«Chopin, per esempio: una retta gialla!» dice Carmen, le mani piantate sui fianchi.
Dall’aula di solfeggio un gruppo di studenti irrompe in biblioteca; Carmen fa cenno ad Andrea di allontanarsi e continuare la discussione accanto ai termosifoni. Le pareti del conservatorio, vecchie e spesse, frenerebbero gli spifferi di gennaio; peccato che le finestre siano altrettanto vecchie e troppo sgangherate per non lasciarli entrare.
«Debussy?»
«Viola. Una linea curva che si arriccia, viola.»
Andrea mugugna qualcosa: la teoria di Carmen non lo convince. Lo irrita, per giunta, sentirle dire che qualunque musicista, fosse anche di una banda di paese, dovrebbe intuirla da solo.
«Lo stesso vale per le scale. E le note.»
«RE maggiore?»
«Secondo te?»
Carmen accavalla le gambe lasciando intravedere la parte alta dei collant sotto la gonna di tartan a scacchi bianchi e neri.
«Verde!»
«No, rosso.»
«E perché?»
«Perché sì.»
Andrea si alza di scatto e la fissa senza parlare, lo sguardo bigio. Carmen si afferra un riccio e prende a lisciarlo: da Andrea si aspetta una risposta tagliente, ancora non lo conosce bene ma le sembra uno che non addolcisce i pensieri con le parole.
«Dopo un’argomentazione del genere, come faccio a darti torto, io?» dice Andrea.
Carmen sorride. Spiega che associare la musica ad altre sensazioni le viene spontaneo mentre suona; che la rilassa, scaccia i brutti pensieri; che non è una fantasia, e ha pure un nome: cromestesia. «Tu, invece, a che pensi mentre ti eserciti?»
«Io, ad altre cose, ma sempre ‘elevate’, che ti credi. Tipo: l’ho chiuso il gas? L’ho spenta la luce? Le bollette le avrò pagate?» Si avvicina, abbassa la voce. «Guarda che non sei l’unica musicista vera, qui. Anche io ho i miei metodi: quando mi esercito, o durante i concerti, canticchio dentro di me. Non è che io sia nerv.., ma mi serve… per quello che voglio: una cosa sola.» Gesticola tanto che il maglione rosso scolorito – quello che si ostina a non buttare, nonostante le prese in giro di Carmen che glielo vede addosso quasi ogni giorno – è tanto stretto che s’intravedono gli scatti dei muscoli. «L’esecuzione perfetta: è a questo che penso. E qualche volta penso a te.» Le sfiora con la mano una gamba, le scosta un riccio castano dalla bocca e la bacia piano. Piano: come se ogni movimento delle labbra, l’inoltrarsi della lingua, fossero una richiesta di permesso: è la prima volta.
«E Mozart?» chiede Carmen, staccandosi all’improvviso.
«Io dico che Mozart è un cerchio blu.»
Carmen sgrana gli occhi, con una mano continua a lisciarsi i capelli.
«Hai visto? Sono bravo anch’io.» Andrea le afferra la mano e la bacia di nuovo.
Ora le parole non servono. Anche volendo, Carmen non riuscirebbe a emettere una sillaba: sul palco, davanti alla platea dove siede la commissione, è un animale spuntato dalle forre dei boschi. Accanto a Carmen c’è Andrea; la terza è Regina: i finalisti della selezione per oboe, tutti e tre insieme.
Sul treno Andrea è stato chiaro: con soli due posti disponibili, se nell’orchestra prendessero Carmen, lui non avrebbe problemi a seguirla a Salisburgo; se scegliessero lui, lei non faticherebbe a trovare un modo per mantenersi lì. Oppure sarebbe lui a non faticare a trovarsi un’altra fidanzata se lei preferisse restare a Milano: gli isolani sono così, ogni porto una donna, ha detto. Si è salvato dalla furia di Carmen solo perché l’espressione del suo viso era troppo divertita per non sembrare uno scherzo e perché ha subito presentato un’altra possibilità: essere selezionati entrambi. In tal caso, i bagagli li avrebbero fatti insieme. Ma prima ci sarebbe stato da prendere il traghetto, da far conoscere Carmen alla madre di Andrea, e con la sua benedizione – sicura come il sole che sorge e tramonta, quelle due donne erano troppo simili per non andare d’accordo – non gli sarebbe mancato niente per convivere.
Carmen ha risposto con dei cenni della testa. Ha il sospetto che qualcuno non ne sarebbe felice: l’unica volta che suo padre e Andrea si sono incontrati, dopo un concerto, un’occhiata silenziosa dell’uomo è bastata a leggere addosso al ragazzo i segni degli anni trascorsi a suonare a orecchio; mentre Carmen il pentagramma lo conosceva prima dell’alfabeto. Gli occhi di Andrea inchiodati nei suoi l’hanno convinta a rilassarsi durante il viaggio, a perdere lo sguardo tra le strade, le case, gli alberi che si allungavano, là oltre il finestrino.
