Tradurre significa spesso imparare a muoversi anche in tutto ciò che sta intorno a una lingua. Nei riferimenti culturali, nelle immagini che una parola porta con sé, nelle aspettative di chi leggerà e nelle diverse possibilità che si aprono davanti a una stessa frase. È uno spazio fatto di scelte, in cui raramente esiste una sola strada.

Giulia Malano è traduttrice editoriale dal cinese, insegnante di lingua cinese e divulgatrice sui social.
Per Mondadori ha lavorato alla saga danmei Le tre stelle del caos di Priest, traducendo Le tre stelle del caos. Vol. 1 – Ritorno alla capitale e, più di recente, Le tre stelle del caos. Vol. 3. – L’assedio infuria. Sempre per Mondadori ha tradotto La pasticceria dei tortini di Malto di Kuang Feng, mentre per Edizioni Pedrini Esploriamo il Mar Cinese del Sud con Jiligu di Xiazi e Liu Haiqi.

Traduzione, insegnamento e divulgazione si intrecciano nel suo lavoro, accomunati dalla stessa esigenza: avvicinare lingue e culture diverse, cercando ogni volta le parole e gli strumenti per metterle in dialogo.


Come sei arrivata alla lingua cinese e alla traduzione letteraria?

Già da piccolissima avevo abbastanza chiaro cosa volessi fare. I miei genitori hanno sempre riempito la casa di libri, mi hanno letto tantissimo fin da bambina e io ho iniziato molto presto a leggere in autonomia. Ho capito presto che volevo lavorare con i libri. Mi aprivano mondi e culture diverse e da lì è nata anche la curiosità verso le lingue. Già alle medie avevo deciso che avrei frequentato il liceo linguistico con l’idea, un giorno, di tradurre libri. Sono stata fortunata perché in un liceo non troppo distante da casa si poteva studiare cinese, quindi ho iniziato già alle superiori. Anche se, devo essere onesta, il cinese non è stato il mio primo amore linguistico. All’epoca ero molto più innamorata dello spagnolo. Lo studiavamo per molte ore e facevamo anche diverse materie in lingua, come storia e geografia. Ho conseguito una seconda maturità spagnola e la mia prima traduzione pubblicata è stata proprio dallo spagnolo, Lo sguardo delle piante di Edmundo Paz Soldán, un romanzo di fantascienza uscito per Future Fiction. L’amore vero per il cinese è nato all’università. Con corsi di letteratura, storia e cultura cinese ho potuto approfondire tutto ciò che stava intorno alla lingua ed è lì che me ne sono innamorata davvero. Anche in questo caso sono stata fortunata, perché le mie professoresse erano traduttrici e abbiamo iniziato a lavorare sulla traduzione già dal secondo anno. Le mie tesi sono state dedicate alla traduzione letteraria, quindi il percorso universitario mi ha indirizzata molto verso quello che volevo fare. Poi c’è stato il passaggio dalla formazione alla professione, che secondo me è un discorso complesso e su cui c’è anche un po’ di confusione. Non è sempre chiaro come si riesca a fare questo mestiere. Per me è stato importante non fermarmi alla magistrale e continuare con corsi professionalizzanti dedicati alla traduzione letteraria. Ho seguito diversi corsi, tra cui quelli organizzati dagli Istituti Confucio di Milano e Torino, che mi hanno dato una formazione molto pratica e mi hanno permesso di entrare in contatto con persone già inserite nell’ambiente. Credo che proprio attraverso queste esperienze il mio nome sia rimasto come possibile riferimento. Quando è nato il progetto dei danmei sono stata contattata per fare una prova di traduzione. La prova è andata bene e da lì sono entrata nel progetto.

Lo sguardo delle piante di Edmundo Paz-Soldán, tradotto da Giulia Malano
Future Fiction

Il tuo lavoro intreccia traduzione, insegnamento e divulgazione sui social media. In che modo queste tre dimensioni si influenzano a vicenda?

