Fa caldo. Troppo caldo. Se anche voi avete deciso di rimandare qualsiasi attività che richieda uno sforzo superiore al girare una pagina, siete nel posto giusto.
Abbiamo chiesto alla redazione di scegliere un libro da mettere in valigia, sotto l‘ombrellone o sul comodino, con l’aria condizionata accesa. Il risultato è una selezione che nasce da sensibilità e immaginari diversi: una Taipei che diventa metafora dell’identità e del desiderio, un amore raccontato attraverso le fotografie e gli oggetti che ne custodiscono la memoria, un‘ossessione destinata a consumare chi la vive, racconti che esplorano le crepe del quotidiano fino a trasformarle in inquietudine e un diluvio che finisce per riflettere il paesaggio interiore del suo protagonista.
Cinque libri accomunati dalla capacità di restare addosso anche dopo l’ultima pagina. Chissà, forse tra questi c’è anche la vostra prossima lettura.

I taccuini del coccodrillo (Add editore, 2026: trad. Silvia Pozzi) è molto più di un classico della letteratura queer taiwanese. Ambientato nella Taipei di fine anni Ottanta, segue il percorso di Lazi, una giovane donna che ama le donne, tra la scoperta di sé, la complessità del desiderio e le ferite che i rapporti umani lasciano negli anni della formazione. Con una scrittura frammentaria e la potente allegoria del coccodrillo costretto a travestirsi da essere umano per sopravvivere, Qiu Miaojin costruisce un romanzo ancora molto attuale.
Giorgiana Madalina Moldovan

Può un’immagine parlare di noi al nostro posto? Può una pellicola fotografica catturare la nostra vita, anche quando si fa più dolorosa e inaspettata?
In un labirinto silenzioso e stante di indumenti e scarpe, dimenticati a terra, i corpi di due amanti si incontrano e legano nel profondo lungo un intero anno, senza mai palesarsi davanti all’obiettivo. Gli intrecci delle loro prospettive, i loro racconti, sono camuffati dagli oggetti di scena, i veri protagonisti di una storia d’amore consumata tra la cucina, lo studio privato, una camera d’albergo; tra Parigi, Venezia, Bruxelles e le mura domestiche di due case-tempio delle rispettive persone. Tra gli spasmi di dolore – di lei – e quelli di piacere – di entrambi – Annie e Marc racchiudono all’interno di un rullino analogico la loro storia, fatta di attese, memorie, stanze e vestiti e la restituiscono all’interno di un diario scritto a quattro mani, mai condiviso ad alta voce. Attraverso i loro sguardi, scopriamo i giorni del loro amore e della malattia che li accompagna, in un susseguirsi di immagini che celano il ricordo e la passione. (L’Orma editore, 2025; trad. Lorenzo Flabbi)
Annachiara Mezzanini

Ideato nel 1959, il romanzo racconta l’infatuazione – o meglio, l’ossessione – dell’architetto di mezza età Antonio Dorigo per la squillo diciannovenne Adelaide, detta Laide, che è anche ballerina alla Scala di Milano, città in cui è ambientata la storia. Laide è giovane ed è una ragazza del popolo, tutto il contrario di Dorigo, un uomo terrorizzato dalla morte e incapace di relazionarsi con le donne: l’incastro perfetto per una relazione turbolenta. Il finale è davvero inaspettato.
Marta Grima

Sei racconti che esplorano il perimetro del male, quello domestico, in maniera magistrale. Una donna alle prese con un tentato suicidio da nascondere, una coppia che deve far fronte al senso di colpa per la disabilità del figlio, e tanti altri personaggi costretti a vivere nel limbo dell’ossessione, del dolore, spinti fino a quel punto di non ritorno dove il bene e il male si attraversano fino a rigenerarsi. Il grande talento di Samanta Schweblin, che dopo il suo secondo romanzo Kentuki (Sur, 2019; trad. Maria Nicola) torna alla forma breve, riemerge limpido in questa raccolta capace di regalarci momenti di assoluta tensione e spaesamento.
Diego Frau

Il titolo del romanzo di Marco Marrucci, Le balene, uscito per Gregor (nuovo marchio di Racconti edizioni) sembra fare una promessa al lettore; magari non per tutti è così, ma se, come chi scrive, si è appassionati di balene, allora trovarselo in copertina desta non poca curiosità. Non ci sono cetacei. C’è un diluvio e sta allagando l’intera città, mandando in rovina il ristorante di Giona, situato nell’area più critica, a venticinque metri sotto il livello del mare, la digressione più profonda del terreno urbano. La fase d’oscuramento del protagonista, che l’omonimo eroe biblico vive nel ventre della balena, è raccontata da un linguaggio urticante nel restituire un nulla di voce, luoghi desaturati, un’esistenza corrosa e anestetizzata, ripiegata verso l’interno. Fuori restano le persone a lui vicine; ogni loro tentativo di richiamarlo arriva come un suono pungente e strozzato simile ai gemiti bassi e spettrali delle balene che cantano in attesa della risposta di chi è perso.
Claudia Putzu



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