Venerdì 24 aprile abbiamo incontrato, a EL TOPO • libri e dischi usati, Raffaele Cars, giovanissimo autore, e scambiato con lui alcune parole intorno alla sua recente raccolta Racconti per assecondare la Malinconia, pubblicata da Homo Scrivens.

C. P. Benvenuto, Raffaele. Vorrei iniziare con una domanda banale. Nella sinossi leggiamo “l’unica cosa che resta davvero privata è la solitudine”. A mio avviso Racconti, per assecondare la malinconia è molto di più, lo dico rispetto a questo termine: malinconia. Se chiedessi cos’è la malinconia, sfido chiunque a dare una definizione sul momento, una definizione non corretta, ma condivisa da chiunque. Se toccasse a me, penso alle parole di Agamben, parlerei della malinconia come di una stagione: quando la rappresentiamo in un testo scritto ricorriamo al colore nero, agli elementi rinsecchiti, in qualche modo l’ho pensata così mentre leggevo i racconti, e i tuoi personaggi mi venivano incontro: essi vivono delle esperienze totalmente diverse tra loro che, se vogliamo, non potrebbero dialogare facilmente come spesso accade, però ognuno di loro tende a lasciare alle sensazioni la possibilità di riafferrarsi nello spazio: guardano il mare, guardano i fiori. Dunque, non tanto cos’è la malinconia, ma come si frantuma e si insinua in questi testi?
R. C. Inizialmente la raccolta si chiamava Racconti per assecondare la solitudine. Forse era più centrata come parola però, allo stesso tempo tu hai detto una cosa giustissima: la malinconia è qualcosa di molto più personale della solitudine; e questi non sono personaggi soli: sono tra tantissime persone. Il contesto della raccolta è contemporaneo. Si parla tanto di social media, si parla tanto di nuove tecnologie, questo perché fondamentale per la scrittura di questi racconti è stato l’anno speso a lavorare in smart-working. Nei miei sogni, lavorare in smart, cinque giorni su cinque, pensavo sarebbe stato una salvezza.
In realtà poi ho scoperto che non era rose e fiori. Tra messaggi, call, video, sei sempre sommerso da impulsi, sempre connesso, e in un certo senso non sei mai solo, anche se ti senti immerso in una solitudine costante. Negli ultimi anni abbiamo scoperto nuovi modi di sentirci soli: io di questo volevo parlare. In uno dei cinque racconti della raccolta – “Esattamente quello che non voglio“ – la protagonista scrive su un muro crollato durante la guerra “Esattamente quello che non voglio”, e lo fa senza alcuna attitudine artistica, lo fa solo perché è proprio quello sente. Eppure il web la rende virale. Mettono la sua faccia su Instagram, sui giornali, ma lei non è così felice di condividere il senso di malinconia che aveva in quel momento, anzi. Io non ce l’ho una definizione di malinconia, conosco solo la mia, che mi viene soprattutto quando sono in mezzo alla gente. Paradossalmente da solo sto bene, quando sono con gli altri mi sento scomodo. Lì sale la malinconia e secondo me questi personaggi vivono un conflitto, si chiedono “Che posso fare per sentirmi bene in mezzo agli altri”, ma anche “Lo voglio davvero, voglio davvero scendere a compromessi con gli altri per starvi in mezzo?”.
C.P. Ti faccio una domanda che all’inizio pensavo di farti per ultima, connessa al racconto che hai citato. Penso a un libro da me amato molto, Viaggio al termine della notte, di Céline. Nella traduzione del 1992 Ferrero compie una slogatura linguistica e scrive “Ti ho pensato subito”; in francese sarebbe “ho pensato subito a un qualcosa”, ma quel “ti”, è come se chiamasse in causa il lettore. Pensando a “Esattamente ciò che non voglio”, in cui l’esperienza vissuta dalla protagonista sembra quasi escludere quest’utlimo, a un primo impatto – spesso ci sentiamo in difetto a entrare in un’esperienza a noi lontana – mi è tornato in mente quando Céline dice: “A ciascuno la sua guerra”; in questo racconto si sente un tuo tentativo di inclusione, soprattutto quando lei si ritrova di fronte alla marmaglia di giornalisti che vogliono sapere tutto, ma in effetti non sanno niente della guerra che vive al di fuori, di quella che si porterà dentro per sempre. Tu sei uno scrittore giovanissimo, hai, diciamo, “appena iniziato”, quale rapporto speri di creare e coltivare con il lettore?
R. C. Mi confronto spesso con altre persone che scrivono, e mi rendo conto che, a differenza di tanti, un problema di fondo me lo creo: come posso arrivare alle persone, più o meno della mia età? Non mi è mai interessato mettermi il vestito dell’intellettuale, né darmi la posa dell’incomprensibile, quello che in realtà mi interessa è effettivamente arrivare a quante più persone possibili, con i miei temi. Ad esempio, parlavamo di “Esattamente quello che non voglio”, che parla della guerra che è una cosa comunitaria, ma in realtà il fulcro del racconto è il rapporto personale che ha questa ragazzina con la guerra e con tutto quello che ne deriva. Non dico che voglio farmi portavoce attraverso quello che scrivo, però più o meno sì. Dai miei idoli ho imparato che devi sentirti il miglior scrittore sulla faccia della Terra per provare forse, forse, ad arrivare a un solo lettore, Un bravo scrittore deve trasferire la sua interiorità su un foglio, ma prima dovrebbe renderla universale.