La pagina Instagram nasce anche con l’idea di essere vicina a chi studia cinese. Oggi questi tre mondi si intrecciano in maniera molto naturale, perché fanno tutti parte della mia vita. Per una questione di tempi, è arrivato prima il mondo dei social. Mi sono laureata nel 2020, in pieno Covid, quando avevo già iniziato le prime esperienze di insegnamento del cinese, soprattutto con bambini delle elementari e addirittura dell’ultimo anno della materna. Con la pandemia, però, molti dei corsi che erano iniziati non sono andati avanti. Mi sono ritrovata con un’esperienza lavorativa lasciata a metà e il mio bagaglio da neolaureata magistrale. In più, sappiamo che il Covid è stato un periodo particolare per tutto ciò che riguardava i rapporti con la Cina. Ho pensato allora di mettere insieme le cose e iniziare a condividere quello che avevo appreso negli anni sulla lingua, sulla cultura e sulla letteratura cinese. All’epoca leggevo già tantissimo, soprattutto in traduzione, visto che ero appena uscita dalla magistrale. Da lì è nata la volontà di aprire la pagina. Mi accorgo che molti aspetti che affronto traducendo riesco poi a portarli in classe. Insegno anche in un’università privata e trovo molto bello poter portare esempi concreti di come lo studio della lingua venga poi applicato nel lavoro. Posso mostrare agli studenti usi reali della lingua o problemi legati alle differenze culturali che incontro traducendo. Dall’altra parte, lavorare sempre a contatto con tante persone, con esperienze e storie diverse, arricchisce anche me come traduttrice. È qualcosa che ormai si alimenta in maniera molto fluida, perché credo che queste tre attività siano tutte forme di comunicazione e abbiano la mediazione come elemento comune. Per questo mi viene spontaneo portarle avanti insieme, anche se richiedono tempo e i social sono sempre la parte a cui riesco a dedicarne meno di quanto vorrei. Mi piacerebbe occuparmene di più, anche perché mi permettono di avvicinarmi alle persone e scoprire tante cose, però ognuno fa quello che può.

Per quanto riguarda l’insegnamento, negli anni ho lavorato con persone di tutte le età, dalle elementari fino agli adulti, perché ho avuto corsi davvero molto diversi. Lavorando come libera professionista, c’è stata una prima fase in cui necessariamente accettavo un po’ quello che arrivava. Man mano che le collaborazioni sono andate avanti, però, ho potuto fare una selezione maggiore, anche per riuscire a offrire una formazione migliore alle persone con cui lavoro. Quest’anno, per esempio, ho lasciato un po’ da parte l’insegnamento ai ragazzi, tranne qualche attività online, e mi sono concentrata soprattutto sugli adulti. Insegno ormai stabilmente nell’università privata con cui a settembre arriverò al quinto anno di collaborazione e lavoro anche con l’Istituto Confucio, dove, a seconda degli anni, seguo corsi diversi. Ho sempre almeno un corso per adulti che si preparano agli esami HSK.

Quando insegni cinese, quali sono gli ostacoli che gli studenti incontrano più spesso? Ritrovi alcune di queste difficoltà anche nel lavoro di traduzione?

Secondo me quello che ci accomuna è che, bene o male, ci siamo passati tutti. Se arrivi a tradurre dal cinese, hai vissuto anche tu il percorso di chi lo ha studiato come lingua straniera. Le difficoltà maggiori che incontro negli studenti sono di due tipi e dipendono anche molto dal modo in cui ciascuno apprende, perché tutti impariamo in maniera diversa ed è anche questo il bello dell’insegnamento. Per alcuni il grande ostacolo è parlare, riuscire a esprimersi con maggiore sicurezza e non farsi bloccare dalla paura di sbagliare. Io ero una di quelle persone e potrei dire che, per certi versi, lo sono ancora. Questa, però, è una difficoltà che ha poco a che fare con la traduzione. L’altro grande ostacolo è lo studio dei caratteri. Il cinese non è una lingua alfabetica e bisogna imparare a riconoscere e utilizzare i caratteri, quindi per molti studenti questa parte diventa particolarmente impegnativa. Il punto in cui studio della lingua e traduzione si incontrano, secondo me, arriva quando subentra la dimensione culturale. A seconda di come e a quale livello studi una lingua, prima o poi devi confrontarti con tutto ciò che sta dietro a un termine, a un’espressione o a un modo di dire. A quel punto non stai più imparando soltanto la lingua, ma anche il contesto che la circonda. Ed è proprio questa, per noi traduttori, una delle parti più complesse da capire e poi da restituire.

