di capelli?

I fili delle nostre esistenze si annodano tra loro, creando una matassa indistinguibile che, via via, va a perdersi nei giorni. Dietro di essa, si srotola la nostra vita: un’immagine nitida per metà, che andrà a compiersi solo quando, di spalle, non saremo più in grado di restare su questa terra. Sarà compito di chi verrà dopo di noi raccogliere quei fili, quelle parole e quei giorni, per crearne di nuovi e rintracciare l’origine del proprio tempo. Jina, venticinquenne, atterra a Teheran proprio per questo. Le sue radici, nonostante tutto, sono tra la sabbia e il cemento della capitale e tra i monti e le bestie della periferia. Nel suo viaggio alla ricerca di una risposta, accompagnata dalla sorella Roya tornata ad abitare quegli spazi dopo il matrimonio, Jina ripercorre le immagini che l’hanno vista nascere, tra le favole udite da bambina e le storie di vita delle donne della sua famiglia.

Illustrazione di Annachiara Mezzanini

Le Ammeh, zie sorelle di suo padre, e in particolare Ammeh Esmat, saranno fondamentali nel suo percorso: un’odissea privata, costellata da incontri con donne che non hanno avuto nulla dalla vita, se non loro stesse. E il loro nome. Tra le vecchie foto coperte dalla velina sottile, custodite come una reliquia dalla zia, Jina rintraccerà su quei volti grigi la propria storia e sentirà nella gravità e durezza della lingua il peso di una condizione umana condivisa. La vita delle donne in Iran le viene raccontata attraverso l’esperienza singola – ma assolutamente corale – di Ammeh Esmat, chiusa nel ricordo di una vita libera oltre il confine, di una carriera libera da insegnante e di un amore libero ma vietato e appassito troppo presto, che Jina sente di condividere segretamente. Senza distogliere lo sguardo da quelle immagini, da quelle quattro donne che vivono sole in uno stato che le vorrebbe mogli e a madri – lo stesso che le ha rese vedove e atéfane1 – Jina si allontana verso nuove risposte, conscia del fatto che «all’amore basta un solo pomeriggio». Tra le pareti strette della camera di Esmat, uguale a quella del suo vecchio collegio, tra le porcellane senza tovaglia nella sala delle Ammeh, sul sedile posteriore della macchina che la porterà a scoprire il suo Iran, il grande gatto acciambellato in mezzo alla cartina geografica, Jina scoprirà che forma ha il suo cuore. In un sali-scendi tra i primi anni Duemila e il passato più recente, segnato dalla morte di Amini e dalle proteste del movimento femminista Donna, Vita, Libertà che hanno ridestato quel gattone dormiente, inseguirà il proprio nome, ritrovando tra quelle sillabe familiari un ruolo e un perché.

  1. Neologismo coniato da alcune associazioni italiane sensibili al tema, che desiderano dare dignità e voce a un dolore spesso taciuto, ovvero la vita dopo la morte di un figlio. ↩︎

Rispondi

La fuga (un po’ di)

#cinema #lanottenelcuore #nathachaappanah #romanzo #Einaudi #violenza Anna Annachiara Mezzanini approfondimenti astarte edizioni Azadeh Akhalaghi Calvino casa classico Crisi climatica esordi letterari fughe Godard guido ruffinatto Il custode il treno in attesa Io non ho paura la notte in cui cadde la luna letteratura letture le voci libri madri maria rosaria de santis moderno Monira Al Qadiri niccolò ammaniti non eravamo che principianti Plaza de Mayo poesia postmoderno prosa prosa breve racconto recensione Reno romanzo Scritture segno semiotica simona visciglia Sofia Sperotto stella carnevale tableau vivant thomas lehn Toni D'Angela un fatto di vergogna vuoto

Articoli recenti

Categorie

I testi sentono voci in un deserto

L’arte della fuga / Giuseppe Pontiggia

Per non perderti i nostri contenuti:

Designed with WordPress

Scopri di più da La fuga

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere