A cura di Annachiara Mezzanini
Entrare in punta di piedi in una stanza; accorgersi, piano, di non essere soli. Fermarsi. Aprire bene gli occhi e assorbire con le pupille dilatate ogni singolo dettaglio: la quotidianità umana fatta di incontri, piccolissimi momenti di silenzio, gesti ovattati dall’abitudine, oggetti e forme a noi cari. Il rito dello sguardo, che si sofferma ozioso sulle cose che ci circondano ogni giorno, è ormai un lusso per pochi, un’azione distratta che, nella sua essenza, racchiude la vera identità di chi la compie. L’artista cinese Xinyi Cheng (1989) ricrea tutto questo nelle sue tele, che – stanche, quasi effimere – compongono un insieme delicato di attimi rubati e condivisi, per sempre impressi nella memoria dell’autrice e dei suoi attori.

Il tempo si sospende e il velo cade giù, lasciando scoperto e intatto l’istante scelto dall’artista. La vita delle sue opere ristagna in questo: fissare un preciso momento della propria personale memoria o di quella altrui e restituirla sottoforma di pennellate sospese, leggere. L’incontro con l’altro, il duello di sguardi e, infine, la messa in scena artistica di quel dialogo.
Oltre al tempo, all’attimo artistico, anche il luogo muta e si distorce, assumendo i toni e i colori dello spazio onirico. Le ambientazioni scelte da Cheng rispecchiano i luoghi da lei conosciuti, le case e gli anfratti vissuti dai personaggi delle sue visioni, le città da lei calpestate tra Oriente e Occidente – tra Pechino e Parigi. Nata a Wuhan e cresciuta a Pechino, si trasferisce nella capitale per frequentare il corso di Belle Arti e Design dell’Università di Tsinghua, specializzandosi in pittura. La sua mano attenta ai dettagli non si fermerà ai primi studi e si sposterà di continuo, trovando nel Maryland prima e nell’Europa centrale poi un rifugio artistico, dove poter sperimentare e vivere, osservando le opere dei grandi maestri europei, che l’hanno preceduta.
Emozioni, desideri, dinamiche più o meno inconsce di potere, impulsi. Gli incontri con sconosciuti, intercettati tra i caffè di Amsterdam o nei salotti di case mai viste prima, sono la miccia dell’azione artistica, il fulcro dal quale parte l’esperienza di Cheng. Entrando nella vita degli altri e rubandone le gestualità e i corpi, l’artista possiede la scena, affermando il suo sguardo, donando al fruitore della tela uno spaccato di vita intima e sussurrata. Nell’anelito continuo alla rappresentazione del reale, Cheng si immerge in esso, discostandosene. I suoi ritratti – nudi maschili, volti di tre quarti, corpi scomposti in languide pose – mostrano ciò che è, allontanandosi pericolosamente dal vero. Tale paradosso visuale è reso possibile grazie alla tavolozza scelta, predominata dai toni profondi e vividi del blu e del viola e, parimenti, dalle sfumature ovattate del rosa e del giallo: toccate dense e accese unite alle più tenui pennellate. Nel reale, il sogno. Grandi campiture piatte che occupano la scena, soggetti bidimensionali che si muovono in mezzo al colore.

Nel repertorio iconografico di Chang, le allusioni alla sfera sessuale, nello specifico omoerotica, si mescolano alla più tradizionale espressione ritrattistica, andando a comporre un linguaggio riconoscibile, vivace e connotato da uno spiccato plasticismo delle membra. I corpi si allungano, si accasciano, possiedono lo spazio e si adagiano su superfici invisibili, lontane dai nostri occhi. In questo insieme di desiderio e quotidiano, lo sguardo dell’artista cattura l’essenza umana, sottratta soprattutto alla sua cerchia di amicizie e conoscenze. I suoi dipinti, quindi, portano alla luce non solo una sfaccettatura ambigua della realtà umana, ma compongono anche un album personale e delicato, all’interno del quale è possibile rintracciare la vita stessa dell’artista e delle sue frequentazioni.
Oltre alla vita nuda e cruda, Chang ci mostra ciò che vi è nascoso sotto: il contenuto interiore, passionale, psicologico. Il vero che è per me, ma che non sempre lo è per te, che mi guardi.



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