Nella traduzione, ti è mai capitato di non trovare una soluzione soddisfacente? Puoi raccontare un caso concreto?

Mi capita più spesso di quanto vorrei. Soffro un po’ della sindrome dell’impostore e difficilmente sono soddisfatta al cento per cento di quello che faccio, ma questo vale un po’ per tutta la mia vita e si riflette anche nella traduzione. Se provo a guardare la questione da un punto di vista più oggettivo, ci sono alcune cose che mi mettono in difficoltà. Una sono i titoli, perché non mi considero una persona particolarmente fantasiosa. Se ci sono titoli di capitoli o cose simili, per me sono proprio il tallone d’Achille dell’opera. Poi, nel cinese, ci sono tutte quelle situazioni in cui il testo comunica qualcosa anche attraverso i caratteri e il modo in cui è costruita la lingua. Una parola può essere formata da più caratteri e ciascuno contribuisce con il proprio significato a creare un’immagine nella mente di chi legge. In italiano questa cosa è spesso molto difficile da restituire. Un caso che mi ha dato parecchio filo da torcere viene da Esploriamo il Mar Cinese del Sud con Jiligu, un libro per ragazzi con uno scopo educativo, che in Cina ha anche ricevuto un riconoscimento nazionale. Proprio perché è rivolto ai più giovani, il protagonista si trova spesso davanti a cose che non conosce e ci sono diversi giochi di parole costruiti sui suoi fraintendimenti. Il libro parla della Via della Seta marittima e a un certo punto una tartaruga spiega agli altri personaggi che cosa fosse e cosa commerciassero. Quando parla delle spezie compare il carattere 香, xiāng, che può rimandare al profumo, all’aroma e anche alle spezie. Quando il pesce sente xiāng, però, lo associa al nome cinese del capodoglio, perché è l’unico xiāng che conosce, e chiede qualcosa come: «Quello del capodoglio?». A quel punto mi sono fatta una cultura che prima non avevo, perché ho scoperto che dal capodoglio si ricava l’ambra grigia, utilizzata in profumeria. Quindi in realtà è tutto collegato. Il problema era riuscire a rendere in italiano il motivo per cui il personaggio tirasse fuori improvvisamente il capodoglio dopo che si era parlato di spezie. In cinese il collegamento funziona grazie a xiāng, mentre in italiano praticamente scompare. Alla fine ho scelto di usare “aroma” in entrambi i casi. Non ho chiamato le spezie “spezie”, ma “aromi”, cercando una parola che potesse stare a metà tra la spezia e il profumo, visto che il riferimento al capodoglio era legato proprio a quest’ultimo. Non sono particolarmente soddisfatta della resa. Tra l’altro, tendo a non rileggere mai le mie traduzioni una volta pubblicate, altrimenti inorridisco davanti alla metà delle cose che ho scritto. Quando sono tornata su questo passaggio per raccontartelo, ho pensato che magari un ragazzino che lo legge non si pone neanche il problema, mentre un lettore adulto potrebbe chiedersi perché a un certo punto salti fuori questo capodoglio. Era davvero difficile trovare una soluzione e magari qualcuno con più esperienza o più inventiva ne avrebbe trovata un’altra. Io, alla fine, mi sono data questa, perché prima o poi una soluzione te la devi dare.

Esploriamo il Mar Cinese del Sud con Jiligu di Xiazi e Liu Haiqi, tradotto da Giulia Malano
Edizioni Pedrini

Quando traduci, quanto conta l’idea del lettore che incontrerà quel testo in italiano?

