A cura di Claudia Putzu
Giorni fa passava alla radio una notizia: nella borsetta di un’anziana sono state trovate decine di portafogli. Piccolo estratto di un servizio più lungo che non ho ascoltato, ma sufficiente a farmi ricordare la signora Schumacher, protagonista della sottotrama di Dirty Dancing (Balli proibiti), uscito negli Stati Uniti il 21 agosto 1987. Nel villaggio vacanze di Kellerman, lei e il marito si dilettano in piccoli furti per cui finisce nei guai Johnny Castle (Patrick Swayze). A distanza di anni e studi, mi dico che a Dirty Dancing non sarebbe bastata l’iconica presa sulle note di (I’ve had) The time of my life, o meglio non sarebbe stata tale senza il sostrato alla storia d’amore tra Baby (Jennifer Grey) e l’affascinante ballerino. La rosa di personaggi secondari e una narrazione profondamente radicata che viene ancor prima di un film rimasto nella memoria dei giovani dell’epoca (esempio mia mamma, allora diciassettenne, che mi ha costretto a vederlo) intrecciano una tradizione rappresentativa della società angloamericana, i suoi miti (vacanzieri e non), e un sentimento comune, malinconico e da assecondare, germogliato in un decennio da definire non tanto un periodo storico, bensì uno stato mentale: gli anni Ottanta hanno significato rottura con quel che c’era prima, un’entrata a gamba tesa nei Novanta; si sa, o almeno così viene detto, allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre 1989 nulla è stato più come prima.

