«Quindici minuti di pausa» annunciò la professoressa, e l’aula si disperse con l’evanescenza della società gassosa che aveva ascoltato la lezione precedente – o almeno finto di ascoltare. Ragazzi e ragazze andarono fuori a fumare, in bagno, ai distributori automatici. Io rimasi inchiodato sulla sedia insieme a pochi altri.
Chiusi Fondamenti di sociologia e mi guardai intorno. Se non avessi stretto amicizia neanche quel giorno, tanto valeva rassegnarsi fino alla laurea. Dovevo farcela.
Ma le facce annoiate, ancora dormienti e chine sui cellulari volatilizzarono la mia determinazione. I distributori automatici avrebbero aumentato le occasioni – “Hai dieci centesimi?”, “Stamattina il caffè fa più schifo del solito, non ti pare?” –, peccato che la scena suggerisse il contrario: gli studenti erano in fila con gli spicci in mano e il peso del corpo su un’unica gamba, troppo impegnati a odiare la lentezza di chi avevano davanti.
Mi incantai sulla vetrata laterale riflettendo sui possibili argomenti di conversazione. In risalto sulla parete rossa, quelli che Bauman avrebbe definito homo consumens portavano le sigarette alle labbra col misto di sobrietà e vistosità tipico dei post-adolescenti, intanto il fumo si alzava, si ibridava in forme caotiche e prive di senso; oppure seguiva un ordine troppo complesso da decifrare?
Il ragazzo seduto davanti a me, che tastava le tasche e lo zaino da almeno un minuto, si alzò in piedi e uscì fuori. Raggiunse il primo fumatore e disse, la voce attutita dal vetro: «Scusa, non è che avresti una sigaretta?» L’altro gliene rollò una sul momento. «Di dove sei?», «Milano», al che «Ah, sì? Mia sorella lavora a Milano», e via a parlare di città, affitti e stipendi, passando per videogiochi e musica indie, fino a convenire su quanto fosse brutto l’ultimo album dei Marble.
Allora era facilissimo far scattare la scintilla: bastava chiacchierare del più e del meno. Ma loro avevano il vantaggio di essere fumatori, difficile approcciare qualcuno senza la scusa della sigaretta. «Ivan, piacere», «Simone, piacere mio», e menzionò questo locale in cui il giovedì mettevano musica indie rock. L’altro disse che gli sarebbe piaciuto andarci, una volta: magari insieme, perché no.
Gli occhi di Ivan incrociarono i miei. Girare la testa mi avrebbe tradito, quindi mi finsi interessato al cielo primaverile; e nel frattempo continuavo a origliare.
Poi il fumo cambiò.
I filamenti principali si trasformarono nelle miniature di Ivan e Simone, quelli laterali in strade, piazze, parchi e altri scenari che mutavano continuamente.
Mentre mi chiedevo se stessi impazzendo io o il mondo circostante, le miniature passeggiavano in via Caterina Sforza, tre superfici piatte che ricostruivano fedelmente l’asfalto, i palazzi storici e il muro sul lato opposto; proseguivano in piazza Aurelio Saffi, con tanto di portici e abbazia di San Mercuriale. D’un tratto gli archi dei portici si spezzarono, le colonne si ramificarono in alberi innalzati sull’erba del parco Franco Agosto, che si inspessì sotto i simulacri in una coperta da picnic; la coperta si sollevò, estese gli angoli in quattro gambe e diventò un tavolo della biblioteca Roberto Ruffilli, dove i due studiavano tra mille pause. E ancora ballavano in discoteca, pedalavano sulle biciclette, fumavano una sigaretta a loro volta mentre guardavano le luci notturne di Forlì, dal Balcone della Romagna; infine erano adulti, persi nei ricordi di quell’amicizia universitaria e incapaci di nascondere un sorriso nostalgico.
Intanto Ivan e Simone, quelli veri, cercavano di suscitare una buona impressione nell’altro, ignari del tripudio che si svolgeva a pochi centimetri dalle loro teste.
Aspettavo con trepidazione altre scene, ma il primo gettò la sigaretta, seguito dal secondo. L’allucinazione scomparve tanto velocemente quanto era apparsa. Avevo immaginato tutto? “Oppure hai fumato anche tu, e non una semplice sigaretta.”
