Era la fine dell’estate: si sentiva nelle giornate che iniziavano a scolorire prima, ce lo dicevano i temporali che esplodevano puntuali tutti i pomeriggi.
Andavamo in spiaggia al mattino, non troppo presto, non troppo tardi, con gli occhi gonfi di sonno per aver contato le stelle, la notte, raccontandoci segreti da adolescenti.
Eravamo come sorelle, amiche da ancora prima di saper leggere e scrivere, poi compagne di classe e complici negli anni più spensierati, durante le vacanze, che erano infinite, e i bagni al mare, le partite a beach-volley, le corse in bicicletta. Inseparabili e felici come si è solo per un brevissimo periodo della nostra esistenza.
Come quasi tutti i pomeriggi, io, Benedetta e Camilla eravamo chiuse nella mia cameretta: la pioggia fuori a battere sulla finestra e noi a cinguettare dei loro amori non corrisposti e delle guerre con i genitori. Io un ragazzo, invece, ce l’avevo e il rapporto con i miei era buono. Anzi, soprattutto quell’anno si era rafforzato: il problema di mia madre aveva cambiato in modo ineluttabile le dinamiche familiari.
«Stasera lo faccio» avevo annunciato, mentre Camilla e Benedetta infilavano perline in fili di nylon trasparente per farne cavigliere o braccialetti colorati.
Si erano bloccate, avevano strabuzzato gli occhi: «Eh?! Cosa?» urlando all’unisono. Si erano precipitate a sedermisi di fianco, sulle lenzuola stropicciate.
«Sei sicura sicura, Alice?» mi avevano chiesto di nuovo in coro.
«Voglio essere la prima, così poi vi racconto come si fa» avevo ridacchiato e la Cami, accompagnando la sua risposta con uno scappellotto sulla mia testa: «Sei una stronza, e una cretina anche. Avevamo detto di farlo insieme, cioè lo stesso giorno. E mo’ che facciamo noi due? ‘Cchiappo il primo che passa e me lo scopo? E la Bene la facciamo sverginare dal figlio del panettiere, quel coso inguardabile, eh? Fanculo, Ali».
Ci eravamo buttate indietro sul letto e avevamo riso fino alle lacrime, ripetendo “il figlio del panettiere”. Poi mi ero sollevata, ricomposta un attimo e le avevo pregate di abbassare le voci: «Mia madre sta riposando, raga» ed erano tornate serissime anche loro, sistemandosi i capelli scompigliati e tirandosi giù i top fluorescenti che a stento coprivano le tettine.
Quella sera avevamo indossato le felpe coi cappucci, il temporale aveva lasciato uno strascico di aria fresca. Per le strade si sentiva odore di resina e zampironi, le nuvole erano carta velina nel cielo nero. La piazza del paese era un formicaio di ragazzi di ogni età e famiglie con bambini al seguito che tiravano per le giostre coi gonfiabili, il calcinculo e l’autoscontro. Tutta quella gente la vedevamo solo a luglio e agosto, per la maggior parte si trattava di turisti attirati dal nostro mare cristallino e dalle case in affitto a due soldi.
Davanti ai bar quelli più grandi di noi si atteggiavano a vip: i ragazzi con le camicie bianche sbottonate, le ragazze con minigonne inguinali. Completavano il quadro bicchieri colmi di cocktail iridescenti e sigarette fumate una dietro l’altra.
C’erano la musica che fuoriusciva dai locali e un indistinto sottofondo di voci, e poi luci a intermittenza, faretti che scaldavano come piccoli soli, odore di carne alla brace e pizze. Nello sciamare scomposto del centro, avanzavamo noi, “l’ABC del mondo”, come ci chiamavamo per via delle iniziali dei nostri nomi, tenendoci strette per mano, sicure dietro i nostri mascara ciglia-folte e i lucidalabbra al sapore di fragola.
Io avevo appuntamento col mio moroso. Ci eravamo accordate, con le ragazze, di ritrovarci alla cornetteria che sfornava le brioches a mezzanotte, per tornare a casa insieme, ubbidendo alla richiesta dei nostri genitori – abitavamo tutte sulla stessa stradina, in villette a schiera adiacenti.
Christian era quasi maggiorenne, stava in campeggio con degli amici un po’più grandi di lui. Ci eravamo conosciuti un paio di settimane prima alla cassa del supermercato, lui con un carico di lattine di birra nel cestello, io con gli assorbenti viola in mano. Un colpo di fulmine per tutti e due, anche se quel pomeriggio avevo i capelli impastati di salsedine e un brufolo sulla fronte per il ciclo. Lui, invece, era un semidio con le spalle a forma di pavesino, gli occhi color Nutella e le labbra di Brad Pitt.
