La pioggia scorre sui vetri, goccia a goccia.
La pioggia scorre sui vetri e pare un canto.
Seduta nell’ombra una donna aspetta. La sua vita è diventata tempo e attesa.
La sua vita è diventata tempo.
Di tanto in tanto qualcuno si muove, sagome e voci. Lei rimane immobile.
Nell’aria c’è un odore pungente di disinfettante mischiato a un altro, più intenso e accorato, di minestra: è un assalto per le narici. La donna non fa caso all’odore, ma sente il contatto metallico sulle labbra e poi quel fluido, denso, che le scotta la lingua. Allora tossisce. «Oh, oh…oggi non vogliamo mangiare» dice l’infermiera. Ha un tono quasi di rimprovero.
«Forse è troppo calda…»
C’è un’altra presenza nella stanza. È una donna giovane. È stata lei a parlare, la voce sommessa e timida. La donna volta la testa nella sua direzione come rispondendo a un richiamo.
«Dice che mi ha riconosciuto?»
La voce giovane si inarca in un palpito di speranza.
«Non credo» commenta l’infermiera, riponendo la ciotola sul tavolo con un gesto brusco che, per poco, non ne rovescia il contenuto. «Ti ha sentito, questo sì. Parlale. Le piace ascoltare».
Un altro movimento. La giovane avvicina la sedia e si accosta alla donna, si sente il rumore strisciante del sostegno in metallo trascinato contro il pavimento. Poi di nuovo silenzio.
«Vi lascio sole» dice l’infermiera «così intanto si raffredda».
E se ne va. Quando chiude la porta, la stanza sembra precipitare nel bianco. Le pareti non hanno sfumature, se non quell’indefinibile crema slavato; sono pochi i mobili intorno: oltre al letto, un armadio a tre ante, un comodino su cui è poggiata una brocca trasparente insieme a un bicchiere vuoto. Non c’è nulla di superfluo, ogni oggetto ha una funzione e uno scopo. Un tavolino, due sedie, ora entrambe occupate. Si ode solo il canto della pioggia che scorre sui vetri, goccia a goccia.
Poi la giovane sussurra, come se parlasse a sé stessa:
«Una volta eri tu a raccontarmi le storie».
Goccia a goccia.
«Che storia vuoi sentire? Intanto, guarda, ho portato delle foto».
E apre un grosso album facendo frusciare le pagine di carta spessa, leggermente ingiallite ai bordi.
La donna si volta di nuovo verso il vetro, sembra fissare l’esterno, anche se di fronte a lei c’è un muro d’acqua: è liquido, eppure impenetrabile. Lo osserva incantata, i suoi occhi non hanno colore, appare persa dentro sé stessa, contempla immagini che solo lei può vedere. Tutto scorre. Goccia a goccia. Acqua uguale tempo.
«Se vuoi,» prosegue la voce giovane «ti racconto la tua, di storia. Ti ricordi chi eri?»
Ti ricordi chi eri?
E le mostra una foto. Nell’immagine c’è una bambina ricciuta, fissa l’obiettivo imbronciata, il visino quasi sepolto dalla matassa scura e crespa dei capelli. Non sorride. I suoi occhi bucano la sottile patina traslucida dell’immagine in bianco e nero come spilli. Non è sola, si tratta di una fotografia di gruppo: per trovarla bisogna riconoscerla. È davanti, perché è la più piccola. Il fotografo aveva allestito la composizione come si prepara uno spettacolo, prima di fermare il momento in uno scatto. Sono tutti vestiti eleganti, forse era una domenica subito dopo messa. Lei indossa un abito chiaro, che nel riflesso pare sgranato, una macchia di luce, fa a pugni con il nero degli occhi e dei capelli. C’è qualcosa che la foto non dice – ma è la ragazza a ricordarlo e allora lo racconta con la sua fresca voce giovane: Qui avevi cinque anni e sempre fame, rubavi la polenta dal piatto di tuo fratello più piccolo, Sandrino, che tanto non mangiava mai.
In mezzo ai suoi fratelli e sorelle lei pare una selvaggia, tiene le braccia incrociate contro il petto, segno inconfutabile della sua ribellione. Aveva un bel caratterino.
Ti ricordi chi eri?
E le mostra un’altra foto. Stavolta color seppia, formato quadrato. La bambina ricciuta è diventata una giovane donna, sempre vestita di bianco. Ha il corpo magro e snello e porta un cappello elegante, un nastro scende sulle spalle. Gli occhi sono nascosti da grandi occhiali dalle lenti leggermente oscurate che le danno un’aria da diva. Di nuovo non è sola: un uomo la tiene a braccetto, è vestito di tutto punto, con giacca e cravattino. Entrambi rivolti verso l’obiettivo. Lui sorride, ha gli occhi buoni e l’espressione aperta verso il futuro. Lei, invece, è sempre seria; ma forse è solo una posa. Dietro di loro si indovina la sagoma di una chiesa, la facciata neoclassica e perfettamente simmetrica, le colonne massicce di marmo svettanti verso il cielo e il portone spalancato, come una fauce nera pronta a inghiottire.
Quello che la foto non dice: era il giorno del suo matrimonio, un sabato di settembre in cui piovve tutto il tempo. Si era sposata tardi, l’ultima tra le sorelle, ormai nessuno ci sperava più. «L’uomo che hai accanto» racconta la voce della ragazza «ti renderà felice».
Nello scatto la coppia di sposi è immobile, ma presto sarebbero scesi passo a passo dalle scale della chiesa bersagliati dal riso lanciato dagli amici e, la sera stessa, sarebbero partiti per Napoli, per proseguire, poi, lungo la costiera amalfitana: la loro luna di miele.
Ti ricordi chi eri?