Neanche prestai attenzione ai due che rientravano in aula, né all’occhiataccia di Ivan. Il tempo di sedersi e iniziarono a bisbigliare tra loro. L’argomento di conversazione? Scontatissimo: se avessi osservato le spirali più a lungo, e se quelle anticipavano davvero il futuro, non dubitavo che avrei visto le miniature discutere sull’inquietante ragazzo che li fissava.
Nessun altro fumo sembrava trasformarsi. Forse le mie percezioni – se così potevo definirle – si attivavano soltanto durante la nascita di nuove amicizie. Così vagai con lo sguardo in cerca di un fumatore spaiato. Detto, fatto: alla sinistra dello spazio appena lasciato, un ragazzo pelle e ossa si accaniva sull’accendino. Provò ad accenderlo una volta, e un’altra, e un’altra ancora, ma niente.
«Vuoi?»
A parlare era stata una ragazza in disparte, con una mantella scozzese sulle spalle. Allungò lo Zippo, il sorriso teso su un volto rosso quasi quanto la parete alle sue spalle. Il magrolino si tolse la sigaretta preconfezionata dalla bocca e la portò all’altezza del petto, ma si ritrovò l’accendino davanti alla faccia. E viceversa. «Scusami» ridacchiò lei, ormai indistinguibile dal colore della parete. In un guizzo fulmineo individuò il bastoncino tra le dita e l’accese – per poco non gli bruciò il pollice.
Nei minuti successivi balbettarono, si chiesero scusa una dozzina di volte, e non esisteva frase uscita dalle loro labbra che non fosse di una noia mortale. Perfino i loro nomi erano soporiferi: Bruno e Rossella. Per un po’ non accadde nulla – avevo immaginato tutto, ovvio –, finché le spirali non si aggregarono nelle miniature.
Mini-Bruno e mini-Rossella rimanevano immobili. Niente strade né piazze, né tantomeno discoteche. Quando uno sfondo sembrava materializzarsi, subito scompariva. Forse spazzato dal vento, come suggerivano le oscillazioni dei capelli di lui e della mantella di lei…
Poi le miniature fluttuarono l’una verso l’altra.
Le gambe immobili, le mani giunte dietro la schiena, arrivarono così vicine da stringersi la mano. Una folata di vento più forte delle altre imperversò sulla scena: due scintille si liberarono dalle braci delle sigarette e finirono per una frazione di secondo nei petti grigi sovrastanti, dove brillarono; poi i puntini luminosi volarono oltre e si estinsero nell’aria primaverile.
Privati del cuore, i simulacri si abbracciarono nel vento che li disgregava via via. Un po’ per la staticità del quadretto, un po’ per la monotonia della conversazione, distolsi lo sguardo. Soprattutto, non volevo sembrare un pervertito: Rossella aveva un sedere da pornodiva, anche se ogni suo gesto suggeriva castità assoluta. “Beato Bruno.”
Ero stufo di assistere a nuove amicizie e storie d’amore mentre io rimanevo seduto a far nulla. Quanto mancava alla fine della pausa? Le dita che tamburellavano sul manuale, il piede che batteva sotto il banco, mi voltai e individuai una ragazza seduta due posti più in là.
Non era bella – il naso ricordava il becco di un rapace, i vestiti informi nascondevano un fisico non certo all’altezza di quello di Rossella –, ma non potevo fare il difficile. Le avrei chiesto il nome, tutto qui.
Poggiai il gomito sulla sedia al mio fianco, mi allungai verso di lei e…
«Cosa? Ma sei matto?»
L’urlo mi colse alle spalle, ed ero così teso per quel primo approccio che sussultai dalla testa ai piedi. Un tempismo nefasto. E la ragazza-rapace mi vide, ovviamente. Il tutto nel giro di un paio di secondi. Continuare o non continuare? Parlarle o non parlarle? No, ritirata. E volevo proprio sapere chi avesse urlato così sconsideratamente.
Oltre la vetrata, un grassone sedeva sul gradino, con una ragazza che lo sovrastava. «Zitta!» continuava a ripetere, e gettava occhiate all’interno dell’aula. «Abbassa la voce, cazzo.»
«Ma ti sei visto? Una canna all’università!», e scoppiò a ridere. In effetti il fumo appariva più bianco, denso. «Bea, vieni! Avevo ragione, è una canna. Non so se ’sto tizio sia un genio o uno scemo.»
«E io non so come fate a seguire due ore del genere senza spararvi nei coglioni. Ah, sì, ora che ci penso.»
