Tu non ricordi la casa dei doganieri
sul rialzo a strapiombo sulla scogliera:
desolata t’attende dalla sera
in cui v’entrò lo sciame dei tuoi pensieri
e vi sostò irrequieto.
Libeccio sferza da anni le vecchie mura
e il suono del tuo riso non è più lieto:
la bussola va impazzita all’avventura.
e il calcolo dei dadi più non torna.

Tutto ciò che è ordinario.

Tu non ricordi; altro tempo frastorna
la tua memoria; un filo s’addipana.
Ne tengo ancora un capo; ma s’allontana
la casa e in cima al tetto la banderuola
affumicata gira senza pietà.
Ne tengo un capo; ma tu resti sola
né qui respiri nell’oscurità.

Che cosa ci diremo? Che cosa mi dirai? Coglierò in te una traccia di rammarico per quello che non c’è stato fra noi? Avrai per me quella carezza materna che desidero da oltre mezzo secolo o mi strazierai ancora con la tua indifferenza?

In una casa è inscritto perfino l’orrore della famiglia, del bisogno di fuggire, tutti gli umori suicidi. Vede, la gente torna a casa propria perfino per morirci.

E Tullia fugge, giù per i sassi, a balzi, come un topo cacciato con la scopa, la testa bassa, giù per la collina, via tutta Parigi che stira le braccia, tra la luce di cenere che di via in via va profilando di muri e di tetti i confini delle strade. Sboccano carretti pieni d’erbaggi, corrono voci per le strade, la luce si fa spaventosa, qualcuna di quelle voci ora insegue Tullia e la spinge in fuga sempre più disperata.

Ho smesso di amarli.

Oh l’orizzonte in fuga, dove s’accende
rara la luce della petroliera!
Il varco è qui? (Ripullula il frangente
ancora sulla balza che scoscende …)
Tu non ricordi la casa di questa
mia sera. Ed io non so chi va e chi resta.

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La fuga (un po’ di)

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