A cura di Giuseppe Fiore
Atlanta. Forse per una storia del genere sarebbe servito un cielo cupo, ma il 7 luglio, ad Atlanta, il cielo era sereno. C’era molto vento, come sempre, prima delle battaglie memorabili. Anche se, come nel fosso di Helm, la pioggia avrebbe reso il tutto più poetico: le gocce d’acqua che cadono dai capelli o dalle fronti dei protagonisti rilasciano un forte senso di epica all’immagine.
Nonostante lo stadio sia ormai diventato un luogo con tetti retrattili che si possono chiudere e aprire a piacimento, eliminando così la variante pazza del tempo, abbiamo assistito a una partita che, comunque andrà, rimarrà storica.
L’epica non va cercata in cielo o nel clima, l’epica di quello che è accaduto ieri si è racchiusa nel prato verde per 98 e più minuti. Chi ieri si è seduto davanti la tv per assistere all’ennesima facile passeggiata di Messi sarà rimasto sconvolto, come chi va in sala immaginando di vedere una commedia e si ritrova, con la bocca che tocca il pavimento, davanti a un thriller psicologico che non ti lascia il tempo di respirare.
Se guardiamo alle premesse della partita con questa prospettiva tutte le certezze precedenti crollano. Se Messi fino alle 17, ore italiane, era in pieno controllo del suo mondiale, della sua squadra e, a questo punto, della sua carriera, nel gioco è sembrato in balia di qualcosa più grande di lui. Il 10 argentino non è stato il protagonista assoluto, l’eroe, il One punch man quasi annoiato per il troppo controllo che esercita su ciò che gli sta intorno, ma è stato un personaggio in balia degli eventi, è stato Howard Ratner in Diamanti Grezzi (2019, A24, fratelli Safdie).

New York. Diamond District. La gioielleria è un buco minuscolo da cui si accede solo attraverso una porta elettrica che fa un rumore assordante. Quelle quattro mura, piene di oggetti belli e lucenti, sono la perfetta rappresentazione del campo, il 7 luglio, ad Atlanta. Cento metri di terreno, pieno di talenti, che, per il 10 argentino, si sono fatti minuscoli, una gabbia da cui si poteva uscire solo facendo aprire una porta che avrebbe stordito tutti quelli intorno.
Howard è costantemente braccato da questi creditori a cui deve soldi. Il film altro non è che un viaggio adrenalinico con la macchina da presa che segue il gioielliere ebreo nell’evitare i creditori. Il film funziona a livello psicologico proprio come una scommessa, la stessa adrenalina che Howard prova giocando, la prova lo spettatore, la partita è la sua stessa vita. Così, in quel terreno verde, il 10 argentino provava, ancora una volta, a fare Dio in mezzo agli uomini, mentre noi, seduti sulle poltrone, facevamo scommesse sulla riuscita di questa ennesima impresa.
21° del primo tempo. Messi era sul dischetto, tirava, Shoiber parava, si chiudeva quella porta elettrica facendo un rumore assordante. Un fischio continuo che non sembrava poter scendere, perdere di forza, nelle orecchie di tutti gli argentini presenti in campo. Dio stava cadendo. È il mondiale, questo, della caduta delle divinità. Dei che hanno fatto la storia negli ultimi venticinque anni e che ora, anziani, sembrano non essere più onnipotenti.
Gli occhi di Messi nei lunghi cinquanta minuti che seguono quell’errore, sono gli occhi del nevrotico Howard quando comprende che i creditori si trovano ormai dentro il buco del suo negozio, che hanno le mani sulla sua camicia e lo mettono di testa alla finestra per riavere i soldi. Sono gli occhi di chi ha avuto tutto e poteva fermarsi lì, come un Dio che ha vinto, può rimanere onnipotente per sempre, ma decide di scendere e provarci di nuovo, provare a dimostrare di essere ancora superiore. Mi chiedo, perché?

