Dalla propria fuga a volte ci si redime, altre volte quel sentimento d’abbandono nei confronti dei luoghi d’infanzia ci incatena contro la nostra stessa volontà verso tutti quei posti dai quali avevamo deciso di scappare. Il discorso della fuga dall’isola, per dire, è sempre stato un tema vivido nella mia esperienza personale, o in quella condivisa nel macrocosmo letterario che racconta la periferia, la marginalità. Ma questo non è il caso di Malefica, il coraggioso esordio di Nicole Trevisan pubblicato qualche mese fa da Fandango, che declina in maniera cruda e chirurgica l’esperienza del ritorno nei propri luoghi natii mantenendo uno sguardo lucido e intransigente su chi rimane, su chi, per certi versi si arrende. Malefica inizia proprio con un ritorno. Un ritorno alle origini, quello di Aurora, in un Veneto che non è più lo stesso, ma che mantiene insieme tutti quei paradigmi sociali che la protagonista pensava di aver abbandonato dopo il suo trasferimento a Roma. E sarà a causa di un decesso ‒ la morte improvvisa di un suo amico storico ‒ che la protagonista si ritroverà ad affrontare tutte le dinamiche interne e famigliari che negli anni di lontananza sembravano essersi anestetizzate. Il libro ci espone a una realtà crudele. Una realtà senza mediazioni. Il ritorno, il fallimento, la conquista dei propri spazi, la conquista estenuante della personale identità, i ricordi come ancora il presente. Un esordio che senza dubbio colpisce, ed è per questo che ho deciso di fare qualche domanda a Nicole.
A cura di Diego Frau
D. F. Com’è nato il tuo progetto? Avevi in mente un’immagine in particolare?
N. T. Era settembre 2022, quando ho deciso di scrivere Malefica. Avevo solo il titolo e l’idea di raccontare come fosse il presente per le ragazze della mia età, in Veneto. Uno spunto minimo, ma che nasceva da tante conversazioni tra amici. Cominciavamo a sentire il peso dei trent’anni, delle aspettative che ci eravamo costruiti e che avevamo ereditato, dei cambi di direzione necessari, ma che affaticavano. E mi domandavo come riuscissimo a rimanere stabili (non lo eravamo). Cosa sarebbe successo se, anziché cercare di essere ragionevoli, onesti, in sintesi brave persone, non avessimo invece lasciato prevalere una scintilla sempre presente, ferocissima, che voleva solo distruggere. La rabbia di Aurora è amplificata, ma è assunta dal reale, è la stessa che ti fa uscire dalla macchina con la voglia di spaccare il parabrezza allo sconosciuto che parcheggia male. Ci sono tracce di dinamite nella nostra società, ho voluto raccontare una donna che non ha paura di bruciare. La voce che ho scelto per raccontare il romanzo è simile a quella provata in uno dei miei primissimi racconti, Io e Roberta V. dove una preadolescente aspra e ironica combatte contro la sua migliore amica e i minimi tradimenti di quell’età. La trovavo molto tenera. Si adattava a una storia più estesa che indagasse il precariato economico, affettivo e sociale, credevo, e ho proseguito in quella direzione. Fino a concludere il romanzo.

D. F. Qual è la scintilla che ha generato i tuoi personaggi: sono nati tutti da uno stato d’animo, da un’emozione, o hai provato a far riverberare in loro un tema?
N. T. I personaggi di questo libro non sono nati tutti dalla stessa matrice. Isabella, Andrea e Sofia, ad esempio, costruiscono con Aurora, la protagonista, un intreccio fondamentale per l’andamento della trama e ho cercato un bilanciamento tra le forze che rappresentano. Soprattutto, hanno un peso i rapporti che creano tra loro e i ruoli, le assenze reciproche che li definiscono. Un altro personaggio, Violoncello, che non viene mai chiamato col nome di battesimo, è una figura maschile vicina all’arte e racconta del compromesso richiesto dalla società contemporanea per praticarla; Rebecca è una figura positiva, ma non priva di egoismo e i familiari di Aurora esprimono, in modi diversi, la biografia di un’accettazione del tessuto socioeconomico veneto. Ciascuno dei personaggi racconta il contemporaneo, hanno caratteri e identità che emergono su pagina solo dalla voce della protagonista, trattandosi di una narrazione in prima persona. Lei, diversamente dagli altri, è stata ispirata da uno stato emotivo, la rabbia. Rabbia repressa, impulsiva, rancore che trasforma il linguaggio e la grammatica dei rapporti affettivi. Non di meno, strategia per sopravvivere con il carico di un sentimento deflagrante. Che è potenziale, ma anche di autodistruzione.