C. P. Beh, ce lo siamo detti, l’ultima volta, scrivere è un atto dolorosissimo. Ora parlo un po’ da editor, o meglio da editor che ha editato un tuo testo. C’è una peculiarità, nella tua scrittura, suggellata dalla ripetizione, direi virtuosa, che semina un suono da cui non ci si libera mai: tornando al discorso di prima, la malinconia come stagione, le stagioni si concludono, i suoni cambiano, gli accenti, ma lasciano, come dire, uno strascico… Ti chiederei, in poche parole, di parlarci del tuo lavoro sulla scrittura…
R. C. Negli ultimi tempi ho rivoluzionato il mio modo di scrivere, soprattutto da quando ho conosciuto persone davvero preziose, che mi stanno accompagnando in questo viaggio. La scrittura sembra un lavoro molto solitario, e in parte lo è, però in realtà quando ti circondi di persone che ti danno stimoli, aggiungono cose alla tua cassetta degli attrezzi, sembra che tutto funzioni meglio. Il mio rapporto con la scrittura è personale e viscerale. Diciamo che ci penso 26 ore su 24. Cerco di creare delle storie che si mantengano in piedi a prescindere da me. Io sono fissato con le storie, ci deve essere sempre una storia di mezzo, e mi piace avere una storia ben definita, che cominci da A e finisca con Z, ma che nel mentre racconti il viaggio interiore di un personaggio o di più personaggi. Provo a tenere a bada, soprattutto in fase di editing, la mia parte più oscura, quella più egocentrica, che magari, per divertimento e per posa, scriverebbe con piacere dieci pagine senza un punto. No, cerco di evitarlo. In linea di massima quello scrivo quasi sempre proviene da me e dalle mie esperienze personali, da quello che sento, da quello che vivo, da quello che mi circonda. Una mia grande fonte di ispirazione è la pittura, come pure la fotografia. Vedo soggetti immobili e immagino cosa stiano pensando e quale viaggio abbiano fatto per essere lì.
C. P. Interessante il discorso della fotografia, porta a galla una contraddizione nei tuoi testi, contraddizione per cui la frase della prima domanda, in principio, mi era sembrata limitante. I tuoi personaggi compiono tantissimi tentativi per avvicinarsi al mondo, che includono il digitale come mezzo per uscire allo scoperto, al contempo lo rendono chiave per andare a sondare altre questioni, esempio, quando questo ragazzo appassionato di delfini e trapezisti dice che vuole creare un canale YouTube, in realtà sta parlando di salti mortali che non sono tanto movimenti ginnici, ma quelle transizioni nella vita a cui noi tutti ci troviamo di fronte, prima o poi… e arriva il confronto con il mondo materiale. Nel primo racconto penso agli oggetti che rappresentano una stabilità in contrasto alla sua realtà invece – giusto che così sia – fragile. Per concludere, come costruisci i tuoi mondi narrativi.
R. C. Io prendo molta ispirazione da quello che mi succede. Nella raccolta c’è un racconto intitolato “Il dolore altrui”, ed è anche il racconto a cui sono più legato. Ora ti dico una cosa che forse è la prima volta che racconto in pubblico, ma chi mi conosce sa di cosa sto parlando. In sostanza io ho un problema al cuore da tenere sotto controllo, ecco. Il mio medico di base una volta mi ha detto “Col tuo problema ne ho visti tanti morire al Monaldi”. Questo medico – che poi è stata l’ispirazione per il cardiologo del protagonista – mi ha fatto capire che forse era arrivato il momento di scrivere di questa strana storia, dove a neanche trent’anni mi avevano detto, anche piuttosto chiaramente, che il mio cuore era un bel po’ più grande di quello che doveva essere, e non era per niente una cosa buona. Da qui è nata l’idea di un personaggio che sostanzialmente crea una sua eredità digitale, programmando dei post su Facebook e Instagram per continuare a mantenere il filo della sua vita. Invece il primo racconto si ispira a un amico che frequentavo quando ero più ragazzino. Purtroppo a un certo punto è andato un po’ fuori strada e ha aperto un canale YouTube dove vaneggia tutto il giorno. Sono anni che non lo vedo, ma quando mi capitarono i suoi video passai una notte intera a guardarmeli, poi mi misi al PC alle cinque del mattino scrivendo di getto quello che è diventato “Anche oggi è tutto ok”.
Ne pubblichiamo un estratto:
Anche oggi è tutto ok
Era sveglio da molto tempo, eppure era rimasto a letto, guardava il soffitto e intanto pensava ai trapezisti.