Howard poteva avere tutto, aveva una famiglia, una moglie, dei figli, un negozio che rendeva, eppure la nevrosi di partecipare, di non poter accettare di essere arrivato, di essere fermo, lo costringe a giocare e scommettere ancora, a perdere e chiedere altri prestiti, perché solo così è vivo. Messi, nel 2022, è stato sul tetto del mondo, sia a livello letterale, è stato campione del mondo, sia a livello di concetto, di carriera, era ciò che gli mancava per essere consacrato a Dio, ciò che la gente gli recriminava. Poteva fermarsi, essere il migliore di sempre e aspettare lì, seduto su quel trono, guardando le battaglie che gli altri avrebbero combattuto per superarlo e invece, ieri pomeriggio, era ad Atlanta e al 21° ha perso lo scettro, la corona o quello che rende Dio onnipotente. L’adrenalina da vittoria muove queste due maschere nello stesso identico modo.
Per gran parte della partita Messi è stato Howard, inseguito da creditori con le maglie dell’Egitto che andavano tremila volte più forte di lui, più in palla, sul pezzo, con le gambe forti e gli occhi sempre in movimento. Come per Howard, però, è la stessa porta, lo stesso fischio, a diventare salvifico. Howard, grazie a una gabola elettrica, riesce a chiudere fuori i creditori e guardare la partita che gli farà vincere una barca di soldi, rendendolo ricco. Così quel fischio, quella caduta ormai prossima di un Dio e del suo popolo, al minuto 79° finisce e la testa torna a funzionare. Messi ha piazzato un cross diretto sulla testa di Romero e la partita si è riaperta. Lo scettro, come nei migliori film d’azione, si riavvicinava e il protagonista sentiva il potere tornare da lui.
Così, a un passo dalla caduta, entrambi si rialzano. Howard, insieme allo spettatore, guarda la partita dei Boston con una furia incredibile, esultando a ogni punto e quando ormai è chiaro che la scommessa sarà vinta, lo spettatore stesso sente una scarica di adrenalina dentro di sé. Così ieri, dopo il goal di Romero, chi guardava era consapevole che sarebbe accaduto, che la partita non sarebbe finita lì, ma c’era troppa adrenalina nel corpo del numero 10 per non cambiarla. Così, qualche minuto dopo, palla in mezzo del 10, ribattuta dentro, mischia in area, palla che rotola e il colpo di Dio che tira di forza e si infila dentro. 2 a 2, tutto da rifare. Howard ha i soldi per pagare i creditori, Messi ha riacquistato lo scettro e quel 21° minuto sembra solo un ricordo in bianco e nero.
L’Argentina ha vinto la partita, con goal di testa di Enzo Fernández e anche se Messi non ha meriti in questa azione, primo goal su azione del mondiale senza lo zampino del 10, l’impressione è che l’onnipotenza di Dio, ormai, riguardi anche i suoi compagni e ogni singolo scarpino che indossano. Solo che il film, come il mondiale, non è finito.
Una volta riaperta la porta, diventato ricco e con la possibilità di mettere fine a ogni debito che ha, i creditori, rimasti bloccati fuori per tutta la partita, entrano e con una scena fredda, veloce, priva di phatos, sparano in testa al gioielliere, mettendo fine al film. Così lo spettatore, che ha tifato per una persona priva di ogni valore come Howard, che ha scommesso ed esultato con lui, viene freddato in un secondo. Mi sono chiesto se questo non sia il caso del numero 10. Se questo enorme sforzo, da parte nostra e da parte sua, di dare ancora una volta, dimostrazione al mondo di onnipotenza, possa non bastare più. Che sia la Svizzera, l’Inghilterra, la Norvegia o la Francia, un creditore incazzato entrerà in quel campo verde, sbattendo la porta, e sparerà in testa a Dio, lasciando che di lui rimanga l’ultimo incredibile ricordo dell’assurda impresa contro l’Egitto.
Giuseppe Fiore
Giuseppe Fiore è nato a Matera nel ’98 e ora vive a Parma. Ha pubblicato racconti su varie riviste letterarie, da 4 anni è redattore della rivista Narrandom.
In copertina un frame da Diamanti grezzi (dir. Josh e Benny Safdie, 2019)



Rispondi