Se ogni storia, ogni opera, è una fuga: noi, da cosa fuggiamo?

In che modo il primo appuntamento con Nora Barcle è stato così determinante per Joyce, fino a portarlo a rielaborare quella giornata come una vera e propria epopea che ha riscritto le regole del romanzo moderno? Spesso mi sono interrogato su quali siano state, nella storia della letteratura, le scintille i lampi o le intuizioni che hanno permesso a certi autori e a certe autrici, di rielaborare le proprie esperienze biografiche fino a concepire quelle opere che per noi poi sono diventate fondamentali. Quale sia stata la loro urgenza. La loro fuga. L’atto di scrivere in sé, l’estraniarsi dalla società dal rumore o dagli sguardi, l’ho spesso associato – banalmente – all’idea del viaggio, della fuga. Non solo come verrebbe quasi logico come fuga dalla realtà, ma come una vera e propria fuga da se stessi. Dal presente. Da qualcosa a cui ci dobbiamo sottrarre per riuscire ad analizzare meglio e in maniera più lucida e laterale il nostro vissuto grazie allo strumento narrativo. Una fuga che si innesca verso qualcosa che è solo nostro. Verso un mondo e verso un sistema di codici che esiste solo con noi, con il nostro sguardo. È da questo impulso che nasce Scritture in fuga, una rubrica che a cadenza mensile si occuperà di dar spazio alle scritture che, in nuce, esprimono quel tentativo di fuga, e l’urgenza esistenziale di rielaborare la propria realtà attraverso la letteratura. Saranno interviste che a partire dal nucleo tematico del libro in esame andranno a sondare gli aspetti più intimi del testo – genesi, lingua, visione – e quelli più tecnici, come metodo di lavoro e influenze.

La prima intervista che aprirà la rubrica è dedicata alla scrittrice Alessandra Minervini e a Stellario, il suo ultimo libro pubblicato da Revolver Edizioni nel 2025.

Alessandra Minervini è nata a Bari. Si è laureata a Siena in Scienze della Comunicazione e poi ha conseguito il master biennale presso la Scuola Holden di Torino. Dal 2011 al 2016 è stata direttrice responsabile della narrativa italiana di Liberaria Editrice, dove ha esordito nel 2016 col romanzo Overlove, a cui sono seguiti Bari, una guida (Odòs, 2020), Una storia tutta per sé (2021), Una bella fetta di torta (Progetto Apri, 2023), Scrivere Storie Fantastiche (Les Flaneurs Edizioni, 2023), A Bari con Lolita Lobosco (Giulio Perrone, 2024). Collabora con «la Repubblica Bari» come critica letteraria.

Stellario, il suo ultimo progetto letterario, è una raccolta di diciassette racconti dove riverbera, come una sorta di filo conduttore, il tema della maternità, del rapporto madre-figlia, e delle nuove declinazioni della figura materna antitetiche rispetto a quelle di un tempo. È una bellissima raccolta dove i temi e le storie si moltiplicano e si aggrappano a una sorta di incompiutezza di fondo. Sono storie d’amore che sembrano non realizzarsi mai. Tra le altre cose, è per questo sentimento di fuga dai paradigmi sociali preimpostati, che ho deciso di fare qualche domanda all’autrice.

A cura di Diego Frau

D.F. Ciao Alessandra, il tuo ultimo libro Stellario (che è il racconto da cui prende il titolo) è una raccolta di diciassette racconti alcuni dei quali già apparsi su riviste online. Ci puoi raccontare com’è nato il tuo progetto?

A.M. Il racconto che dà il titolo alla raccolta l’ho scritto diversi anni fa, in una versione molto più ingenua di quella attuale. Mi ossessionava l’idea di ripensare allo stellario, un oggetto abbastanza inconsueto che avevo trovato per strada negli anni dell’università. Da quell’ossessione è nato il personaggio di Nina e poi il racconto che nella sua prima versione è stato pubblicato dalla rivista Crack nel 2018. Da quel momento ho cominciato a scrivere altri racconti, riscrivere Stellario, e mi sono ritrovata con una serie di storie che non avrei mai immaginato di scrivere o di pubblicare. Poi, seppure con diverse difficoltà, sono arrivate in libreria. Non sono una scrittrice che pensa per format. Stellario è una raccolta curata nei minimi dettagli ma nata in maniera spontanea, come i fiori nell’asfalto. Ho scelto il titolo del primo racconto, veramente importante, anche come augurio, benedizione. Che le cose trovate per caso e per caso poi perdute siano l’impronta di un sentimento creativo.