Per me conta tantissimo. Credo che noi traduttori abbiamo una doppia responsabilità. Da una parte c’è quella nei confronti dell’autore o dell’autrice, quindi il rispetto del suo stile, della sua voce e del mondo che ha costruito nella sua opera. Io sono una sostenitrice della fedeltà al testo originale. Dall’altra penso sempre al motivo per cui traduciamo. Lo facciamo perché ci sono persone che non hanno la possibilità di fruire dell’opera nella lingua originale, quindi abbiamo una responsabilità anche verso il lettore che incontrerà quel testo attraverso la nostra traduzione. Per me ha un ruolo fondamentale e mi piace pensare che, in qualche modo, dobbiamo rendere conto anche a lui del nostro lavoro. Questo diventa ancora più evidente perché, almeno fino a questo momento della mia carriera, mi è capitato di affrontare generi molto diversi. Ho tradotto fantasy, fantascienza, romanzi e racconti che non definiremmo propriamente “di genere”, ma anche libri per ragazzi. Quando ti trovi davanti a pubblici così diversi, devi cambiare anche il tuo modo di tradurre e soprattutto il modo in cui lavori sulla lingua d’arrivo, tenendo sempre presente chi sarà il lettore finale.

Hai tradotto anche opere danmei, un genere che negli ultimi anni ha trovato nuovi lettori e lettrici in Italia. Quali sfide specifiche pone questo tipo di traduzione?

Devo essere onesta, per me il danmei era un genere abbastanza nuovo. Lo conoscevo, ma quando è arrivato in Italia rappresentava qualcosa di nuovo nel panorama della letteratura cinese tradotta. Come spesso accade, in italiano siamo arrivati un po’ più tardi, mentre in inglese queste opere circolavano già da tempo e si era formato un fandom molto nutrito, esperto del genere e delle singole opere. All’inizio, quindi, credo che molti lettori conoscessero il danmei molto meglio di noi traduttori. Quando ho ricevuto l’incarico ho iniziato a informarmi. È un approccio che tendo ad avere con tutte le traduzioni, mi ci butto abbastanza a capofitto. Cerco di leggere altro dell’autore o dell’autrice e libri che abbiano qualcosa in comune con quello a cui sto lavorando. Le tre stelle del caos si distingue anche per la componente steampunk, quindi sono andata a cercare altri libri, italiani e stranieri, che appartenessero a quel genere. Mi piace lasciarmi assorbire da quello che sto traducendo in un determinato momento. Mi è successo anche con La pasticceria dei tortini di Malto, che ho tradotto per Mondadori. A un certo punto in casa mia sono comparsi tantissimi libri che avevano a che fare con la pasticceria e altri ambientati in Giappone, perché una parte del romanzo si svolge lì. Con il danmei, quindi, sono partita abbastanza da novellina e poi mi sono immersa completamente in quel mondo. Anche guardando i titoli su cui hanno lavorato i miei colleghi, mi sono resa conto di quanto sia ampio. Trovo Le tre stelle del caos molto diverso dalle opere tradotte dagli altri. È un genere davvero ricco e sono molto contenta che abbia trovato spazio anche in Italia.

