Erano tanti i treni che attraversavano il paese, ma solo uno arrivava a Grande Città. Passava una volta l’anno e ogni anno cambiava giorno e orario di partenza. C’erano altri modi per raggiungerla. Si poteva andare in macchina, ma il viaggio era lungo e nessuno ne possedeva una, in paese. Si poteva raggiungere cambiando treno di stazione in stazione ma la rete ferroviaria era un labirinto. Chi ci provava finiva per perdersi, fermarsi in un posto a caso e riiniziare lì la propria vita.
L’arrivo del treno era il giorno preferito di Michele. Gli piaceva notare le differenze fra chi saliva e scendeva. Chi saliva fumava sigarette, quelle che ti fai da solo. Chi scendeva fumava sigari. Oppure chi saliva aveva il cappotto di pezza mentre chi scendeva portava voluminose pellicce. Ma il vero motivo per cui aspettava il treno erano le storie. Arrivavano nascoste insieme ai passeggeri. Michele era abile a scovarle e queste gli mostravano sempre qualcosa di nuovo sulla città. Per esempio, ne aveva trovata una tra due signore ben vestite. Una di loro parlava della casa nuova del fidanzato di sua figlia. Da quella storia aveva scoperto che a Grande Città esistevano case costruite una sopra l’altra ed erano così alte che grattavano il cielo. Ogni anno, poi, ne capitavano svariate su quelle persone che diventavano “qualcuno”. Erano le sue preferite.
Michele sognava di andarci, a Grande Città. I primi a cui lo aveva detto erano stati i suoi genitori. Nessuno dei due si penò, era normale fra i bambini della sua età. Loro coltivavano patate. Erano entrambi bassi, con i fianchi larghi e la pelle giallognola. Michele pensava che, a forza di coltivare patate, avrebbe finito per assomigliargli.
Michele si mise a risparmiare soldi per comprarsi il biglietto. Consegnava i giornali prima di andare a scuola e nei fine settimana aiutava i suoi genitori nei campi. Il tempo libero lo passava a non sembrare “provinciale”. Questo termine lo aveva imparato in stazione.
Imparava tutto quello che poteva sulle pellicce e passava gran parte del tempo libero vicino la tabaccheria. Guardava le scatole dei sigari. Cercava informazioni sulle varie marche. Quando un cliente ne comprava uno, lo seguiva aspettando il momento in cui lo accendeva per poterne sentire l’aroma. Voleva imparare a distinguerli solo con l’olfatto, come chi ne capiva.
Il giorno del suo decimo compleanno spese una parte dei soldi guadagnati per comprarsene uno. Prese quello che stava in vetrina, con la confezione in mogano e foderata di velluto all’interno. Lo nascose in camera sua e decise che se lo sarebbe fumato solo una volta messo piede a Grande Città.
Quello fu anche l’anno in cui dal treno scese una macchina. L’aveva vista solo sui giornali. Se l’era comprata il medico. Nera, lucida, con linee morbide. Faceva un gran baccano. Prima di allora non aveva mai pensato si potesse desiderare così tanto un oggetto.
Intanto, passando molto tempo nei pressi della tabaccheria, conobbe Francesca. Era la figlia del proprietario e, dalla morte di sua mamma, lo accompagnava ogni giorno al negozio. La prima volta la vide dietro al bancone. Aveva i capelli vermigli e scompigliati e il viso coperto di lentiggini. Quando qualcuno le rivolgeva la parola diventava rossa. A Michele ricordava una fragola.
Divennero amici. Il padre lavorava anche di domenica così lei iniziò ad andare a messa con la famiglia di Michele. Nel tragitto per raggiungere la chiesa, a loro era permesso stare un po’ più indietro rispetto agli adulti. Michele era contento perché così poteva raccontarle tutte le cose che sapeva su Grande Città senza che gli adulti si intromettessero. Francesca sentiva quelle storie ma era sicura che qualcuna Michele se l’inventasse.
Però, quando fece quattordici anni, ci fu una domenica che durante il tragitto non raccontò niente. Era una delle prime domeniche dell’anno in cui l’aria si riscalda e le giacche si lasciano a casa. Quella mattina i capelli di Francesca erano ordinati, raccolti con un fiocco rosso in una lunga coda. Il vestito che indossava era semplice, con le bretelline sottili che facevano risaltare il collo. Non l’aveva mai considerata brutta, ma prima di quella mattina neanche bella. Francesca gli chiese se fosse arrabbiato, lui disse di no. Durante la funzione sedettero vicini, come sempre. Di solito, mentre il prete parlava, Michele fantasticava su come fossero i preti in città e che tipo di prediche facessero. A quella messa, invece, pensava ad altro. Si chiedeva se lei lo ritenesse brutto e si trovava spesso a guardarle le gambe. Al ritorno trovò il coraggio per dire a Francesca che il vestito le stava bene. Lei arrossì e si scambiarono un bacio.
Quello fu anche l’anno in cui, alla stazione, scese la più grande diva del cinema. Michele aveva visto tutti i suoi film. Era elegante, con un vestito nero lungo e stretto in vita, su cui risaltava una lunga collana di perle. Nessuno in quella stazione era immune al suo fascino, tranne Michele. Lui pensava a Francesca.