Lasciate le mie amiche, ci eravamo incontrati davanti al noleggio bici, in una stradina secondaria che portava al mare. Da lì avevamo proseguito stretti l’uno all’altra, io con la mano nella tasca posteriore dei suoi Levi’s, lui un braccio sulle mie spalle e una bottiglia di Corona che gli spuntava dalla manica troppo lunga.
«Andiamo in spiaggia, allora?» mi aveva chiesto per averne conferma.
«Eh, sì» gli avevo risposto, cercando di sembrare spigliata, «Chris, ce li hai i…» e mi ero impantanata nei puntini sospensivi come una cretina.
«Yes. Tranquilla».
Intanto un pezzo di cielo sopra di noi si era aperto, facendoci dimenticare i nuvoloni pomeridiani. Non era nemmeno più tanto freddo, lui aveva la pelle calda, la sentivo anche attraverso il suo giubbetto di jeans scolorito.
In spiaggia, avevamo cercato un’insenatura nascosta da una duna di sabbia, puntellata da gigli selvatici, camminando un bel po’ per evitare di incontrare gente o i guardiani notturni dei lidi. Nello zaino avevo portato un telo, lo avevo steso a terra, mi ci ero buttata sopra, a peso morto, e lui si era messo a ridere, sputando l’ultima sorsata di birra.
Mi sentivo tranquilla, con il profumo dei fiori, la luna, il suono dolce delle onde: era tutto perfetto, come in un film romantico.
Christian si era sdraiato vicino a me e mi aveva indicato le Pleiadi: «Le vedi solo se sfochi la vista. Guarda ma non guardare».
Poi si era messo su un fianco e aveva iniziato a baciarmi il collo, con carezze lente risaliva dai fianchi fino al seno. Gli avevo messo una mano sulla patta e lui si era affrettato a sganciare la cintura. Il clic della fibbia aveva risuonato nelle orecchie come una campana e da quell’istante tutto era cominciato a sembrarmi un rito sacro. Era entrato dentro di me e io avevo sentito una fitta. Guardando le stelle, sfocavo quel momento che aspettavo da tanto in un oh, che era dolore, emozione e sorpresa insieme. Non avevo davvero idea di cosa aspettarmi, di come sarebbe stato. Ero rimasta ferma sotto di lui, cercando solo di agganciarlo, stringerlo a me con le gambe e assecondare piano i suoi movimenti. Forse non avevo nemmeno raggiunto l’orgasmo, ma il mio unico pensiero era un altro: fermare il tempo e costruire il ricordo che mi sarei portata dentro per sempre.
«Ti ho fatto male, Ali?» mi aveva chiesto subito dopo, mentre si sfilava il preservativo.
«Non sapevo se dirtelo che era la mia prima volta… ma si è bell’e capito, no?»
Aveva risposto con un buffetto sulle guance, mi era sembrata la cosa più bella di tutta la vita.
Sarei rimasta fino all’alba ad accarezzargli i capelli color miele, ad aspettare il sole per essere sicura di non aver sognato, ma avevo appuntamento con le ragazze e dovevo rientrare.
Ci eravamo incamminati verso il paese, mano nella mano, lui con una sigaretta a pendergli dalle labbra, io con il suo odore addosso. Poi ci eravamo salutati con un bacio tenero, dandoci appuntamento al giorno dopo.
Camilla e Benedetta erano sedute al tavolino del bar con un cornetto fumante in mano e due sorrisi che si vedevano a distanza.
«Tanti auguri a teeee» mi avevano accolta così, cantando a squarciagola come due bambine a un compleanno.
«Toh, mangia che devi rifocillarti» mi avevano presa in giro, porgendomi un cornetto grondante cioccolato bianco, «e parti con la cronaca dettagliata, infame scopatrice».
«Bimbe, devo andare assolutamente in bagno» le avevo frenate, mi sentivo ancora strana tra le gambe.
Dopo aver sgomitato per entrare nella toilette del bar, mi ero calata giù i jeans e gli slip sui quali era stampata una gocciolina di sangue rosso vivo, come una lacrima. L’avevo guardata con soddisfazione e avevo pensato che oramai ero diventata grande. Tornata dalle ragazze con un’espressione che la diceva lunga su quanto fossi su di giri, eravamo rimaste ancora pochi minuti a riempirci di briciole e a confidarci l’esito della serata.