Nella traduzione però, una delle cose da tenere in considerazione era proprio l’esistenza di una community di appassionati molto forte, attenta ai dettagli e affezionata a termini con cui aveva già familiarità, anche senza conoscere il cinese. Ogni scelta ha richiesto quindi una grande mediazione e la ricerca di un equilibrio tra quella che, dal mio punto di vista, poteva essere la soluzione più opportuna e il contesto specifico in cui sarebbe arrivata la traduzione, con un pubblico che aveva già un rapporto molto stretto con queste opere. Dal punto di vista linguistico, poi, le difficoltà sono diverse. Molti di questi titoli sono profondamente radicati nella cultura cinese e possono richiamare il taoismo o il buddhismo, quindi bisogna tenere conto di tutta questa dimensione culturale. Nel caso di Le tre stelle del caos c’è anche uno sfondo storico-politico. Il mondo ricorda quello della Cina imperiale, ma allo stesso tempo non è volutamente preciso nei luoghi e nelle istituzioni. Nei nomi dei funzionari, per esempio, può comparire un termine usato in una dinastia e poco dopo uno appartenente a un’altra. È una scelta voluta e per chi traduce diventa difficile capire quale sia il termine più corretto da utilizzare. A questo si aggiungono il fantasy e, nel mio caso, lo steampunk, che prevedono tutta una serie di nomi che non esistono già in cinese o in italiano e che devi, in un certo senso, inventare. È una cosa che succede traducendo fantasy e io la trovo molto difficile, proprio per la mia mancanza di fantasia. Con la fantascienza avevo già affrontato qualcosa di simile, ma lì si rischia meno da questo punto di vista. Il fantasy, invece, ti costringe a metterti molto più in gioco e per me questa rimane una sfida costante. In realtà mi piace anche per questo. Come dicevo prima, soffro un po’ della sindrome dell’impostore, ma sto imparando piano piano ad abbracciarla. A un certo punto devo dirmi che sto facendo davvero il massimo per rendere giustizia all’opera. Poi alcune persone non apprezzeranno certe scelte, altre ne avrebbero preferite di diverse, ma credo che questo sia normale e che succeda con tutte le traduzioni.

Le tre stelle del caos. Vol. 1 – Ritorno alla capitale di Priest, tradotto da Giulia Malano
Mondadori

In La pasticceria dei tortini di Malto hai tradotto un’autrice taiwanese e parte del romanzo è ambientata in Giappone. Come hai lavorato su questo intreccio di lingue e culture?

Per me è stato anche il primo approccio ufficiale alla traduzione dal cinese di Taiwan. Di nuovo, sono stata fortunata perché all’università, soprattutto durante il secondo anno, avevo lavorato molto su Sanmao, una scrittrice taiwanese, quindi ero già abbastanza abituata a leggere i caratteri tradizionali. Ho tradotto due titoli di autrici taiwanesi per Mondadori, anche se uno è ancora in stand-by e non so se e quando uscirà. La difficoltà, al di là dei caratteri tradizionali, a cui poi ci si abitua, riguarda soprattutto la lingua. A Taiwan si sono sviluppati modi di dire e modi di combinare i caratteri che possono essere diversi da quelli che incontreresti nel cinese della Cina continentale. Quindi c’era anche questo aspetto da tenere in considerazione. In La pasticceria dei tortini di Malto si aggiungeva poi il Giappone, perché una buona parte del romanzo è ambientata lì, soprattutto a Kyoto. Anche per questo a un certo punto mi sono ritrovata la libreria piena di racconti ambientati a Kyoto, pubblicati da case editrici diverse. Mi servivano per capire come erano stati trattati alcuni termini, se venivano tradotti oppure lasciati in giapponese. E in diversi casi ho anche chiesto aiuto.

È stato un progetto molto bello anche per la storia, che è una sorta di romanzo di formazione. In un certo senso lo è anche Le tre stelle del caos, ma qui tutto avviene in maniera molto più rilassata. Le tre stelle del caos inizia con una guerra, il protagonista è sotto una maledizione, quindi diciamo che non conduce proprio una vita serena. Qui, invece, ci sono i problemi quotidiani di un ragazzo che esce dall’università, non sa bene dove sbattere la testa e va a lavorare in Giappone. Devo dire che ogni tanto è stato anche rilassante tradurlo. Secondo me è una bella novità anche rispetto alla letteratura taiwanese che è arrivata finora in traduzione italiana, spesso legata a temi piuttosto pesanti. Nel caso del giapponese, ormai c’è tutta la moda dei “libri coccola” con i gatti, i caffè e così via, anche se chiaramente la letteratura giapponese è molto altro. Dal cinese forse abbiamo quasi il problema opposto. Abbiamo tante tragedie familiari, la Rivoluzione culturale e temi di questo tipo. Quindi ben venga anche La pasticceria dei tortini di Malto, che permette di avvicinarsi a una cultura attraverso la pasticceria. I dolci, infatti, hanno un ruolo importante nel romanzo e sono legati alle festività e alla vita delle persone. Mi vengono in mente le torte lunari per la Festa di Metà Autunno, ma anche i dolci preparati per il primo anno di vita di un bambino. Attraverso il cibo entri comunque nella cultura, solo da una strada diversa. Trovo bello che ci sia questa varietà e che si stiano aprendo più spazi e più modi per esplorare la cultura cinese e quella taiwanese.