D. F. Ci sono autori/autrici, o letture in particolare, che ti hanno influenzato durante la stesura del libro?
N. T. Mi sono tenuta alla larga da Works, iniziato durante la stesura, per non prendere troppo da un libro che dialogava con molti dei temi del romanzo che stavo scrivendo: avere lo stesso cognome di Vitaliano Trevisan non è significativo, fa sorridere, ma una somiglianza eccessiva avrebbe svilito entrambi. Dovevo darmi modo di arrivare alla fine della mia strada, indipendentemente dal suo linguaggio. Era un libro che mi ha fatto sentire vista, nella mia storia personale e nelle mie convinzioni sul lavoro e come questo plasmi il tempo e l’identità. Un altro autore che mi ha influenzato è stato Ferdinando Camon, che in Occidente racconta l’ossessione per la violenza negli anni di piombo in Veneto, il nichilismo estremista dei giovani. Mi sono circondata di letture che scintillassero di rabbia: Le dotte puttane e Scopami di Virginie Despentes, Sangue e viscere al liceo di Kathy Acker, molto Irvine Welsh, per il racconto del sobborgo scozzese (tutti i sobborghi si somigliano). Tra le scrittrici di narrativa italiana contemporanea, preziosissime le voci di Ginevra Lamberti e Veronica Raimo. Cito anche L’acqua del lago non è mai dolce di Giulia Caminito, che con Gaia ha dato un esempio di protagonista sfidante e decisamente scomoda.

D. F. In generale cosa rappresenta per te la scrittura?
N. T. Per molto tempo mi sono negata di scrivere, nonostante amassi farlo sin da bambina. Sono figlia della convinzione che con l’arte non si mangia, e dovevo mangiare. Più che smentire questo assioma – faccenda tutt’oggi complicata – mi sono dedicata ad altro. La scrittura, l’arte in genere, dovevano rimanere relegate all’ambito del tempo libero, dell’hobby, non diversamente da un corso di pittura o uno di pilates. Non riuscivo a concepire la scrittura in questo modo, ci ho provato per anni con i giochi di ruolo testuali, poi con delle cose che scrivevo per me, “per sentirmi meglio”, come si dice, ma la percepivo un’azione limitata rispetto a quello che cercavo. Considero la scrittura un’opportunità di discussione e di confronto politico con ciò che accade nel mondo e per arrivare a comprenderlo ho dovuto cominciare a pensarla qualcosa che andasse oltre il ritaglio di tempo dopo una giornata lavorativa. Studio e mi incuriosisco di una quantità imbarazzante di cose, faccio moltissime domande ai miei amici e conoscenti, provo forme narrative che scarto con orrore, di altre mi innamoro. Scrittura è indagine, voce; è cercare un rapporto personale con la realtà che porti a qualcosa che valga la pena essere raccontato. E con questo discrimine intendo che per me conta, più che uno stile ricercato, il valore che l’altro riconosce nella storia. Che può aprire discussioni e generare problemi, nella migliore delle ipotesi, senza la pretesa di conoscere le soluzioni. Quelle sono sempre nelle mani dell’altro, del lettore.
D. F. Credi che scrivere assomigli più a una fuga o rappresenti il suo esatto opposto: il luogo da cui in qualche modo ci è impossibile sottrarci?
N. T. Probabilmente è stata un’esperienza che ho ripreso – in età adulta, nel periodo della pandemia – con l’intenzione di cercare una fuga dalla situazione di distacco in cui vivevamo, con tutti i necessari corollari: evasione, distanza dal reale, indagine del sé. Ora non la vivo così. Non so quando è avvenuto di preciso, probabilmente mentre scrivevo Malefica, ma è diventato un gesto spontaneo. Una scelta che, ripetuta ogni giorno (uscivo dal lavoro, aprivo il computer, scrivevo, cenavo, scrivevo; ogni giorno, ma senza rigidità, la scrittura non è una dieta né un regime carcerario) costruiva uno spazio personale intoccabile. Non era una fuga e non era una forza gravitazionale da cui non potevo sottrarmi, anche se mi capita spesso, camminando per strada, di vedere qualcosa e di sentire il prurito di annotarla. Scrivere è ciò che voglio e che mi protegge da un quotidiano che scorpora l’essere umano da sé stesso. Mi rende felice. Non è una corrente attrattiva divorante o la meta sicura in una realtà nemica e sarà sempre nemica, per motivi diversi, oggi la guerra, ieri la crisi, domani lo scopriremo. Quale che sia il mondo che mi circonda, niente mi farà sentire a casa come sedermi da qualche parte e iniziare una storia.