Poi ci eravamo avviate verso casa, cantando la nostra canzone preferita: aserejé ja, dejé dejebe tu dejebere seibiunouva majavi an de bugui an de buididipi aserejé ja dejé… A ogni passo ci fermavamo per ancheggiare sollevando le braccia al petto, sforbiciando con le mani vorticosamente, come facevano Las Ketchup nel loro video, e saltellavamo per evitare le pozzanghere sulla strada sterrata subito fuori dal centro.
D’improvviso, nel cielo davanti a noi era apparsa una sfera infuocata, un po’ rosa, un po’ viola, un po’ aranciata, con il nucleo centrale di una luminosità abbagliante. Aveva tagliato il buio con lentezza, portandosi dietro una scia come una stella cometa di Natale disegnata da un bambino.
Ci eravamo zittite e avevamo trattenuto il respiro, ingoiando le parole del ritornello che ci stava facendo compagnia.
«Che cazzo è? Un ufo?!» aveva strillato la Cami, guardandoci in faccia per vedere se non stesse avendo un’allucinazione.
«È… è tipo la luna… che viene giù» avevo urlato io.
Benedetta non aveva commentato subito, ma si era lasciata andare solo a un’esclamazione prolungata, per poi sentenziare: «Bimbe, sarà un… un coso… come si chiama? Dai, che lo abbiamo fatto a scienze! Una specie di meteorite… un… bolide, ecco!»
Pur essendo la prima della classe non ci aveva del tutto convinte ed eravamo rimaste di nuovo in silenzio per qualche secondo, cercando di scorgere in lontananza un incendio, un riverbero, un esercito di extraterrestri.
Ci eravamo messe a correre verso casa: «Ma dobbiamo avvisare qualcuno? Chiamare il sindaco, la polizia…» gridava a perdifiato Camilla.
E nella nostra fuga, col fiatone avevo aggiunto: «Raga, e chi se la scorda ‘sta notte? Sono diventata una donna e poi ‘sta cosa qui».
«E io ho fumato la mia prima canna!» aveva continuato la Cami, dando un colpo di tosse come se le fosse tornato su il suo spinello.
«E io sono il genio dell’astronomia!» aveva concluso Benedetta, quando eravamo proprio di fronte casa mia.
Lì, nel mio giardino, c’erano delle persone, troppe per essere mezzanotte passata. Come sagome nere si agitavano sotto il portico, in una coreografia composta ma fuori luogo. Davanti al cancello d’ingresso, un’ambulanza con le sirene accese ma mute.
Avevamo rallentato di colpo, avanzando piano. Vedendoci arrivare, mio fratello ci era corso incontro: «Ali, la mamma. Lei non…», aveva gli occhi rossi e il viso deformato come una maschera di cera che si stava sciogliendo. Non era riuscito a concludere la frase, mi aveva solo abbracciata, intanto Camilla e Benedetta si facevano indietro. Lo avevo allontanato da me con forza: «Devo raccontarle una cosa assurda, ho visto…» e mi ero girata verso le mie amiche: «Diteglielo anche voi! Abbiamo visto un ufo, una palla di fuoco che veniva giù, una roba mai vista». Le ragazze singhiozzavano, guardando me e poi mio fratello, muovendosi quasi al rallentatore.
E lui mi aveva presa per mano: «Vieni dentro».
Lo avevo seguito, i piedi pesanti come inghiottiti dalla ghiaia che scricchiolava a ogni passo.
Ero entrata in casa e avevo sentito solo silenzio, negli occhi ancora i riflessi d’argento sul mare, il bianco luminescente dei gigli, la pelle di Christian.
E quell’apparizione straordinaria nel cielo che lei non era riuscita a vedere.
Simona Visciglia
Simona Visciglia è nata in Calabria, in un paesino che da ragazza le stava stretto e che adesso è il soggetto preferito dei suoi vagheggiamenti nostalgici. Per motivi di studio, si è trasferita in Toscana, dove attualmente vive e lavora. Scrive racconti da circa tre anni, ne ha pubblicati un po’ su alcune riviste online e ha vinto un paio di concorsi.
È terribilmente pigra e disorganizzata e quindi scrive poco, ma quando lo fa va in apnea. Respira solo a lavoro finito, salvo poi perdersi in mille revisioni.
Da “grande” le piacerebbe comprare una casa a Venezia, e lì scrivere finalmente un romanzo.
In copertina: https://pin.it/QBWbym7fM



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