La pasticceria dei tortini di Malto di Kuang Feng, tradotto da Giulia Malano
Mondadori

Nel tuo lavoro di traduzione senti anche una dimensione politica? Se sì, in che senso?

Parto dal presupposto che, secondo me, c’è una dimensione politica in tutto ciò che porta a conoscere il mondo. Se sei una persona che legge, studia, si informa e ha piacere di confrontarsi con culture diverse, diventi anche un cittadino più consapevole del mondo, e per me questo ha un valore importantissimo. La traduzione può quindi avere una dimensione politica. Non so, però, se riesco a riconoscerla in maniera così netta in quello che faccio io. Quello che sento maggiormente è la responsabilità di mettere in contatto culture diverse e farle dialogare. Viviamo in un contesto internazionale molto complesso, in cui è facile che Paesi come la Cina vengano ridotti a stereotipi e semplificazioni. Da queste semplificazioni può nascere l’incomprensione e dall’incomprensione può nascere il conflitto. Credo quindi che chi si occupa di traduzione e mediazione, o svolge un lavoro che lo porta a muoversi tra Paesi e culture diverse, abbia un ruolo importante in questo momento. Non si tratta di convincere gli altri che un posto sia “buono”, quanto di cercare di garantire un dialogo. Allo stesso tempo, come dicevo parlando de La pasticceria dei tortini di Malto, mi sento anche di difendere il lato più spensierato della letteratura. Non tutti i libri devono per forza trasmettere un messaggio politico in senso stretto o affrontare grandi tematiche sociali. Il bello della lettura è anche questo. Ogni libro può aprire un mondo diverso e può essere semplicemente quello che scegli per rilassarti al posto di guardare un film. Io trovo bellissima anche l’immagine di una persona che si rilassa leggendo un libro. A volte questo tipo di letteratura viene considerato di minor valore, mentre per me un valore ce l’ha. Vorrei tenere sullo stesso piano questi due aspetti della letteratura, perché sono entrambi validi e servono, in modi diversi, alle persone.

Questa responsabilità la sento molto anche nell’insegnamento. Quando tenevo i corsi alle elementari, la mia prima lezione iniziava sempre chiedendo ai bambini quali parole venissero loro in mente sentendo nominare la Cina. Veniva fuori di tutto. Subito dopo facevamo un gioco che chiamavo “È o non è la Cina?”. Mostravo delle immagini e loro dovevano dirmi se, secondo loro, rappresentassero qualcosa di tipicamente cinese. Il sushi finiva quasi sempre tra le cose cinesi, perché qui siamo abituati a trovare cucina cinese e giapponese negli stessi ristoranti. Non è che mi sembri di compiere un atto politico ogni volta che insegno, ma sono consapevole che sto cercando di avvicinare delle persone a una cultura molto diversa dalla nostra. Da come riesco a farlo può dipendere anche l’idea che quelle persone si faranno di quel luogo, della sua cultura e di chi lo vive.

Nelle tue traduzioni ti senti una presenza invisibile o riconoscibile?