Sul palco, Carmen si aggrappa di nuovo a quegli occhi. Andrea muove la bocca nell’imitazione di una cantilena: la sua espressione più buffa. La stessa di quando hanno discusso se l’oboe fosse più adatto alle lunghe dita da ninfa di Carmen o al suo spirito da satiro. Cosa c’entrava? C’entrava eccome, aveva detto lui: l’oboe è l’erede dell’aulo delle pastorali e non è tanto diverso dalla launedda sarda. Vuoi mettere un satiro come lui contro una ninfa come lei, a suonare l’oboe? Mentre Andrea parlava, quel giorno, Carmen gli passava una mano tra i capelli dritti e neri, ascoltandolo appena. Neanche la parte più nascosta dell’animo di Andrea avrebbe ammesso che prenderla in giro era stato un modo per non riconoscere il vero: tra i due, la più talentuosa era lei.
Regina ha lo sguardo grigio-verde, le guance accese come quelle di una bambina che ha corso per ore. Lo sembrerebbe, una bambina, se non fosse più alta di loro e non parlasse con l’accento spigoloso dei tedeschi. Le poche parole che i tre si sono scambiati durante le pause sono bastate a far vergognare Carmen e Andrea del loro inglese incerto e a fargli capire che, durante una passata audizione, l’ancia di Regina si è rotta. Quel terrore ce l’hanno tutti: alcuni, come Carmen, lo tengono a bada scrollando la testa al solo pensiero; altri fingendo sia impossibile – tecnica usata da Andrea. Si vede che Regina lo fa ammettendo la paura; anche se, nel volto concentrato, nelle note che uscivano durante le prime fasi della selezione, non c’è stata incrinatura. Ha eseguito un brano dal Concerto in RE minore con maestria sbalorditiva; è passata, disinvolta, da Vivaldi a Morricone; fino all’ultima prova: il concerto per oboe di Strauss.
I candidati devono partire dall’attacco del secondo movimento. In quel punto c’è un passaggio aereo, come lo definisce Carmen. Forse per questo, quando suona, Regina si fa d’aria.
Carmen si volta verso Andrea che ha le gambe accavallate, dondola quella sopra senza tregua. Si guardano: non c’è dubbio che un posto toccherà a Regina.
La commissione chiama Andrea, che si alza lento. Quando Carmen gli rivolge un «Merda, merda» di buona fortuna, lui accenna un sorriso e fatica a sostenerne la vista. Ora è tutto concentrazione: suona e pensa all’unica cosa che vuole davvero. Carmen cerca di nuovo di intercettare il suo sguardo mentre Andrea torna a posto; un augurio stentato è l’unica cosa che riesce a dirle.
Non esistono più punti cardinali per Carmen. Afferra lo strumento come se non le appartenesse. Forse Andrea non la guarda per paura di metterle agitazione. O per paura che lei sbagli, che lo deluda. Forse Andrea aveva ragione quando le suggeriva di passare all’arpa. I dubbi rallentano i muscoli, tagliano il fiato. Non è la prima volta che succede. Una sera, anni addietro, Carmen era scappata poco prima di entrare in scena, e una compagna l’aveva riacciuffata dentro il bagno; un’altra, erano state le urla dell’insegnante a convincerla a tirare fuori l’oboe dalla custodia. Ad Andrea aveva raccontato tutto come se fosse capitato a qualcun’altra. Eppure, ora sta di nuovo per scendere dal palco o sgusciare dietro le quinte o gridare che non ce la fa o scoppiare in un pianto. Ma la commissione interrompe la traccia e la fa ripartire da capo. Allora, Carmen, chiude gli occhi, e lo vede fluire insieme alle prime note: l’azzurro. Strauss è azzurro: è il sereno delle mattine promettenti, degli acquazzoni lasciati alle spalle, delle traiettorie siderali che la spingono a soffiare nello strumento, liberare le dita, lasciarsi trascinare verso l’alto.
La musica cessa; Carmen riapre gli occhi. Accanto, Regina la guarda e sorride. La commissione applaude; anche Carmen sorride. Quando incrocia lo sguardo di Andrea, però, ci legge qualcosa di livido a cui non riesce a dare un nome.
Silvia Roncucci
Silvia Roncucci è laureata in Storia dell’arte e ha un dottorato in Eredità classica. Insegna nel programma di study abroad di un’università americana. Quando non studia o legge, lavora come guida turistica in quattro lingue. Ha pubblicato alcuni romanzi, guide per ragazzi e adulti. Suoi racconti sono usciti sulle riviste Offline, Malgrado le mosche, Il foglio letterario, Lorem Ipsum, Belleville news, Pastrengo, Neutopia, Rivista Blam, Smezziamo, L’Appeso, Zazibou, Calvario, La gazzetta dei racconti, Metamorphosis, In fuga dalla bocciofila. Fa parte del collettivo Qwerty di Livorno. Ha collaborato con la rivista L’Altrofemminile-donne oltre il consueto e attualmente cura la rubrica Righe e pennelli su Morel-voci dall’isola, dedicata al rapporto tra narrativa e arte.



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