I tre continuarono a scherzare e si presentarono – Tommaso, Eugenia, Beatrice –, poi gli schiamazzi attirarono una terza ragazza, la giacca rosa così sbottonata e la gonna talmente corta da sembrare nuda. Senza dire una parola, allungò il palmo aperto. «Dammene una. Subito!», e via con altri schiamazzi delle galline.
La terza ragazza, Valeria, piegò le ginocchia e sollevò il mento. Tommaso le ficcò la canna in bocca. Intanto sopra di loro le miniature si ammucchiarono in un rettangolo. Un picnic? Un pigiama party?
No, stavano palesemente scopando. Il simulacro di Tommaso spiccava al centro con le braccia lungo la spalliera del letto, le ragazze lo circondavano: Eugenia e Beatrice ai lati, Valeria di fronte. La terza era china sul suo… coso, le altre due premevano le tette sul corpo del grassone, gli stringevano i capezzoli, gli leccavano le guance. Un’orgia in miniatura ricreata da un fumo così denso da sembrare liquido.
Valeria avvolse le gambe intorno alla testa di Tommaso, ci poggiò il sedere, gli leccò i piedi; lo prese da davanti, da dietro, a testa in giù. A volte lasciava il posto a Eugenia o Beatrice per dedicarsi all’altra, ma rimaneva lei a dominare – come il fumo bianco disgregava quello grigio. Beatrice reggeva il gioco: tutta la timidezza della controparte reale era scomparsa su quel letto bitorzoluto.
Ormai stanchi, si abbandonarono sulle coperte sfatte e si addormentarono.
Abbassai lo sguardo su Tommaso. Mi fissava, il volto che spuntava fra i tre fondoschiena. Sorrise. Con un gesto furtivo, alzò la mano libera e poggiò l’indice sulle labbra: sssh.
Cosa intendeva, quell’imbecille? Dovevo mantenere segrete le depravazioni a cui avevo assistito, o non disturbare le miniature che dormivano? Impossibile, Tommaso ignorava le mie percezioni. (Soltanto a casa, a mente fredda, capii che si riferisse alla canna.)
Pensai di approcciare la ragazza alla mia sinistra chiedendole proprio questo, se anche lei scorgesse le scene nel fumo, ma avrei fatto la figura del folle. Probabilmente lo ero. E di fronte alla spigliatezza del quartetto chiederle il nome non mi sembrava più una buona idea.
“Quasi quasi inizio a fumare anch’io.” Che ingiustizia, soltanto perché ci tenevo alla salute rischiavo di rimanere solo come un cane. E danneggiare consapevolmente i propri polmoni era stupido quanto i fumatori: Ivan e Simone incarnavano la banalità assoluta; Bruno e Rossella avrebbero addormentato un’orda di insonni; Tommaso e le tre galline… Non sapevo se fosse più usa e getta il loro amore o le sigarette che avevano in bocca.
La professoressa stava già battendo al computer. Aprii Fondamenti di sociologia, pronto a rinnovare la solitudine per un altro semestre. Mentii a me stesso dicendo di riprovarci il giorno dopo, come da un anno a quella parte, e mi scusai con Bauman per aver reiterato la procrastinazione della società consumistica.
“A meno che…”
Avevo la soluzione sotto gli occhi: se il fumo riguardava una platea del venti, trenta per cento, con la bibliografia dell’esame potevo rivolgermi letteralmente a chiunque. E un testo universitario sarebbe stato un espediente più prestigioso delle futilità rollate nella canapa o in chissà cos’altro.
Non c’era tempo per pensare. Dovevo agire, ora.
«Ciao!»
La ragazza alzò gli occhi dal cellulare e mi fissò. «Ciao.»
«Posso farti una domanda? La lezione di oggi copre i capitoli su Simmel, Alberoni e Foucault. Però il sottoparagrafo due punto quattro l’abbiamo saltato, va studiato lo stesso?»
La professoressa avrebbe spiegato lo stato nascente venerdì prossimo, per collegarlo a Weber. Sperai che la ragazza ne fosse al corrente, così da saper rispondere alla domanda, ma un’informazione del genere avrebbe potuto smascherare la recita.
«Già hai comprato il manuale? Uno studente modello.»
«Mi aiuta a rimanere concentrato, soprattutto a quest’ora del mattino.»
«A chi lo dici.» Rise. «Comunque non so se quel paragrafo sia da studiare o meno, mi spiace. Prova a chiedere alla professoressa.»
«Farò così, grazie.»
Tornai al manuale e sfogliai casualmente qualche pagina. No, non poteva finire così. «Ti piace il corso?»