Ti rispondo su due piani. Se parto dalla teoria della traduzione e da come interpreto io il concetto di invisibilità, mi sento ancora abbastanza invisibile. Non credo che nelle mie traduzioni si riconosca già una mia voce, anche perché il mio percorso nella traduzione letteraria è ancora in una fase iniziale e sento di avere tantissimo da imparare. Allo stesso tempo sto lavorando con continuità e, con il progetto dei danmei, mi occuperò di tutti i volumi de Le tre stelle del caos. Per forza di cose, quindi, sto accumulando esperienza e una quantità sempre maggiore di pagine tradotte. Però continuo a sentirmi abbastanza invisibile e, in realtà, sono anche favorevole all’invisibilità del traduttore. Sono molto legata all’idea della fedeltà al testo originale e alla voce dell’autore, quindi questa cosa non mi dispiace. Sono però consapevole che un’invisibilità assoluta sia impossibile. Ogni parola che inseriamo nella traduzione deriva da una scelta che abbiamo fatto noi. Un collega o una collega con la mia stessa esperienza, davanti allo stesso passaggio, avrebbe magari scelto una soluzione diversa. È inevitabile, quindi, che qualcosa della nostra voce rimanga. Non mi sento ancora una traduttrice la cui presenza si riconosce in senso positivo, nel modo in cui può accadere con figure che per me sono dei riferimenti, come Silvia Pozzi. Chi traduce dal cinese sa che, quando legge una sua traduzione, può essere tranquillo anche rispetto alla leggibilità del testo. Io non sento ancora di essere arrivata a quel punto.

Se invece parliamo della visibilità del traduttore come figura professionale, allora assolutamente sì. Credo che il traduttore, insieme a tutte le altre persone che lavorano nell’editoria, dovrebbe avere molto più spazio e riconoscimento. In Italia abbiamo un grosso problema con il riconoscimento dei lavori legati alla cultura, anche dal punto di vista economico. Vale già per gli autori e, se scendiamo lungo la filiera del libro, troviamo tante figure sempre meno visibili. Penso al traduttore, a chi revisiona, all’editor e a tutte quelle persone senza le quali il prodotto finale non esisterebbe, o comunque non sarebbe quello che poi arriva nelle mani del lettore. Io posso essere anche la traduttrice migliore del mondo, ma senza una buona revisione la mia traduzione non va da nessuna parte. Da questo punto di vista sento che tutte le persone che lavorano nel campo editoriale dovrebbero essere molto più visibili.

Le tre stelle del caos. Vol. 3 – L’assedio infuria di Priest, tradotto da Giulia Malano
Mondadori

Tradurre, per te, è un modo per restare dentro una lingua o per partire verso un’altra?

Secondo me entrambe le cose. Prima di tutto tradurre è un modo per partire, perché difficilmente una persona sceglierebbe di dedicare la propria vita allo studio di una lingua e di una cultura così diverse dalla propria se non avesse una profonda curiosità verso l’altro, la volontà di andare lontano, fisicamente e mentalmente, e di aprirsi verso altri mondi. Allo stesso tempo penso che sia importante anche restare, soprattutto nella lingua verso cui stai traducendo, che nella maggior parte dei casi è la tua lingua madre. Se non hai radici profonde in quella che per la traduzione è la lingua d’arrivo, ma per te è il punto di partenza, è facile che questa mancanza si senta nel testo. Un po’ di estraneità va bene, perché è giusto che il lettore sia consapevole di trovarsi immerso in un’altra cultura. Allo stesso tempo, però, non deve avere la sensazione di trovarsi su Marte anziché sulla Terra, a meno che non stia leggendo fantascienza. Deve esserci qualche appiglio per il lettore. Anche chi traduce, quindi, dovrebbe tenere presente da dove è partito e quella lingua che poi deve restituire nel testo d’arrivo.

Mi è piaciuta molto questa domanda perché mi rispecchia come persona. Il mio approccio alla traduzione assomiglia molto a come sono fatta nella vita. Ho sempre avuto la tendenza a viaggiare, voglio vedere il mondo e non credo che altrimenti a quattordici anni mi sarei messa a studiare una lingua come il cinese. Fosse per me prenderei un aereo alla settimana, cosa non proprio sostenibile dal punto di vista ecologico. Ma sono anche molto radicata nel luogo in cui vivo, lo amo e non penso che lo lascerei mai definitivamente. Avrei sempre bisogno, ogni tanto, di rimettere i piedi a casa. Quando ho letto le due parole “restare” e “partire” ho pensato che rappresentassero un po’ il mio dilemma. Studiando cinese mi è capitato spesso che qualcuno mi chiedesse: «Ma non vuoi andare a vivere là?». Io vorrei passarci più tempo, ma sono anche consapevole di voler restare e di avere bisogno delle mie radici. Credo che queste radici mi servano anche nel lavoro. Mi servono nella traduzione e nell’insegnamento, perché mi aiutano a ricordare che sono passata anch’io attraverso quello che stanno vivendo i miei studenti. Conosco quel percorso e spero che questa consapevolezza mi aiuti a fare meglio il mio lavoro.

