A Christian.
Si dice rilascio quando un polpo distende i muscoli e libera la preda dalla sua stretta; non esiste un termine migliore, più calzante, eppure ci basta. Il rilascio è un’immagine importante: braccia, tentacoli, ventose, il disperato tentativo di prendersi cura, salvare qualcosa, ne prelude l’abbandono, o meglio dire il distacco da esso. Un polpo depone le uova, le sistema ordinate, le accudisce, ma quei piccoli gusci vedono la luce non molti giorni prima della morte. A contare è il mentre. Anne Cathrine Bomann, ne La stagione dell’Acquario (Iperborea, 2026; trad. Eva Valvo), lavora sul mentre e consegna una narrazione dal tempo dilatato e dagli snodi complessi, oseremmo dire tentacolari e pertanto originati da un centro, un essenziale da cui il singolo percorso scaturisce, si ritaglia un’indipendenza, ma sempre lì torna e si infrange: l’assenza.
Ora, se il punto è l’assenza, cosa vuol dire essere, invece, presenti? Un arowana nero ha una disfunzione alla vescica natatoria; Vigga non può fare a meno di temere che la manciata in più di krill scivolatale nella vasca abbia contribuito a danneggiarla. Da lì scocca una miccia, chi legge spera sia abbastanza a illuminare un sentiero differente. L’episodio è il primo, nel testo, dove la protagonista si rende conto che le proprie azioni hanno un effetto nello spazio in cui è inserita; una scintilla subacquea se la distanza che pone tra lei e il mondo resta un pattern ripetuto, un meccanismo di difesa per giocare d’anticipo contro una paura sua e condivisa: che l’essere sfumi nel vuoto, in un non-essere. Sembra dire, Bomann, quest’ultimo coincide con l’impossibilità di riconoscersi in qualcuno o in qualcos’altro. La norvegese Lit Woon Long, nell’indimenticabile La via del bosco (Iperborea, 2019; trad. Alessandro Storti), racconta e decostruisce, perciò accoglie, il lutto descrivendo minuziosamente l’estirpazione del fungo dal terreno: non è un immedesimarsi bensì la presa di coscienza di un corpo senza radice, di una rottura da cui si disperdono infinite molecole e si riplasmano – poche nozioni sono in grado di spiegare il limbo nel quale il minimo frammento cerca un appiglio per ricomporre un intero e un ambiente fatto di nuovi odori, sapori, soprattutto nuove voci.

Per i polpi in generale è difficile da stabilire, ma per Rosa, strappata dall’oceano, il nuovo mondo è la teca gigante, l’odore ghiacciato delle prede surgelate, le voci sono gli operatori. Una nuova esistenza: è questa idea a destabilizzare di più Vigga. Il suo mare sono le abitudini, i discorsi da cui verrà sottratta; del resto si può solo prendere atto delle traiettorie in cui la vita altrui si incanala. È il momento giusto per dire che la migliore amica… riduttivo… il suo branco, Maiken, sta per partorire. L’imminente nascita è l’apice nella tensione di un rapporto già compromesso dalla precedente entrata in scena del fidanzato, futuro padre del bambino, Daniel, e finirà per escluderla dal nucleo in formazione. Qualsiasi fase della gravidanza è una minaccia, ogni passo in avanti spaventa se i luoghi in cui restare non sono mai stati molti.
Bomann svela la protagonista gradualmente, scava passo passo nei suoi trascorsi: la relazione finita con Kasper, la famiglia inesistente, gli impieghi selezionati per lei dal Frontone – non dura più di sei mesi, non conta l’incarico –, i colleghi e i loro aneddoti. L’incontro e l’amicizia con Rosa non rientrano però in quanto una corposa tradizione ci ha abituato in decenni. Bomann non ricorre a uno specchio deformante, men che mai, come la Nettel di Bestiario sentimentale o Petali e altri racconti scomodi, si rifugia nell’analogia o nell’antitesi. Tra Vigga e Rosa si instaura un legame insolito e profondo, forse dovuto alla bellezza e intelligenza di questa creatura, o forse perché, a volte, è necessario concedere alle parole il lusso di essere vuote come un canto di balena capace di riempire la stanza, di diluirsi in acquatici silenzi e risuonare in un perimetro quasi placentare, tipico delle fasi della vita che paiono definitive, in realtà sono un passaggio intermedio, una stagione. L’autrice tesse una rete di simboli che richiamano transitorietà, nella versione italiana contenuta già nel titolo, e una geometria di strade, appartamenti, case dell’infanzia, ma anche mobili e pavimenti da cui si raccolgono e conservano come reliquie capelli e sassolini seminati da chi, quei microcosmi, li ha abitati con noi – un atto viscoso: in Acquario, Cattabiani sottolinea la tendenza del polpo a rimanere attaccato agli scogli e a cambiare colore in base all’ambiente in cui vive, fino a (con)fondersi e, se si vuole, a perdersi; Bomann, in egual modo, sonda il sottile vizio umano di trasformare il quotidiano in una prigione invisibile innalzata dalla certezza che non vi sia altro al di fuori dell’unica realtà che riteniamo possibile. Qui è l’assenza? No, sarebbe troppo facile.
L’assenza è l’epicentro di una corrente sottomarina, è negli squarci silenziosi e interni, negli addii che accettiamo di dover dire presto o tardi. Quindi cosa significa essere presenti? La presenza si manifesta come atto di volontà, e il più significativo per gli umani e i polpi sembra essere lo stesso, lasciare andare: non si parla di cesure, ma di forze motrici che permettono alle cose di cambiare forma e riscriversi. L’esperienza umana è un costante processo di riscrittura, mai omogeneo, piuttosto accidentato, soprattutto quando scende la notte e cala la maschera, a quel punto l’Acquario (titolo originale) diventa metafora, un labirinto vetroso che mostra e insieme cela infinite trame di solitudine, pagine girate e riletture; lì, forse, trova spazio la debolezza di un’ultima domanda: quanto abbiamo lasciato indietro avrà memoria di noi?
Claudia Putzu



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