Nella filmografia mondiale si contano numerosi lungometraggi che, innescati da un pretesto analogo, si muovono poi tra amori estivi e tormentoni, contrapponendo caratteri estremamente diversi, visioni della vita diametralmente opposte e unendo aree geografiche distanti in uno spazio ristretto: il luogo della villeggiatura assume molteplici funzioni narrative. Si fa osservatorio – un determinato cinema ha seguito le orme di un filone letterario che ha puntato sulla miniatura, villaggi rurali, sale teatrali, per raccontare le sfide di una comunità, le sue stereotipie, le contraddizioni; i personaggi hanno una valenza quasi archetipica: Dirty Dancing non fa eccezione; famiglie della classe media, medici, avvocati, vedove bianche, ma anche i lavoratori del resort di Kellerman, ballerini, intrattenitori, camerieri lì per pagarsi il college hanno in valigia abiti fantasia Vichy, con le balze, o camicie di lino e pantaloni color cachi, ma vestono il loro posizionamento in un sistema di valori, doveri e aspettative per il futuro. Baby, figlia di una coppia progressista e istruita, incarna una generazione che sta per mettere in dubbio le convenzioni ereditate. Il padre rappresenta invece l’autorità familiare e il modello di rispettabilità borghese: istruzione, carriera, matrimonio e comportamento sessuale regolato. La sessualità è infatti uno dei terreni sui quali si esercita il controllo. Le ragazze devono preservare la propria reputazione, mentre gli uomini godono di una libertà maggiore. La gravidanza di Penny mostra quanto il peso delle norme morali ricada soprattutto sul corpo femminile e la mancanza di accesso a cure sicure possa trasformare una situazione privata in una tragedia sociale.
Gli Stati Uniti raccontati da Dirty Dancing, ambientato nell’estate del 1963, sono un paese sospeso tra un ordine fortemente tradizionale e i cambiamenti che di lì a poco ne avrebbero sconvolto gerarchie e stili di vita. Durante la sua permanenza, Baby dice di voler lavorare alla FAO, come sostiene suo padre – e gli crediamo – vorrebbe salvare il pianeta: nelle sue conversazioni, l’esterno è centrale, i paesi poveri, le rivolte… ma gli ideali della giovane sono romantici, perciò quell’esterno è lontano: glielo fa capire Johnny che, a differenza sua, a malapena riesce a mangiare tutti i giorni, lo tengono occupato lavori saltuari, è finito a ballare magari per talento, ma non per sogni; la relazione, dolce, romantica, travolgente, resta per lei un atto trasgressivo, da tenere segreto. Come lasciava intendere Foucault, la trasgressione è ciò che abbaglia la legge con un volto luminoso, ma alla fine non trionfa mai su quest’ultima.
Il luogo della villeggiatura è una zona liminale, sulla scia di Turner, un perimetro che consente evasione dalla normalità, in cui si delineano rituali e nella transitorietà prende pure forma uno spirito di appartenenza, si crea la cosiddetta communitas. Azzardato indentificare così i corsi mattutini di merengue o sull’arte di indossare una parrucca? Può darsi – somigliano più a una scuola preparatoria per giovani rampolli – ma non è forse questo il motivo che ci fa attendere un anno intero di varcare le staccionate di un villaggio turistico o la porta automatica di un hotel stellato, correre a riservare le offerte migliori a mesi di distanza: la possibilità, per una settimana o poco più, di sentirsi sollevati dal peso di essere sé stessi? Persino Rip Van Winkle, quando si allontana dalla moglie esasperante e dal suo paesino, colonia inglese, per passeggiare col cane nei Catskill cerca questo, sparire da una realtà opprimente gustandosi un liquore. Il marito remissivo, guardato con compassione dai concittadini, affronta la passeggiata nelle sognanti montagne intorno, sovrastate da un tramonto suggestivo – di nuovo la trasgressione che fallisce di fronte alla legge – senza attribuirle un carattere definitivo. Ogni fuga verso situazioni contrarie a quelle vissute nel quotidiano si inscrive spesso sotto il segno del ritorno, il che ridimensiona ogni eventuale errore, scappatella, bugia. A fine vacanza si rimonta in macchina e, sparendo dallo specchietto retrovisore, qualsiasi esperienza vissuta resta negli ambienti comuni o negli alloggi degli ospiti – per questo, nel momento che il signor Houseman si accorge che Baby gli sta sfuggendo di mano, è pronto a fare i bagagli. Alla sera, Rip è deciso a rincasare, ma cade nel sonno profondo che lo farà risvegliare vent’anni dopo e ritrovarsi di fronte alla statua di George Washington al posto di quella di Re Giorgio III. Il borgo non è cambiato affatto, come gli abitanti – la sottile critica alla nuova amministrazione si fonde con l’elemento umano, proprio come i cieli si fondono con la terra della catena montuosa che vent’anni dopo avrebbe visto sorgere il resort di Kellerman.

Nell’espediente molto europeo del manoscritto ritrovato, Washington Irving sembra celare un pensiero – e forse anche Manzoni ne I promessi sposi, raccontando la rabbia di Renzo verso un sistema corrotto e il potere intoccabile di un signorotto, la violenza e la coercizione familiare inflitta alla monaca di Monza, consegnata a un destino a lei inculcato come unico possibile, sullo sfondo di una paura collettiva, la peste – che va ben oltre il concetto di corso e ricorso storico, intercetta piuttosto la miccia che è l’iniziativa umana da cui scaturisce, non la rottura, ma lo strappo – già presente nel titolo (rip) –, questo, a differenza della prima, crea un dissidio: Rip è cosciente dell’impossibilità di una totale sottrazione dal mondo da cui viene, dagli impegni, così è per Baby; la ragazza sa di non poter disattendere ai suoi obiettivi, o riscrivere ogni cosa da capo, se il fuori continua a seguire il proprio corso. Nell’anno del referendum sul nucleare e dell’esplosione visibile a occhio nudo della supernova 1987A, dei file GIF e del successo che avrebbe segnato l’ascesa di Apple, nei maxischermi si parlava di quei punti di svolta, invisibili nella vita di ognuno, che cambiano per sempre il modo di vedere le cose, ma anche dei punti di riferimento certi di una generazione che si preparava ad accogliere (e affrontare) il nuovo così: ancorandosi al ricordo dell’ultima estate analogica nella storia.
Claudia Putzu



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