Da cosa fugge, secondo te, la traduzione, e verso cosa si muove?

Secondo me la traduzione fugge dall’idea che ci sia sempre un’unica soluzione, giusta o sbagliata, per rendere una parola o un’espressione. Gli errori esistono, certo, ma non credo esistano un giusto e uno sbagliato universali per ogni scelta traduttiva. Qualche tempo fa, nella mia università, abbiamo organizzato una giornata dedicata all’intelligenza artificiale e un professore ha fatto un intervento proprio sul concetto di errore. È un’idea che secondo me ci portiamo dietro dalla scuola, dove siamo abituati a pensare che ci sia sempre una risposta giusta e che tutto il resto sia sbagliato. La traduzione non funziona così. Ci sono gli errori, che possiamo fare tutti, e poi ci sono scelte traduttive che possono funzionare meglio di altre in un determinato contesto. Una stessa parola o espressione può avere soluzioni diverse a seconda dell’autore o dell’autrice, del registro, del genere letterario che stiamo traducendo, del pubblico finale, della casa editrice e di tantissimi altri elementi. Dovremmo quindi fuggire dall’idea del «questa cosa si fa così». Secondo me, nella traduzione, i casi in cui si può dire «si fa per forza così» sono davvero pochi.

E qui entra anche il discorso sull’intelligenza artificiale. Da traduttrice mi viene chiesto spesso cosa ne penso, se credo che ci sostituirà e così via. Secondo me è proprio su questo punto che si vede l’importanza dell’intervento umano. È compito nostro stabilire quale scelta possa essere più adatta a un’opera, a un autore o a un’autrice e al pubblico che leggerà quel libro. Ci sono poi tutte le sfumature della voce. In un determinato punto un autore ha scelto di dire una cosa proprio in quel modo, anche se avrebbe potuto dirla diversamente. Chi traduce deve cercare di capire perché abbia fatto quella scelta e quale effetto produca su chi legge. Le variabili sono talmente tante che, almeno al momento, è difficile che un’intelligenza artificiale riesca a valutarle tutte e a restituire sempre una soluzione definitiva. Io non sono tra quelli che dicono che l’intelligenza artificiale non vada aperta, guardata o utilizzata. Ormai esiste, quindi vediamo cosa è in grado di fare e, allo stesso tempo, teniamoci stretta quella parte umana che continua a essere compito nostro. Credo che questo significhi anche accettare che possiamo sbagliare. Non sto dicendo che gli errori nelle traduzioni vadano bene. Un errore vero e proprio è un problema, perché rischia di non rendere giustizia all’autore. Ma la letteratura parla di sentimenti, pensieri ed esperienze umane e, proprio per questo, possiamo accettare che esistano più strade possibili. Per me la traduzione si muove verso questo: tutte le possibilità che una parola, una frase o un’espressione possono dare e restituire.

Il prossimo attraversamento ci porterà verso la Bulgaria insieme a Giorgia Spadoni, traduttrice e interprete dal bulgaro. Tra le sue traduzioni, Circo Bulgaria di Dejan Enev, con cui ha vinto il Premio Polski Kot, Carovana per i corvi di Emine Sadk e Colei che resta di René Karabash, tutte pubblicate da Bottega Errante Edizioni. È inoltre autrice della guida letteraria A Sofia con Georgi Gospodinov.

Appuntamento a lunedì 26 ottobre.

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La fuga (un po’ di)

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L’arte della fuga / Giuseppe Pontiggia

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