A cura di Maria Rosaria De Santis
Di recente ho smesso di fotografare il mio viso. Non so dire il perché: prima mi piaceva, poi ho iniziato ad avvertire grande antipatia sia verso il rituale dell’autorappresentazione in sé (sbloccare il cellulare, inquadrare il mio volto con la telecamera interna, scattare) sia nei confronti dei suoi risultati (la mia immagine impressa sullo schermo, spesso destinata a essere pubblicata sui social).
Per questo ho aspettato con ansia che uscisse la nuova raccolta di racconti di Francesca Mattei. Già dal titolo, Come si smette di avere una faccia. Variazioni sul corpo (effequ, 2026), prometteva di offrirmi qualche spiegazione o, almeno, di consolare una tendenza ad accettare e supportare la cancellazione della mia immagine – e di me stessa? – che mi sembra anacronistica, oltre che priva di energia vitale. Partecipare ai rituali pubblici è una prova tangibile dell’essere al mondo.

Cecilia, protagonista de “Il pigolio”, vive completamente isolata, nel suo appartamento minuscolo. Allontana la realtà nascondendosi nei documentari e nel fumo, si rende interessante con i tizi conosciuti online citando artatamente Heinrich Böll. La scena di Opinioni di un clown, richiamata da Mattei, è triste e acquatica come i quadri del periodo blu di Picasso: il clown, il cui vero nome è Hans Schnier, piange nella vasca da bagno, solo nel suo appartamento dopo l’abbandono della donna di cui è innamorato. Anche Cecilia ha rapporti sporadici con ciò che esiste al di fuori delle quattro pareti che rafforzano il suo proposito di sparizione. Come in Opinioni di un clown, nel racconto di Mattei, la realtà è l’ombra scura di uno squalo che corre a pelo d’acqua e il reale entra nella vita di Cecilia attraverso i media che tutti utilizziamo per addormentare i pensieri: video YouTube su episodi di attualità e serial killer, serie tv e chat sui social con persone che, probabilmente, neppure esistono. Il contatto di Cecilia con il mondo esterno sono le fotografie che scatta al suo viso e al suo corpo. È pur sempre, mi dico, un modo di esistere. Ma lo sguardo altrui è un narratore attendibile? È il rapporto con l’esterno – con gli spaventosi altri – che certifica l’esistenza di una creatura?
Nel racconto che quasi dà il nome alla raccolta – “Una faccia” – Mattei, parlando di un amore finito, scrive:
[…] è tutta la vita che provo a cancellarmi la faccia eppure niente funziona. Più la guardo e più diventa brutta e più diventa brutta più mi sembra mia. E vale anche il contrario. Che sia bella non importa, voglio solo farla sparire. Invece le tocca portarsela in giro per strada, nei negozi, al lavoro, nel letto sotto le coperte. E quella è la parte peggiore, quella nella quale torna a casa dopo una giornata in mezzo alla gente, e la sua faccia varca la soglia con lei. Può accettare di trascinarsela dietro nello spazio pubblico, quello abitato dalle altre persone con i propri visi, quello che non le appartiene più di quanto non le appartenga la zavorra sopra il collo. Ma una volta rientrata nel suo appartamento, il dolore di sapere che quella cosa le rimarrà appiccicata addosso è insopportabile. E non tanto perché invada uno spazio intimo, ma perché ad affrontarla sarà sempre sola.
Pochissime tracce della persona amata compaiono nel racconto: solo accenni su una poesia, frammenti di vecchie conversazioni.
Il “dolore” di avere una faccia proviene dagli altri solo in misura marginale, perché non deriva da un attacco esterno ma è frutto di un’esposizione costante al mondo in cui tutto vortica e in cui la perdita inevitabile di ciò che amiamo, amore che tristemente ci definisce, è un’erosione lenta delle nostre versioni precedenti e, dunque, una cancellazione crudele dei pezzettini che, quella faccia, la compongono. Il futuro può regalare nuovi incontri (bisogna pur che il tempo passi, bisogna pur che il corpo esulti, dice Battiato) ma gli amori insostituibili ci hanno reso ciò che siamo. La consapevolezza di aver perso qualcosa, la stessa che porta a ritrovarsi di fronte allo specchio a porsi la domanda della protagonista, “Come si smette di ricordare una faccia?”, conduce a sentire il corpo che si dipana nel tempo e lo attraversa, scomponendosi in frammenti animaleschi – sangue, pelle, faccia – simili agli organismi inconsapevoli che popolano le foreste.
E all’improvviso una foresta appare, quasi insospettabilmente, e insieme uno stile selvaggio, arcaico, in una raccolta per il resto ancorata, per linguaggio e argomenti, al contemporaneo: è la storia di una strega che vive in un bosco, emarginata dal resto del villaggio, e dei suoi figli nati dalle ripetute violenze da lei subite. In “Ogni tanto qualcuno mi trova” gli incontri della strega con il villaggio e, dunque, con la civiltà sono fonte per lei di vergogna e paura. L’isolamento è una forma di sparizione, mi dico, e la strega rifiuta di normalizzare la propria identità per renderla commestibile agli altri, che si avvicinano a lei in maniera rapace e cattiva.
La buona letteratura cerca di rispondere a degli interrogativi comuni all’essere umano, usando l’artificio della prima o terza persona pone quesiti universali. Mentre la sera scrollo provando un fastidio crescente, la cui fonte per me rimane misteriosa, penso che una delle possibili domande, in un tempo di identità spezzettate tra realtà fisica e rituali digitali, potrebbe essere: come si smette di avere una faccia?



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