C’eri anche tu, ne sono certo. Dai, c’eri sicuramente anche tu, pensaci bene.

Ce li ricordiamo benissimo quei pomeriggi, ma anche giornate intere, di luglio… nessun bisogno di formalizzarsi su cose come pomeriggio, mattina… nessun bisogno di scandire il tempo con quel rigore. Noi cinque o sei, a volte in tre o quattro, difficilmente solo in due. Le moto e gli scooter fermi sull’asfalto bollente, il tintinnare degli scarichi ancora incandescenti, i cavalletti tesi a tenerli così, come destrieri legati al palo. Quando il sole sarebbe stato più basso, o proprio sparito per lasciare posto all’elettrico tramonto estivo, li avremmo scalciati, quei cavalletti, con il gesto spiacevole del piede nell’infradito, qualche volta proprio scalzo: ma intanto ci aspettavano là, cotti dal sole, mentre noi facevamo passare la giornata su teli e lettini scassati. Preferivamo i posti nel prato, te lo ricordi, non quelli ordinati lungo il bordo della piscina – lì stavano le signore ad abbrustolirsi, i bambini entravano e uscivano dalla vasca urlando e schizzando: la colonna sonora che ti fa tornare indietro, anche oggi, quando chiudi gli occhi steso su uno di quei lettini – se riesci ad assentarti per cinque secondi, a scordarti di controllare l’ora.

Buttavamo lì gli asciugamani, quasi sempre dopo aver trascinato uno o due sdraio, ci vuole un minimo di comfort, investire quel tanto di fatica. Bisogna potersi appoggiare almeno con un gomito per sminuzzare mezzo grammo d’erba, e tenere in ordine le poche cose necessarie o piazzarle una mezz’ora al sole quando le scoprivamo inumidite e spiegazzate perché la carta si era bagnata chissà quando, chissà come. Coglione, te l’avevo detto. Vabbè, si asciuga subito. Poi il silenzio di minuti, concerto di cicale e le urla lontane dei bambini; una mosca a tormentarci l’orecchio, la scacciavamo con un gesto nervoso e una bestemmia, come animali in una stalla. La carta del ghiacciolo rivoltata come un guanto diventava un tutt’uno con la plastica del lettino, i filamenti zuccherosi una minaccia insidiosa di collosità irrimediabile – nessuno l’avrebbe spostata da lì. Una fila di formiche celebrava una processione vecchia come il mondo.

A volte si partiva per dei giri, ti ricordi? Si andava dove c’era il campo da beach, tutto dune e cunette, non ci stava dietro nessuno. Se erano le due o giù di lì, era deserto anche il chiosco del bar: allora prendevamo due birre allungandoci dentro, ci graffiavamo il torace e le ascelle sul legno, ma arrivavamo solo alle lattine appoggiate per terra, meglio di niente – l’apprendistato morale di quell’età, venti euro rubati da un marsupio mezzo aperto, te lo ricordi di sicuro, forse eri stato tu. Non è mai stata questione di necessità, l’importante era arraffarle, quelle birre: altrimenti, anche se non lo sapevamo, il giorno successivo, dopo una rotazione del pianeta, si sarebbero trasformate in cene al ristorante dove si prenota cinque giorni prima, poi in aperitivi per chi ancora c’è, un caffè in pausa pranzo, poi in niente. Arraffarle e sentirsi nel giusto, solo per qualche secondo, o nel posto giusto, in casi come questo è la stessa cosa. Si partiva per quei giri strascicati passandosi da fumare, o scambiandosi le lattine da mezzo litro, comunque sempre portandosi dietro qualcosa – così tutto aveva un senso, la birra post-bagno, la canna pre-partenza, il caffettino: modi di disporre le tessere affinché il risultato fosse quella specie di sollievo, il necessario sollievo da inseguire sempre. Niente di diverso da quello che avremmo sempre fatto e che faremo per tutta la vita, solo senza quella consapevolezza che fa la differenza.

