No, non è un saggio critico (ne abbiamo già tantissimi e l’abbondanza non è fertile).
C’è un mondo, e forse la possibilità di abitarlo in frontiere liquide affascina… più vero, come per il protagonista di Mounsieur Pain, è che il mondo a volte crolla sotto i piedi e il nostro passaggio è caratterizzato da luoghi lasciati alle spalle, persone che se ne vanno senza dire addio, tu che te ne vai senza salutarti – accade ne “I detective” (Chiamate telefoniche): due poliziotti parlano di un detenuto arrestato in tempi non sospetti, in carcere si è guardato in uno specchio frantumato e non è riuscito a riconoscersi. Pochi autori come Roberto Bolaño (1953-2003) sono in grado di far sentire addosso il freddo dei momenti tra – Sherwood Anderson – delle parentesi e degli incisi, dei vertiginosi corridoi di un hotel, della paura che porta a osservare le cose dall’alto. E non vi è nulla di simbolico, nulla, neanche nel linguaggio figurato che possiamo incontrare in qualche sua pagina – e ora non me ne vengono in mente. È una questione di valenza, di valore, di coraggio; in spagnolo si dicono allo stesso modo, in italiano sono rete semantica per cui un singolo oggetto, una strada stretta assumono il punto di vista degli spettatori; e il coraggio? Quando stavo per laurearmi scelsi una frase, proprio di Bolaño, per ringraziare la mia relatrice, tra l’altro firma di Piste di un naufragio. Cartografia di Roberto Bolaño, uscito nel 2014 per le Edizioni Arcoiris; c’era scritto, nella mia pessima calligrafia, “Gli alunni di Amalfitano capirono che il più grande insegnamento della letteratura è il coraggio” – l’avevo tradotta su due piedi e su due piedi la riporto. Ci credevo davvero in quelle parole, e ci credo ancora, nonostante i lavori precari, i turni di dodici ore pur di (tra poco non avrò nemmeno più vent’anni), tanto da aver iniziato l’editoriale della rivista con lui (magari adesso lo avrei conosciuto, ne sarebbe stato felice, o forse no): con le forze centrifughe e centripete alla base del mio concetto di “fuga” – non si è in grado di portare nulla da nessuna parte, se non si comprende da dove viene.

E l’atto di comprensione è il più doloroso, quando già è avvenuta la discesa nelle relazioni testuali e intertestuali non immediatamente riconoscibili sulla superficie, restano le cose per quello che sono – un tavolo, sacchi di alimenti liofilizzati, le lenzuola di un motel accanto alla stazione. E le mappe sfoderate ne Il terzo Reich – la dannazione di quei posti che cambiano continuamente, si muovono da soli, quelle città che oggi diremmo postmoderne, Girona (non ci vivrei) e la Roma (che invece conosco, e nel suo ritratto mi ritrovo molto di più) di due fratelli che hanno perso tutto: Bianca fa la shampista in un quartiere della capitale, potrebbe essere il Quarticciolo, oppure la Collatina, molto probabile uno degli anfratti pasoliniani, dopotutto Un romanzetto canaglia è nato come un esperimento, (simile alla call che organizzeremo più avanti): scegli una metropoli e inventaci sopra una storia e Bolaño sembrava apprezzare l’opera di Pasolini, tutti la apprezzano (solo a me non sempre convince), ma Pasolini su una cosa aveva ragione, pur con i suoi personaggi pretesto (e non lo dico io), quando segue le vicende del Riccetto in Ragazzi di vita, i luoghi non cambiano, e quindi non ti possono mancare, aggiunge Bolaño, sei tu che cambi e non li vedi più allo stesso modo, quindi i luoghi ti cambiano, ahimè, è così, e ti raccontano – in “Compagni di cella” Sofia è nuda come le pareti; e il purè di patate? Sono umilianti, i luoghi, non c’è altro da dire; Pron sceglierà un’immagine simile in Domani avremo altri nomi – e forse sì, è lì che ti mancano, mentre ti deformano nei loro specchi, come in un quadro di Bacon o in un libro di Auster – Quinn, nell’adattamento a graphic novel di Città di vetro viene inquadrato dall’alto: una sagoma bianca riassorbita da un nero profondo, dopo una telefonata in piena notte. Come può il filo di un telefono reggere il peso di una vita? Non sempre ci sono altre opzioni.
Claudia Putzu



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