A cura di Annachiara Mezzanini

Alice guarda Beirut sfilare come un film accelerato. Costeggia il lungomare, gli occhi assorbiti dalle onde che si infrangono sugli scogli. Correre le regala un senso di pace. I pensieri che si agitano confusi trovano finalmente un ordine. Le sembra di rimbalzare sull’asfalto. Quando corre, Alice si sente invincibile.”

Quando scoppia una guerra tutti scappano in una direzione, ma noi no, noi scegliamo di correre nella direzione opposta e dobbiamo chiederci perché.”

Hajar Azell, Il senso della fuga (2026)

Tra la fine del 2010 e il 2011, sulle coste del Nord Africa e in alcuni paesi mediorientali ha avuto luogo uno dei fenomeni politici, sociali e culturali più importanti del nuovo millennio: le Primavere Arabe. Da Piazza Tahrir al Cairo fino alle strade tunisine, le voci dei popoli in rivolta hanno assunto una potenza e una risonanza tali da essere state percepite e raccolte anche in Europa, da un lato grazie al lavoro di giornalisti e reporter che, subito, si sono recati nel cuore delle proteste, dall’altro grazie alle voci e alle testimonianze artistiche e letterarie di chi, quelle sommosse, le ha vissute in prima persona. Animando le coscienze proprie e altrui, la generazione araba di artisti e intellettuali di tale biennio è riuscita a imporsi sul panorama internazionale, portando avanti un lavoro autentico e riconoscibile, simbolo consapevole del proprio presente. In Europa, non sempre si è osservato il fenomeno con occhio lucido, ma spesso e volentieri appannato da pregiudizi o falsi miti. Nonostante questo, anche a distanza di anni, il ruolo di queste voci è riconosciuto e (ri)portato sotto nuovi riflettori. Un esempio concreto, che viaggia in tale direzione, è l’ultimo romanzo di Hajal Azell, scrittrice marocchina, classe 1992.

Per merito del suo impegno civile e culturale, che si snoda tra Parigi e Rabat, le esperienze delle nuove generazioni, figlie delle Primavere, oggi hanno modo di esporsi e confrontarsi a livello globale, attraverso la rivista Onorient.com (https://onorient.com/).

Il senso della fuga, edito in Italia nel 2026 da Marcos y Marcos, racconta di queste voci, di queste vite, soffermandosi sul ruolo del reporter, del migrante e di suo figlio.

Alice è una giovane giornalista, una di quelle che non sono in grado di stare immobili davanti a una telecamera o fisse sopra la tastiera di un pc, nella comodità di uno studio. Lei è una reporter di guerra: irrequieta, sagace, ambiziosa, affamata. Il suo grande desiderio è quello di immergersi nelle storie che ascolta; buttarsi a capofitto tra la polvere e il sudore della rivolta; scrivere e mangiare parole e, solo dopo, proporsi e cercare di vendere i propri pezzi. Così ha sempre fatto, soprattutto agli albori della sua carriera quando, uscita dall’università, si è subito seduta su un volo per Beirut e poi per il Cairo e poi per Aleppo e, infine, per Algeri. In una costante fuga verso le coste nordafricane, il suo cuore non si è mai placato, nemmeno difronte agli occhi buoni di un barman o a quelli incendiati di un ribelle o a quelli inquieti dell’amore. Nei vapori dei vicoli, tra l’asfalto rovente delle piazze in rivolta e sui muri colorati delle case e dei consolati la sua voce ha riverberato senza sosta: in cerca della verità da raccontare al grande pubblico, all’Europa; in cerca della propria storia familiare e personale, incisa tra le pieghe di un passato mai svelato, fino a ora.

Nefertiti in a Gas Mask, El Zeft

Questa è, in sintesi, la storia di una donna scissa tra due mondi: quello bello e protetto di casa, a Parigi, e quello pericoloso e affannato delle strade divorate dalla guerra e dai disordini. Nel mezzo, esattamente al centro della cartina spiegazzata sul letto, una profonda x segna il punto in cui qualcosa è nascosto. In quel punto, a metà strada tra i due mondi – le due vite – lo stomaco di Alice si contorce. Cosa manca?

Lungo i percorsi della sua esistenza, molte persone si sono affacciate sulla mappa quasi illeggibile di Alice. Quasi tutte hanno lasciato un segno tra i meridiani e i paralleli, anche se solo in pochi sono riusciti a inquadrare la rotta, ridimensionando i chilometri e la portata del viaggio.

Tornata a casa dopo il suo ultimo reportage in Siria, incapace di allontanarsi dal collo della bottiglia e dal filtro giallo della sigaretta, saranno proprio le storie degli altri – di coloro che su quella rotta, invece, si sono allungati – a rimetterla in sesto e a farle tornare la voglia di vivere. E di scrivere.

In un susseguirsi di rapporti profondi e interrotti, di incontri casuali e ricercati, Alice traccerà la propria traiettoria, il proprio percorso, a tratti accidentato, tra la carriera promettente di una giornalista capace e intransigente e la vita privata – e provata – di una donna sull’orlo del baratro. La prematura scomparsa del padre algerino; l’amore con Bassem sbocciato all’Hurreya, il bar fulcro del fermento nazionale e internazionale del Cairo; la morte tragica del collega Arnaud ad Aleppo; gli occhi liquidi di Ilyes, il ragazzino in fuga dallo stesso piccolo villaggio che ha visto nascere le radici sconosciute di Alice. La storia della giovane donna è descritta da queste voci, apparse e scomparse come lucciole nella notte.

Come riuscirà a salvarsi, questa volta, Alice? Quali storie non sono ancora state scritte?

Hanaa El Degham, The Egyptian spirit, 2013

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La fuga (un po’ di)

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I testi sentono voci in un deserto

L’arte della fuga / Giuseppe Pontiggia

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