Intanto lei era tornata a scrivere sul cellulare. «Sì, dai. Cioè, abbastanza. Tre ore la mattina sono devastanti. A te?»
«La bibliografia è esagerata per un esame da sei crediti, ma abbiamo Fondamenti di sociologia in comune col corso di ricerca sociale. Un libro in meno da studiare, e di oltre trecentocinquanta pagine.»
«Fantastico, non lo sapevo.»
«Comunque… Riccardo, molto piacere.»
Forzò un sorriso e mi strinse la mano. «Lara.»
Ero così proteso che stavo perdendo l’equilibrio. Lei, invece, rimaneva composta sulla sedia a fissarmi dall’alto. “No, così non va.” Se volevo che la conversazione decollasse dovevo inventarmi argomenti slegati dall’università. D’altronde i fumatori non avevano mica parlato per tutto il tempo di sigarette e accendini. Pensavo a questo, quando Lara chiese: «Sei una matricola?»
Annuii, le guance paralizzate.
«Lo sapevo.»
«Da cosa l’hai capito?»
«Ti impegni, credi che prendere bei voti servirà a qualcosa. Invece l’unico vantaggio della laurea sarà scrivere una riga in più sul curriculum. In sociologia, poi!» Rise, una di quelle risate che scioglie il volto per adattarlo al contesto sociale. Vista da vicino non era poi tanto brutta.
«Il cosiddetto camping dove piantare la tenda.»
«Esatto» finse di ricordare la frase della lezione precedente. «Io sono fuoricorso, sarà la terza volta che frequento storia della sociologia.»
Proporle un’uscita in aula studio? Troppo presto. Tra qualche minuto, forse… «Non essere pessimista, durante i colloqui possiamo studiare l’esaminatore per entrare nella sua testa e farci assumere. Conosciamo l’essere umano meglio di chiunque altro.»
«Certo che ne hai, di fantasia.»
«All’inizio pensavo di iscrivermi a Lettere, Bologna.»
«La città della perdizione: alcol, fumo. A proposito, hai visto?» Accennò con la testa alle mie spalle. «Quel ragazzo là fuori si sta fumando una canna!»
«Fumo? Non mi serve, riesco a rimorchiare anche senza. Odio le sigarette, figuriamoci le canne. Preferisco frequentare persone serie.»
«Mi dai della stupida? Io ho smesso l’anno scorso!»
«Non sei più una stupida perché hai smesso. Benvenuta nel club degli intelligenti!» sghignazzai, ma lei serrò le labbra. «Cioè, non intendo che chi fuma sia stupido.»
«Ovvio. Posso guardare il manuale?»
Lo prese e iniziò a sfogliare le pagine. «Accidenti, com’è scritto fitto. Ma l’hai già sottolineato! Che righe precise.»
“Utilizzo il righello” avrei voluto rispondere, ma ero troppo concentrato sulla brutalità con cui lo maneggiava. Scorreva il taglio col pollice – è così che si formano le linee di sporco, impossibili da cancellare –, la copertina piegata in una “U” perfetta. L’angolo inferiore di pagina quattro si stropicciò.
Intanto mi parlava dell’ultimo appello, di una domanda che reputava impossibile e della copisteria economica in via Pellegrino Laziosi, ma io rispondevo a monosillabi. Ogni fruscio era uno squarcio sulla pelle, ogni pressione sulla rilegatura un dito torto all’indietro.
La carta scorreva così rapida da formare un blocco bianco intervallato da linee grigie – i bordi delle pagine in verticale, la grafica esterna dei capitoli in orizzontale –, creando quadrati, tantissimi quadrati sormontati dal rettangolo delle testatine laterali. Un reticolo identico alle mattonelle sotto i nostri piedi, invece il rettangolo sopra… sì, sembrava proprio… «Quanto l’hai pagato?» Alla ricerca del prezzo, Lara piegò la copertina in modo così innaturale che le mie congetture si volatilizzarono.
Interpretò il mio silenzio come una tensione latente. All’improvviso silenziosa, chiuse Fondamenti di sociologia e me lo porse. Tanta era la foga con cui volevo riprenderlo che mi gettai in avanti. Lei si tirò indietro, col risultato che aprì il manuale, io lo afferrai non per la copertina, ma per una pagina, quest’ultima si strappò e il libro cadde sul pavimento con un tonfo.
«Eddai! Stai attenta, cavolo.»
