È tutto giallo qua fuori, giallo di ginestre ed erba secca. La maggiorana va raccolta quando la ginestra ha il profumo più intenso. Nei campi che circondano la casa dell’estate, è tutto giallo e scricchiolante di grilli. L’acqua bolle nel camino e fa così caldo, dentro come fuori, che devo stare lontana dalla fiamma oppure, penso, potrei sciogliermi. Anche se sciogliermi è quello che devo fare: è l’unica risposta al gelo che mi sta immobilizzando la schiena, paralizzando le braccia. Un gelo che sale da dentro. Per fortuna sta bollendo l’antidoto: ogni ingrediente nelle giuste dosi, calibrate e tramandate con la certezza che questo giorno sarebbe arrivato. Mi stringo nello scialle per arginare le crepe e mi rilasso un po’ solo al primo sorso, appena il calore inizia a diffondersi dalla nuca: sta funzionando.

Lo scialle che ho trovato appena entrata era abbandonato su una sedia, puzzava di naftalina e altro, un odore dolciastro che non riconoscevo. Ho messo l’acqua a bollire sul fornello a gas, fuori non si vede nulla, piove e c’è nebbia. Nella casa dell’estate non si viene dopo ottobre, ma io ho rimandato, ho aspettato troppo, mi ero detta che non fosse il caso, che si trattasse di un’illusione, una fantasticheria. I riscaldamenti non ci sono. La stufa è rotta, il camino è stato trasformato in ripostiglio da chissà quanti anni. Quindi sono qui, senza la ricetta e senza il camino. Non ricordo esattamente le dosi, non le avevo scritte, perché pensavo non sarebbero mai servite, non a me, non con la vita che faccio, che mi sono costruita un mattone alla volta, cementata di buone intenzioni. Mattoni e cemento non volano via, pensavo. Invece basta poco, basta molto meno di una scossa di terremoto, è sufficiente qualcuno che salti due stanze più in là, per far crollare tutto. Nella casa dell’estate non vengo da anni, non ricordavo neanche dove fossero le chiavi. Erano sotto due copriletti, insieme a un album di fotografie e alle bambole di mia figlia. Dentro una scatola ingiallita di mentine.

Il primo scricchiolio l’ho sentito accompagnato da una risata, due stanze più in là. Era mia figlia che saltava e rideva felice, nella casa che ho costruito mattone dopo mattone, cementata di buone intenzioni e chiusa ogni sera a doppia mandata. Fuori restavano tutti i pericoli, le ombre, l’odore di naftalina e anche il rumore dei grilli d’estate nel prato davanti alla casa. Dentro c’era una felicità contenuta, trattenuta, una serenità coltivata. La guardavo come si guarda un’opera d’arte che si ha la fortuna di aver costruito con le proprie mani. Devono sentirsi così gli artisti, mi dicevo guardando mia figlia colorare con le cere davanti a un divano rosso, mentre mio marito scolava la pasta in cucina. Poi andavo a controllare che la porta fosse chiusa, a doppia mandata.


