A cura di Annachiara Mezzanini
Il mondo sta finendo. Questa palla di acqua e terra si sta sgretolando sotto ai nostri occhi, che spesso e volentieri orientiamo verso margini più sereni e rassicuranti. Ci distraiamo con un contenuto blando e inconsistente, ci perdiamo dentro al feed vuoto di un social, scegliamo (in)consapevolmente di girarci dall’altra parte. Questo è un atteggiamento comune, è un sentimento che sceglie di ignorare il fumo che avanza da sotto la porta: fintanto che ci sarà una finestra nei paraggi, da cui buttarci all’ultimo, si può considerare sotto controllo la situazione. Ma cosa riusciremo a salvare dall’incendio?

All’interno di una società che si basa sull’immagine, esiste ancora chi sceglie di dare un peso e un valore ai contenuti sensibili e urgenti. L’artista visiva Monira Al Qadiri, classe 1983, è una di queste voci.
Kuwaitiana originaria del Senegal, formatasi nel 2010 alla Tokyo University of the Arts in Intermedia Art, Al Qadiri si palesa come una delle più originali professioniste nel campo della documentazione visuale della società attuale, con uno spiccato interesse verso i cambiamenti climatici e la tradizione cultuale e industriale petrolchimica del Golfo. Il suo lavoro si allarga proprio come una densa macchia di petrolio, andando a comprendere varie forme d’espressione, quali la scultura, il videomaking, la performance e le installazioni.
Il suo interesse verso il rapporto uomo-cultura-natura e verso i pericoli irreversibili della crisi climatica è evidente in molte sue opere. Unendo colore, texture, materia e suono, Al Qadiri mostra al suo pubblico minuscoli dettagli, particelle di vita mutante che altrimenti rimarrebbero sconosciute all’essere umano medio. Nella sua installazione interattiva Gastromancer (2023) l’artista riflette sulla vita taciuta dei molluschi Murex femmina, compromessi dalla presenza nelle acque marine di sostanze tossiche rilasciate dalle petroliere. Il tributilstagno, o TBT, è una vernice di colore rosso utilizzata solitamente dalle industrie petrolchimiche per proteggere il fondo delle navi dall’accumulo di esseri marini – alghe, cirripedi, mitili. La sua azione silenziosa distrugge la possibilità di deposito di queste forme di vita, ma allo stesso tempo, a causa dell’erosione delle superfici metalliche su cui viene applicata, tale sostanza viene diffusa nelle acque, andando a minare l’esistenza di altri piccolissimi ma essenziali organismi. Proprio i molluschi Murex femmina risentono pesantemente di questa presenza nociva: entrando in contatto con il TBT, esse cambiano sesso, mettendo a repentaglio la sopravvivenza e la procreazione dei gasteropodi. Al Qadiri mostra tutto questo: in un ambiente interamente inghiottito dal rosso, l’artista pone al centro della stanza due grandi conchiglie in fibra di vetro, dalla cui estremità fuoriesce una voce, un lamento, una confessione alla quale il visitatore può e deve avvicinarsi, accostandovi l’orecchio. Tutto attorno il silenzio, la cieca e muta percezione di chi non abita quegli spazi.

Indagando ulteriormente la vita nei mari nel Sud del mondo, l’artista si concentra sul ciclo vitale delle petroliere stesse. Mostri marini che portano altrove ricchezza, le loro carcasse si depositano a Chittagong, in Bangladesh, in attesa di essere smembrate e demolite. Come balene morte, spiaggiate in una discarica nera e maleodorante, i loro corpi sono profanati dalla ruggine e dall’azione meccanica di ruspe e bracci metallici; il destino del petrolio e della sua fortuna si arena e arrende su questi lidi, palesando tutto il suo sfacelo e fallimento. Al Qadiri documenta la fine di questi corpi morti nel film Oh body of mine (2025), restituendo un’immagine quasi malinconica dell’industria petrolchimica mondiale. Le scene sono accompagnate da una reinterpretazione parlata della poesia di Rimbaud La barca ubriaca (1871), che sottolinea tale sentimento e che dimostra come il fine ultimo di questa filiera non sia altro che la spinta al limite di un corpo – animale, marino, umano o meccanico.



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