«Sei tu che l’hai preso male!» Avvampò per l’emozione che avrei sostituito volentieri con un’altra. «Scusami.»
«Non sai neanche sfogliare un libro.»
Mi chinai tra i banchi e afferrai il manuale. “Ma che mi è preso? Trattare male una ragazza… per una stupida pagina?”
«Scusami tu, hai ragione.» Riemersi in superficie. «Una pagina in meno da studiare!» Risi, ma la schiena gobba trasformò la risata in un colpo di tosse. «Se ti va possiamo andare in aula studio, uno di questi giorni.»
«Preferisco studiare a casa.»
«Ti farebbe bene, con me riusciresti a…»
«A…?» Tra rossore e sopracciglia aggrottate, il suo volto non era più quello di un rapace, ma di un diavolo.
«A sbrigarti. Con gli esami, intendo. Io ho la media del ventinove, ventinove virgola sette, per la precisione, quindi se ti aiutassi…»
«Ma sei scemo?»
«No, cioè…»
«Okay, la pausa è durata anche troppo.» Le parole della professoressa calarono come un tagliacarte. Mi domandai se Lara volesse terminare la conversazione, rivolgermi un’ultima occhiata, fare qualsiasi cosa che non esprimesse disprezzo nei miei confronti; il suo sguardo verso la cattedra suggeriva il contrario. Sconfitto, mi ritirai al mio posto.
La professoressa continuò a spiegare sociologi di cui ormai non mi importava più nulla, Ivan e Simone tenevano i cellulari nascosti sotto al banco per mostrarsi meme, Bruno e Rossella seguivano la lezione dritti come un palo, ma felici per il nuovo legame, e Tommaso, Eugenia, Beatrice e Valeria venivano rimproverati di abbassare la voce almeno ogni cinque minuti. “Distrutto. Anche le sigarette si consumano, ma quelle…” Una goccia di sangue colò dal taglio sul mio indice allo strappo sulla pagina.
Al termine della lezione, Lara si dileguò senza salutarmi. Stanco di me stesso, degli altri e della vita, trassi un sospiro coi miei polmoni mai intaccati dal fumo. Quella notte sognai. Mi trovavo ancora nell’aula universitaria, a osservare fumatori più rarefatti della loro estensione consumistica.
“Come faccio? Come faccio a parlare, senza una sigaretta che mi apra la bocca?” Abbassai gli occhi su Infondatezze di sociologia. Se le sigarette producevano tutto quel fumo… figuriamoci un libro di trecentocinquanta pagine.
In piedi tra i banchi, Infondatezze di sociologia nella mano sinistra e l’accendino magicamente materializzato nella destra, avviai la miccia e bruciai l’angolo esterno. Le fiamme si propagarono sulla copertina e sulle pagine. Mi avrebbero scottato le dita, senza invulnerabilità al calore. L’impianto antincendio? Inesistente. Tutto spianava la strada al mio trionfo.
La professoressa e gli studenti, Lara compresa, si voltarono a guardarmi. Finalmente avevo l’attenzione di tutti, e senza il vantaggio di essere un fumatore. Mi sentii un genio.
In quel fumo denso e pesante, annerito dalla plastica della copertina che bruciava, chiunque avrebbe potuto scorgere qualsiasi attività dello scibile umano: dallo studio sfrenato alla scrittura di un saggio a quattro mani, dalle partite a scacchi alle mostre di pittura, dalla scalata dei ghiacciai alle immersioni subacquee; e ancora dalle lettere d’amore al primo bacio sotto la pioggia, dal mutuo alla scelta dell’acquario, dall’orgasmo triplo al matrimonio con figli – un maschio e una femmina, Pietro e Corallo. Una ragazza distolse lo sguardo, seguita da altre due. Poi quattro ragazzi, altri otto, tutta la classe. Lara compresa. Tornarono a rovistare negli zaini e nelle borse e a ridacchiare tra loro, come se io non fossi mai esistito. Cos’avevo sbagliato, stavolta?
Un’intuizione inconscia – di quelle che si hanno nei sogni, o negli incubi – mi suggerì che rifiutavano il mio incendio per la stessa ragione che ha distrutto la società solida: la pesantezza.
Lorenzo Cappelli
Lorenzo Cappelli nasce ad Ascoli Piceno il 1° gennaio 1997. Laureato in comunicazione ed editoria, ha lavorato nel Gruppo Mondadori come editor. Suoi racconti sono apparsi su CrunchEd e Neutopia.



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