D. F. Quanta distanza ti serve, rispetto a un’esperienza vissuta, prima che tu possa trasformarla in scrittura o in un prodotto narrativo?
N. T. La prossimità emotiva a un evento, quale che sia, ne deforma i contorni e ho scoperto che sul momento o immediatamente dopo non riesco a dedurre altro dall’esperienza che quella carica emotiva: l’accaduto si schiaccia nello spettro delle sensazioni e la scrittura non ha le angolature prospettiche che cerco e che apprezzo nei lavori degli altri autori e autrici. Di conseguenza preferisco aspettare almeno mesi, se possibile anni, per riprendere un’esperienza e tradurla in scrittura. Ne deriva un prodotto di finzione quasi totale, perché il ricordo è privo di asperità emotive e contaminato dal vissuto, ma proprio il vissuto restituisce una dimensione completa – lo colloca nel tempo, in una trama relazionale e sociale – e spersonalizzandosi diventa più reale. Si libera, in un certo senso, dal dominio dell’io. Ripenso molto a un passaggio de “La cronologia dell’acqua” di Lidia Yuknavitch, quando spiega che anche la scrittura biografica è narrazione e che, ad esempio, scrivere del corpo lo è sempre, poiché esso ha un linguaggio proprio che nulla ha a che fare con le parole: viene sempre tradotto. L’atto di traduzione diventa l’atto creativo, che può deformare fino a far somigliare l’evento alla realtà, in tutti i suoi punti di vista.
D. F. L’esordio, e di conseguenza la pubblicazione, ha cambiato il tuo rapporto con la scrittura?
N. T. Ho cominciato a capire cosa intendeva Luca Tosi quando mi confidava che dopo l’esordio la propria scrittura cambia. Quando si pubblica, avviene una trasformazione paradigmatica: prima c’era la persona che scrive e il suo libro, al sicuro in un foglio elettronico; poi il libro viene stampato e consegnato agli altri. Appartiene a loro e cosa accadrà di quella storia dipende da loro e da come la leggeranno. Le parole escono dal controllo dell’autrice. La scrittura diventa materia di giudizio, viene accolta, ignorata, certamente giudicata, e ogni volta che ci si china sulla tastiera, dopo l’esordio subentra la consapevolezza che qualsiasi altra cosa verrà pubblicata subirà la stessa sorte. Avverto una responsabilità che prima non c’era, o restava più sottile – cosa sto facendo per gli altri, cosa voglio veramente dire (impegnando: editor, editori, tipografie, carta, alberi abbattuti, e soprattutto il tempo di chi legge) che posso dire soltanto io, con la mia voce. Si diventa più cauti, forse, ci si pone più interrogativi e si perde l’esuberanza un po’ arrogante che ha spinto nel buio con la scrittura del primo libro. Per quel che mi riguarda, la sindrome dell’impostore è peggiorata, ma non ho urgenza di gestirla, al momento. Conto abbandoni il mio corpo, a un certo punto, e poi ricomincerò a scrivere.
D. F. Attualmente stai lavorando a un nuovo progetto?
N. T. No. Ho delle idee, che spero si trasformeranno in qualcosa di concreto, ma ora ho scelto di prendermi una pausa per accompagnare Malefica nelle librerie e riprendere la scrittura dei racconti, che sono il mio terreno di formazione. Sto anche lavorando molto e senza la serenità nel mio impiego contrattuale non avrei quella per scrivere. Al netto di questo, per i motivi che ho approfondito poco sopra, l’esordio mi ha reso più riflessiva nella scelta della materia narrativa per il prossimo romanzo. Verrà il momento per lavorarci, ho molti spunti e nessuna fretta.
Il prossimo appuntamento sarà il 29 luglio con Luca Tosi e il suo Oppure il diavolo (TerraRossa)



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