D.F. In alcuni racconti sembra quasi preponderante il tema della maternità nelle sue varie declinazioni, e si percepisce la volontà di rendere i personaggi femminili antitetici rispetto ai cliché che hanno a che fare col ruolo della madre, quasi smarcandoli, o provare a svincolarli da tutte quelle etichette e sovrastrutture sociali che pretendono di determinare un ruolo così difficile.

Com’è stato scrivere di queste donne?

A.M. Mi sono accorta di scrivere per anticlichè solo quando mi hanno letto gli altri. Io vedo i legami materni e filiali attraverso il sentire dei personaggi. Le mamme e le figlie di Stellario sono donne incapaci di essere libere, per senso di colpa interiore oppure per situazioni esterne che le bloccano.  Non sanno dirsi ti voglio bene perché la distanza siderale in cui le loro vite incomplete le hanno relegate, le rende mute e anche un po’ egoiste. Credo che le madri di Stellario siano prima di tutto donne, esseri umani ai margini. Ciò che mi ispira sono i sentimenti nascosti, mai quelli ostentati. Forse per questo le donne di Stellario appaiono anticonvenzionali: provano, dicono e fanno ciò che nessuno si aspetta da loro.

D.F. In che modo ti sei approcciata alla stesura dei racconti? Come hai affrontato la progettazione? Il tuo metodo di lavoro è cambiato rispetto al tuo precedente romanzo Overlove?

A.M. Io scrivo sempre. In ogni momento della mia vita, pure quando dormo. Ma senza smania. Lo faccio in maniera naturale, come muovere un braccio o aprire gli occhi al mattino. Diverso è il mestiere di scrivere. In quel caso decido di scrivere in maniera continuativa solo quando riconosco che il mio sentire e la mia osservazione del mondo possono coincidere con il sentire di qualcun altro. Quando ho qualcosa da dire a qualcuno, lo sento dal modo in cui la storia prende forma e dal modo in cui i personaggi diventano reali come le loro voci e le loro fratture interiori. Di solito succede lentamente, perché dopo questo sentire comune, devo cercare la forma per raccontarlo. Non è mai facile.

D.F. Tanti dei racconti presenti in Stellario sono in prima persona, nell’ultimo, in particolare, la protagonista – una scrittrice – rivolgendosi alla sua apprendista, rivela che quando si scrive si smette di sapere. È così anche per te? Quando vestiamo i panni di un personaggio tendiamo a spogliarci dalle nostre maschere?

A.M. Il racconto “Una bella fetta” di torta è ispirato un po’ al sentimento di alcune scrittrici e poetesse che amo molto e che leggendo e studiandone le biografie ho percepito come donne libere prima che talentuose. O meglio la libertà di scrivere è stata per loro la manifestazione della loro arte letteraria. Penso a Sylvia Plath, Anne Sexton, Antonia Pozzi, Goliarda Sapienza. Di fronte a tanta libertà l’unica forma di conoscenza credibile è la verità e la verità è in qualche modo il contrario della conoscenza in senso accademico o dottrinale. Quindi sì. Per me scrivere è smettere di controllare il sapere, o l’idea di sapere, è dire prima di sapere; sentire prima di spiegare. I miei personaggi non sono me, mai io sono quei personaggi. Grazie a loro sono una persona libera.

D.F. In generale cosa rappresenta per te la scrittura? È più una fuga dalla realtà o un modo per capire il presente?

A.M. Scrivere è un modo per scoprire cosa non so. Non mi fa capire le cose, me le fa vivere con maggiore consapevolezza, anche con amore. Non fuggo quando scrivo. Quando scrivo, io rimango.

D.F. Ci sono delle letture che ti hanno influenzato durante la stesura del libro?

A.M Tutti i racconti di Lydia Davis, Amy Hempel e le prose ossute e feroci di Rosa Matteucci e Fleur Jaeggy. Ma anche questo l’ho capito molto dopo, a racconti finiti. Quando hanno smesso di essere miei.

D.F. Attualmente stai lavorando a un nuovo progetto?

A.M. Forse sto lavorando a un nuovo progetto. Sicuramente sto scrivendo ogni giorno. Ma devo ancora capire cosa delle tante verità che le mie personagge mi raccontano appartiene totalmente e crudelmente anche a me.

Il prossimo appuntamento è martedì 30 giugno, con Nicole Trevisan e il suo Malefica

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La fuga (un po’ di)

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I testi sentono voci in un deserto

L’arte della fuga / Giuseppe Pontiggia

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