I venti hanno soffiato forte, ma i venti me li aspettavo, per questo la mia casa è costruita coi mattoni. Quando sono arrivate le lettere e ne ho riconosciuto l’intestazione, le ho strappate e buttate nel gabinetto. Quando gli uccelli si sono fermati a cantare davanti alle finestre, li ho mandati via e ho abbassato le tende. L’estate era al suo massimo splendore e per un momento, solo uno, mi sono ricordata con rimpianto dei campi gialli di ginestra. Ma il rimpianto è poca cosa, l’ho chiuso fuori, a doppia mandata. Eppure i miei trent’anni si stavano avvicinando. Sono arrivati e passati, ora ne ho quasi quaranta. La schiena ha cominciato a farsi rigida, mentre ascoltavo le risate di mia figlia. Lentamente ma senza lasciare spazio a dubbi: stava arrivando… Mio marito mi ha chiesto se stessi bene, mia figlia ha annunciato che mi avrebbe regalato un disegno. Io non potevo rispondere, perché dalla schiena, nelle cartilagini che separavano le vertebre, la sentivo percolare, fredda e scura, la mia maledizione, la condanna mia e di quelle prima di me. Mi avevano avvisato, mi avevano insegnato, mi avevano protetto, ma io avevo scelto di non prepararmi, perché a me non sarebbe successo, quello che si tramandava da sempre. Che stupida, che ero, che arrogante. Ho dovuto spiegare a mia figlia che non poteva venire con me nella casa dell’estate, doveva restare con il papà e con i nonni. È troppo piccola, lei, per la casa. Io, forse, sono troppo vecchia, ma se lo fossi non ci sarei più e lei non esisterebbe. Se non dovesse funzionare oggi, la mia bella casa di mattoni, con dentro mia figlia e mio marito, volerebbe via come un sogno nel vento. Perché questo è la mia casa di mattoni: solo un bel sogno. Ad avere solide mura e risposte al veleno è la casa dell’estate… Quindi sono qui, senza la ricetta e senza il camino. Non ricordo le dosi, ma ricordo gli ingredienti. Maggiorana, zucchero, miele, zenzero, cannella. L’odore che si sprigiona dal pentolino è lo stesso, dolciastro, che impregna lo scialle. Ricordo allora i movimenti e lego lo scialle dietro e davanti, a fasciare stretto le scapole, a bloccare il cuore, ad arginare le crepe.

Bevo l’antidoto caldo immaginando un camino che non brucia più. Resto in attesa e per un attimo penso che non servirà. Poi un calore minuscolo si fa strada tra le mie scapole e lento ma tenace prova ad avvolgermi. Forse fa già troppo freddo, forse è già entrata troppo in profondità. Mi guardo le mani che stringono lo scialle e ricordo bene la voce che mi diceva “La felicità è nelle scapole, tienile al caldo.” Per un po’ sono a metà: un’ombra scura mi reclama, un calore dolciastro la combatte. Sarebbe poi tanto brutto farsi prendere dall’ombra? Sarei la prima. O forse no. La verità è che non c’è nessuno a cui chiedere, non c’è mai stato. Penso a mia figlia e alla mia casa di mattoni.

Mia figlia mi ha chiesto più volte di conoscere la nonna, ma è presto. Oppure è tardi. Di sicuro non mi illudo più di poterla tenere lontana dalla casa dell’estate. Un giorno, qui, ci sarà lei. Devo decidere se darle istruzioni chiare e precise oppure lasciare che se le inventi. Farebbe poi la differenza? I capelli poggiati sullo scialle sono già più folti, le mani che lo stringono piccole e paffute contro la stoffa infeltrita. Il camino ora scoppietta alle mie spalle, proprio come dovrebbe fare quando si prepara l’antidoto, la stufa è accesa, c’è odore di buono.

Il piatto è pieno di penne al sugo, le mangio vorace. Sono stanca, ho riso e saltato per più di un’ora. Mi chiedo dove sia mia madre, poi mi ricordo che una madre non ce l’ho. Ho una casa, una casa dell’estate, gialla di ginestre, dove forse un giorno dovrò andare, ma, qualcuno mi ha detto, sono tutte fantasticherie.

Alice Cervia


Alice Cervia lavora da anni nel settore della comunicazione, ha pubblicato racconti su varie riviste online e, nel 2022, è stata tra i vincitori dei premi Short Kipple e Crimen Cafè. A marzo 2024 è uscito il suo primo romanzo breve per Augh edizioni “La coda delle lucertole”, mentre a novembre 2025 Delos Digital ha pubblicato in ebook la sua raccolta di racconti “Statuine”. Nel 2026, per Lumien edizioni, è uscito Altra pelle.

In copertina: https://pin.it/lGFTCA4dS

Una risposta a “La felicità è nelle scapole”

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