L’ultima foto. Un’immagine a colori, finalmente. Eccola, è ancora lei, eppure è diversa. Indossa un maglione rosso scuro e un paio di pantaloni lunghi, deve essere inverno. È seduta sui gradini di una scala interna. Per la prima volta sorride, rivelando grandi denti bianchi. E, di nuovo, non è sola: tiene in braccio una bambina, bella e ricciuta come una bambola, la esibisce davanti all’obiettivo quasi fosse un trofeo. La bambina ha un’espressione pensosa e grandi occhi scuri, ricordano i suoi nella prima foto, quando lei aveva ancora cinque anni. Un gradino sotto c’è un cane marrone dalle orecchie lunghe e pelose, lingua a penzoloni, come se anche a lui avessero chiesto di sorridere per lo scatto.
Ci sono cose che la foto non dice, ma la ragazza ricorda a memoria e ora ripete: La bambina è tua figlia, aveva appena compiuto un anno. Siete sedute davanti alla porta di casa.
Il cane è un cocker, giovane e vispo, lo aveva chiamato Whisky come il liquore, un nome che gli calzava a pennello, ne rifletteva il colore ambrato e l’energia. Purtroppo sarebbe morto presto di malattia: Ti dispiacque molto, perché era ancora un cucciolo. Te l’aveva regalato la tua amica. A scattare la foto era stato il nonno, con la Kodak Instant, una delle prime: gli piaceva tanto quella macchinetta
La pellicola opaca dell’immagine sembra emanare una luce retrospettiva. La bambina sarebbe cresciuta, diventando una splendida giovane donna, intelligente e fiera: Il tuo orgoglio, ne parlavi con una luce piena negli occhi, accostando al suo nome l’aggettivo «mia», per sempre tua.
Nello scatto, però, è solo una bambina, ha ancora tutta la vita da vivere e il suo futuro non è che un’ipotesi incerta racchiusa nel faccino tondo incorniciato dai riccioli scuri, lo sguardo calmo, trasparente, riflette già il suo carattere e la postura che assumerà nei confronti del mondo.
Di figlia ne sarebbe presto venuta anche un’altra e poi, su quella stessa scala, avrebbero giocato chiassosi i nipoti facendo strisciare le macchinine sui gradini per accelerare la velocità. Ma nella fotografia il tempo è congelato e non fugge. Lì è ancora giovane, ha trentatré anni e stringe tra le braccia la sua primogenita.
La pioggia scorre sui vetri, goccia a goccia. La pioggia scorre sui vetri e pare un canto.
Si apre di nuovo la porta con un leggero cigolio. Torna l’infermiera, stavolta accompagnata da un medico per la visita giornaliera.
La giovane donna scosta la sedia e ripone l’album di fotografie sul tavolo. Il dottore con il camice bianco si avvicina alla paziente, che è tornata a fissare fuori dalla finestra.
Le pone delle domande, cui la donna non risponde, nonostante le senta benissimo: sbatte appena le palpebre. Allora il medico le porge un foglio di carta e una penna – e con gentilezza dice: «Scriva una frase. Quello che vuole. Ma di senso compiuto».
Si fa avanti la ragazza, mossa da un impeto: «Ma dottore, lei non sa scrivere. Cioè, scrive male, non è abituata. A volte sbagliava anche la lista della spesa».
Eppure, con grande stupore di tutti, la donna ha preso la penna in mano e, con impegno, traccia dei segni sulla carta. Nel silenzio di nuovo si ode solo il battito sordo della pioggia sul vetro, nessuno osa interrompere il gesto che appare miracoloso.
Sul foglio compare una parola, di quattro lettere, scritta in stampatello a caratteri grandi. No, non è una parola. È un nome.
«Anna» legge ad alta voce l’infermiera e, dopo una pausa, domanda «chi è Anna?»
«Sua figlia» risponde la donna più giovane «ha scritto il nome di sua figlia. Mia madre».
«Come se lo spiega dottore?» chiede ancora l’infermiera.
«La sua mente fugge» risponde il medico «ma rimangono delle tracce».
E indica l’album delle fotografie «I ricordi, a volte, sono un fermo immagine».
La donna è tornata ad assentarsi, guarda la pioggia scorrere sul vetro. Goccia a goccia. Presto la lasceranno sola, riconsegnandola alla sua attesa.
Nell’eterna fuga del tempo qualcosa resta, impalpabile e fuggevole, come scritto sull’acqua. D’un tratto tutto pare avere un senso in quella stanza bianca dove l’odore di disinfettante punge le narici nel tentativo di debellare batteri invisibili. La malattia resiste, non conosce cura.
«Posso tenerlo?» chiede la donna più giovane stringendo il foglio tra le dita tremanti.
«Certo, lo tenga».
Il medico si allontana con il suo camice svolazzante, pronto per il nuovo turno di visite. Dietro di lui l’infermiera raccoglie il piatto con la minestra, ormai fredda.
«È la prova» sussurra la giovane – anche se nessuno la ascolta –, «è la prova che in lei è rimasta traccia dell’amore».
Ma è un pensiero che forse solo la pioggia sente mentre scende implacabile, goccia a goccia.
Seduta nell’ombra una donna aspetta. La sua vita è diventata tempo e attesa.
La sua vita è diventata tempo.
Alice Figini
Alice Figini si è laureata in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano e specializzata in Editoria e Scrittura presso l’Università “La Sapienza”. Ha dedicato la sua tesi di laurea magistrale alla scrittrice francese Annie Ernaux, in parte pubblicata da Doppiozero in formato eBook nella collana “Starter”. Collaboratrice per varie testate online, attualmente vive a Roma dove lavora nell’ambito dell’editoria e della comunicazione digitale.



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