Si chiedeva come facessero a saltare nel vuoto e a non farsi male, anche se il rischio di cadere e morire era molto alto. Gli sarebbe piaciuto tanto intervistare un trapezista e chiedergli se i salti mortali gli facevano paura o se si era abituato a quella sensazione. Le domande le aveva persino appuntate su un foglio che teneva nel primo cassetto del comò accanto al letto:
- Come si sente a sfidare la morte ogni giorno?
- Come si sente a guadagnarsi da vivere sfidando la morte ogni giorno?
- Come si vede tra dieci anni? Ancora a saltare e a sfidare la morte ogni giorno?
- Cosa si prova a buttarsi da quell’altezza?
Avrebbe potuto aprire un canale YouTube o Instagram e raccontare questa storia, o anche altre storie, eppure restò a fissare ancora il soffitto, fino a che non saltò di paura perché la sveglia era suonata violenta, così la spense in un solo gesto, come in una mossa di taekwondo.
Anche se la sveglia, a dirla tutta, non gli serviva granché, perché lui non aveva niente da fare, nessun lavoro da raggiungere, né università da frequentare, nulla.
Andò in bagno, e puntualmente la prima cosa che faceva era sciacquarsi la faccia con il sapone che gli aveva regalato la sua ultima ragazza, quattro anni prima; non era stata una vera ragazza, era stata più una ragazza da sognare ogni notte, ma lei gli regalò quel sapone all’ultimo compleanno insieme; da quel momento, ogni volta che lo finiva, andava in farmacia sotto casa e lo ordinava, e lui diceva che era un vero toccasana per la pelle, ma neanche la farmacista gli credeva più, e quando lui lo ordinava lei guardava furtiva il suo collega e insieme ridacchiavano.
Poi c’era il dentifricio che aveva comprato un paio di giorni fa: non gli piaceva.
Così, mentre si lavava i denti, allo specchio faceva quella faccia come per dire bah, così così, non sono convinto. Dunque quel giorno, prima di tutto, sarebbe andato in farmacia a ordinare anche un bel dentifricio nuovo. Questo qui, innanzitutto, non era blu, e poi il sapore di mentolo – anche se era giusto nel tono – era scialbo, gli sembrava un inganno, perché un dentifricio doveva prima di tutto non farti puzzare il fiato e poi dopo, come seconda funzione, doveva proteggere i denti da gengiviti, tartaro, batteri, e tutte quelle robe là.
«Bimbi miei, i delfini parlano tra di loro, proprio come voi parlate con i vostri amichetti a scuola». In sottofondo teneva sempre quel documentario per bambini. Lo interessava perché i delfini erano una sua grande passione, e la madre, quando era piccolo, gli aveva promesso di portarlo a vederli nel loro habitat naturale. Ora lei la trovava un’idea stupida; a chi non piacciono i delfini? Bah, bah, come si fa a non voler andare a vedere i delfini, così diceva.
«Si può dire, bambini, che i delfini parlano il delfinese» sorrideva durante il documentario, e mentre lo faceva guardava fisso un orologio attaccato al muro proprio sopra la tv, bianco, bianchissimo, con i numeri e le lancette nere, non c’era nulla di più banale di quell’orologio, e per un attimo si bloccò, davvero, si bloccò proprio, come se avesse fatto la più grande scoperta del secolo: se l’orologio era così banale e lui guardava il tempo passare da quell’orologio, anche il suo tempo doveva essere banale, e intanto i delfini fischiavano, e lui si alzò di colpo dal divano, spense la tv si
avvicinò all’orologio, lo staccò dal muro e lo buttò nell’immondizia, ecco qua, si disse, questo era il posto giusto per il tempo che misurava con un orologio così.
Annusava sempre le magliette prima di indossarle; avevano un buon odore perché sua madre gli portava vestiti puliti e qualcosa da mangiare. Ogni cinque giorni, gli lasciava il pacco fuori la porta e se ne andava. Non gli piaceva che la madre stesse sempre nei paraggi. Diceva che si era fatto adulto e non ce n’era bisogno. Poi quando lei se ne andava, accendeva lo stereo e metteva le canzoni di Elton John, e cominciava a ballare per casa, da solo, in un silenzio che era un particolare tipo di silenzio, di quelli con un sottofondo specifico, come un suono elettrico, a bassissimo volume, che veniva rotto dalla musica, ma che poi, dopo essersi stancato di ballare e cantare, tornava a fargli compagnia.
Raffaele Cars (Napoli, 1992) esordisce nel 2015 con un racconto nell’antologia Infinito Presente. Con Homo Scrivens pubblica i romanzi La Giovinezza al Tempo degli Orsi (2018) e L’Inferno è dietro l’Angolo (2023). Negli anni firma racconti su riviste e antologie, scrive podcast, contenuti web e ottiene riconoscimenti, tra cui il Premio Nabokov con il racconto Polpette al Cuore di Lars. Il suo progetto più recente è la raccolta in ebook Racconti per assecondare la malinconia, arrivata al primo posto su Amazon nella categoria “Racconti per ragazzi”.



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