A cura di Annachiara Mezzanini

Ci sono luoghi in cui il corpo della donna non ha ancora accesso. Ci sono spazi dentro cui la tradizione si muove lenta, ingombrante, appesantita, austera. Esistono anfratti di mondo, piazze aperte, dove le voci, i respiri, le movenze delle donne devono essere ancora trattenute, taciute, nascoste. Poi, però, si aprono certi spiragli di luce, l’aria si fa meno rarefatta e la forza di certe azioni – per anni nascoste e taciute e trattenute – esplode incontrollata. Andando oltre la tradizione patriarcale e imponendosi in un panorama che, anche se ostile, non può fare a meno di notarle, le donne si riappropriano delle strade, delle voci, degli sport che, fino a quel momento, sono state esclusive espressioni maschili.
Davanti a questi corpi scossi e agitati, si staglia un’altra tipologia di donna: colei che osserva e riporta, fermando nel tempo l’immagine appena assimilata e restituendola al mondo. Senza l’occhio dell’una esisterebbe la voce dell’altra? Un dubbio che potrebbe risalire la corrente. In un gioco di prospettive e di sguardi, le pedine si muovono su tale campo ricoprendo ruoli specifici, abitando case e spazi lontani tra di loro, dialogando attraverso la medesima lotta e condizione. E se le distanze appaiono incolmabili e le differenze insuperabili, con l’aiuto delle immagini, però, tale percezione si assottiglia e quelle donne che si muovono oltre la scena diventiamo tutte noi.

Chantal Pinzi, classe 1996, è una giovane fotografa e attivista visiva, impegnata da anni nella ricerca sul territorio di voci di donna da ritrarre e raccontare. Facendo da cassa di risonanza sociale, il suo obiettivo fotografico si pone difronte a chi, perso sulla Terra, vive condizioni che, a oggi, non sono ancora del tutto ascoltate. Dall’India all’Etiopia, dal Marocco alla Colombia; dalle giovani lottatrici e skaters ai manifestanti contro gli abusi di potere del governo, dalle adolescenti di tutto il mondo alle donne più anziane che ne guidano la lotta. Grazie al suo impegno artistico e sociale, i suoi lavori sono stati accolti positivamente dalla critica, tanto da ottenere lo scorso aprile il World Press Photo con la serie Farīsāt: gunpowder’s daughters (2025), nella quale racconta la vita di alcune cavallerizze marocchine durante la Tbourida, la tradizionale coreografia equestre del loro paese, fino a qualche anno fa riservata solo agli uomini.

Temi come la resistenza, l’espressione di sé, la mobilitazione collettiva, la sorellanza si rincorrono lungo molte opere di Pinzi, che sceglie sempre di puntare la propria pupilla sugli angoli in cui la luce riverbera meno. Le ragazze sugli skateboard – ritratte in Marocco, India ed Etiopia nelle varie serie Shred The Patriarchy (2022-2025) – narrano delle loro personali rivoluzioni che prendono forma e modificano le strade delle loro città. Sono azioni minuscole, all’apparenza, come inforcare una tavola dalle ruote e scorrazzare libere in spazi che, poco prima, erano abitati soltanto dal caos cittadino e dai disordini politici e sociali. In contesti in cui il genere e l’età sono simboli di privazione ed esclusione, decidere di scendere in strada su di un mezzo che definisce ulteriormente il sesso e la fase della vita, come lo skate, amplifica la propria autodeterminazione. I simboli, le immagini, vengono qui colti come medium attraverso cui ottenere non soltanto una voce, ma anche uno spazio sociale e di vita, un ruolo modificato nel tempo e nella cultura predominante.


Attraverso queste raccolte di fotografie, Pinzi è riuscita a documentare come l’arte di cadere e rialzarsi sia un potente mezzo di emancipazione, in grado di cambiare le vite di chi, come le donne, devono battersi per la propria incolumità e sopravvivenza fin dall’utero materno. In spazi e città che definiscono i ruoli, in contesti che dividono e lasciano ai margini, c’è chi decide di prendere una strada differente, abbracciando uno sport, un emblema e una rappresentazione che aiuti loro a immaginare un destino (e un presente) diverso per loro stesse. Divenendo voci autentiche e non meri sussurri o echi di esistenze ormai già vissute, le donne indiane e marocchine ed etiopi che sfidano il patriarcato sono le moderne amazzoni che cavalcano tra le metropoli polverose del nostro presente, facendosi esempio non soltanto per le future generazioni, ma anche per quelle che hanno già vissuto sulla loro pelle il peso dell’essere nate donne in un modo di soli uomini. Ribaltando questo pensiero, un modo più sicuro e paritario tra i generi è possibile e queste immagini potentissime nella loro semplicità ne sono pura testimonianza.

Annachiara Mezzanini

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La fuga (un po’ di)

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