Poi si tornava alla base, uno sguardo estraneo all’accampamento che senza di noi era rimasto immobile, pareva un po’ alieno. Le cicale avevano alzato la voce, oppure prima ci eravamo abituati a quel basso continuo. Acquattarsi ai soliti posti, qualcuno solo seduto sui talloni, a guardare verso la piscina due sconosciuti nuotare avanti e indietro, seguirli con gli occhi socchiusi per il sole pensando che fossero pazzi. Girarsi di nuovo verso l’accampamento, magari volevamo parlare di qualcosa, chi se lo ricorda. Forse uno voleva raccontare che aveva trovato una busta con una polvere marrone a suo fratello, roba che sui volantini a scuola era chiamata con un sacco di nomi che chissà da quanto non si usavano più, lui poi non lo avremmo più visto – ma non sapremmo dire quanto tempo dopo, giorni mesi anni. Forse volevamo chiedere se non ci andava di fare dell’altro, ma dell’altro cosa? Oppure volevamo parlare degli sms trovati sul cellulare della mamma, quelli del tizio del tennis che ci trattava sempre come dei poveri cretini. Ma andava quasi sempre a finire che quello che potevamo dire ce lo portavamo dietro in moto, quand’era ora di andar via.

Non ti sei messo la crema, eh? Guardati la schiena, stanotte urli. La crema non ce la mettevamo mai, poi quando toccava infilarsi la maglietta era pesantissima sulle spalle scottate, come di piombo, ti ricordi? Chissà se somiglia alla sensazione dell’asfalto sulle braccia nude, quando ti ci spalmi per un brutto volo in moto, le gambe con solo il sundek sopra le ginocchia – sono due momenti che hanno qualcosa in comune, no?

Dev’essere stata quella volta, sono sicuro che c’eri anche tu. Si era fatta ora di cena e volevamo tornare in centro, tempo di parcheggiare le moto da un’altra parte, di trasferirci al nostro bar: cambiare setting per fare le stesse cose, beccare qualcuno degli altri… certo che potevano anche venire con noi in piscina, vabbè chissenefrega. Una spinta sul manubrio e la ruota davanti dello scooter che salta giù, la mente al sicuro in quell’atmosfera controllata, garantita dall’assuefazione a quello status smussato: sollievo 24h, anche per un’inezia come il culo sulla sella, e il muso del motorino che rimbalza piano atterrando sulle sospensioni. Guidare con calma, una mano sul gas e l’altra distratta da qualche parte. Lasciare che uno di noi si allunghi un po’ avanti, quelle due curve lì le fa sempre veloce. Arrivarci poi a tempo debito, questione di venti secondi in più.

Trovarlo lì, te lo ricordi? Accartocciato per terra, diremmo in una posizione innaturale, ma naturalissima anche quella, la posizione di uno che si è schiantato per terra e c’è rimasto secco. L’asfalto sulla pelle scottata: chissà, forse se aveva i jeans era ancora peggio, com’era quella storia che ti si fondono con la pelle. Eravamo due curve indietro e così ci siamo persi la breve litigata tra la sua moto e l’asfalto, di certo preceduta da quell’istante in cui capisci che sei fottuto: un gioco di forze inconsueto, che ti porta al momento presente come nessuna meditazione potrebbe mai fare. Come neanche cinque campari a stomaco vuoto, se preferisci che non usciamo dal personaggio. Trovarlo lì, con il casco infilato anche se si vede che è slacciato: le solite storie, chiedersi se stia succedendo davvero che raccogliamo il casco e ci resta in mano con la testa dentro, tranciata di netto dal guardrail. Oppure com’era l’altra variante, togli il casco e la testa si apre in due – chiedersi cosa ci avremmo visto dentro, chissà perché. Pensare che faremo tardi al bar e gli altri ci aspettano, bisogna avvisarli. Intanto fermarsi uno per volta, in fila a bordo strada senza sapere cosa fare: limitarsi a guardare le carene sfondate che rivelano il bianco sotto la verniciatura, macinata dall’asfalto in riccioli rossi che si uniscono a quella ghiaia maledetta che si deposita sempre lì sul ciglio. Le forcelle stravolte, fissarsi su quelle per non guardare le braccia del corpo piegato così strano, per non dover fare confronti.

C’eri anche tu, ne sono quasi sicuro. Se l’incidente non te lo ricordi forse non è andata proprio così, non è successo quel giorno: allora vuol dire che ce la ricordiamo perché è stata una giornata come tante altre, in cui volevi che gli altri ti capissero o forse, ancora di più, capire tu loro, un mix perfetto e asintotico delle due cose. Chissà se succederà mai, non è mai successo, ne sono certo – non succederà mai, e la cosa che più ci sarà andata vicina saranno quei momenti senza ritmo e senza scadenza, quelle pause che, come diceva alle medie l’insegnante di musica, pensateci bene, sono note silenziose.

Umberto De Tomi


Umberto De Tomi vive in provincia di Verona e ha trentasette anni. È stato editor della rivista online IlCartello, ha scritto racconti usciti su Blam e Sottopasso, e un romanzo che spero potrà vedere la luce.

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