Una delle cose che con il tempo imparò su Grande Città era che i fatti più importanti succedevano in centro. Decise, dopo aver messo i soldi da parte per il biglietto, di risparmiarne altri per affittarsi una casa lì, in uno di quei grattacieli (aveva scoperto il modo giusto per chiamare quelle case costruite una sopra l’altra), così dovette trovarsi un altro lavoro.
Divenne l’apprendista di Matteo, il falegname. La sua bottega era piena di trucioli che gli finivano sempre dentro i vestiti e il fine settimana aveva ancora la sensazione di averne qualcuno sotto la camicia. Il lavoro non era impegnativo, si trattava di fare qualche consegna, passare la scopa a fine giornata, fare la manutenzione degli attrezzi e imparare il mestiere. Per Michele significava che doveva prima guardare. Era la sua parte preferita. Gli strumenti in mano al falegname prendevano vita.
Quello fu l’anno che in stazione vide scendere il più grande industriale della città. Si fermò solo una notte, poi sarebbe ripartito per andare in un altro paese a concludere affari. Era sempre attorniato da persone, chi gli portava le valigie, chi gli apriva le porte e chi gli parlava mentre mangiava. Michele si chiedeva se qualcuno avesse trovato il modo di parlargli anche quando dormiva.
Finalmente fece diciott’anni. Quell’anno il treno sarebbe passato di notte. Un po’ di tempo prima della partenza smise di parlare del suo sogno e in paese pensavano che ci avesse rinunciato. Quella notte lasciò un biglietto per i suoi genitori, per Francesca e uno anche per Matteo, preparò lo zaino e andò in stazione. Arrivò in anticipo e si sedette su una panchina. Cacciò dalla tasca la scatola con il sigaro, lo prese e lo annusò. Aveva un profumo di cuoio. In quel momento realizzò che, con sé, non aveva né accendino né fiammiferi per poterlo fumare una volta sceso.
La stazione iniziava ad affollarsi, c’erano persone da tutti i paesi vicini. Chi si conosceva faceva gruppo, chi era da solo offriva sigarette per cercare di far parte di qualcuno di questi. C’erano poi quelli senza valigia, erano lì ad aspettare qualche caro di ritorno da Grande Città. Lui restava in disparte a osservarli.
Il treno arrivò e la frenata coprì tutti i suoni. I passeggeri iniziarono a scendere e chi stava sulla banchina iniziava a salire e sistemare i bagagli. Le carrozze si riempirono di nuovo. Quando tutto era pronto il capostazione diede il segnale e il treno accelerò verso Grande Città.
Lui dalla panchina non si era alzato. Il padre, che lo aveva osservato di nascosto, si sedette vicino a lui. Michele era sorpreso ma non disse nulla.
«Tutti abbiamo sognato di prendere il treno e andare via. Diventare “qualcuno”.»
Questa espressione, il padre la pronunciava con la stessa enfasi di tutti in paese, come fosse una cosa ridicola.
«Sai cosa ci frega? La paura.»
Prese dalla tasca del tabacco e una cartina e iniziò a farsi una sigaretta.
«Io non ho paura.» gli disse Michele.
Il padre rise.
«Non avrei mai pensato di coltivare le patate. Però andare nei campi con il nonno mi piaceva. Mi divertivo a vedere come la luce giocava con i rami degli alberi.»
Era una cosa a cui Michele non aveva mai fatto caso.
«Iniziai a portarmi dei fogli per disegnarli. Così non li dimenticavo. Ne facevo tanti e a furia di farne divenni bravo. Così quando dissi che sarei andato a Grande Città per diventare un pittore nessuno ebbe nulla da ridire.»
Finì di farsi la sigaretta e l’accese. Nonostante le mani callose e spaccate ne faceva sempre di bellissime.
«La paura arrivò il giorno in cui sarei dovuto partire. Mi chiesi che cosa avrei disegnato lì. Qua invece ho i campi.»
Il padre si alzò e gli mise una mano sopra la spalla.
«Per quest’anno il treno è passato. Torniamo a casa.»
Si avviarono. Michele uscendo di stazione si fermò vicino al cestino, odorò il sigaro per l’ultima volta prima di buttarlo. Da lì riusciva a vedere la biglietteria. Stava chiudendo. Il bigliettaio era nervoso, odiava il turno di notte. Una volta chiuso si avviava verso casa al passo più veloce che le scarpe logore gli permettessero. Cercava di difendersi dal vento alzando il colletto del cappotto. Lo seguì con lo sguardo fino a che non svoltò. Raggiunse l’entrata. Sopra il cancello le lettere di metallo erano disposte ad arco e componevano la parola “STAZIONE”. Macchie di ruggine iniziavano a formarsi.
Il padre gli rimise una mano sopra la spalla.
«Per quest’anno il treno è passato. Torniamo a casa.»
Paolo Di Luzio
Paolo Di Luzio nasce a Chieti nel 1992, vive a Pescara dal 2025 e si trasferirà a Gotham City nel 2027. In attesa di vivere di scrittura di giorno studia economia e di notte lavora come cameriere.
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