Nel negozio di dischi gira un album di Tycho, verde e ipnotico, Infinite Health. Ascolto, intanto le dita scorrono sugli scaffali. Non cerco niente, mi ripeto, non cerco niente. In testa, si innesca qualcosa. Cambia canzone: Devices. Il crescendo mi prende subito, il crescendo innesca qualcosa.  A casa guardo il video, le immagini sfilano davanti in loop. Strade bagnate di neon rosso, urla rallentate. Precipito nel vuoto degli occhi della protagonista, sei sicura di voler cancellare anche questo ricordo? Vaporwave, non posso che pensare, mi torna indietro tutto. Tycho-Vapor-Reno.

Stare sul coping è il mio meccanismo di coping, diceva sempre Reno. Era la sua frase, il suo mood. Reno era l’attimo di equilibrio di un fakie stall; saltare sopra al coping con i pattini era uno dei suoi modi per ammazzare l’essere sempre là, sospeso tra il sogno del nomade digitale e il dover lavorare in fonderia per mangiare. Un giorno di novembre, dopo anni dalla nostra ultima interazione, mi ha scritto: l’Universo mentre è, tuttavia non è1. Abbiamo ripreso i nostri discorsi stralunati, lo seguivo e lo perdevo, lo capivo e poi mi confondevo. Reno non sembrava più Reno, dietro quel profilo Instagram anonimo, saliva sul coping ma poi precipitava di nuovo in rampa, in un movimento infinito che lo allontanava sempre di più dal ragazzo che conoscevo. La realtà è diventata inafferrabile, e anche io ho cominciato a chiedermi cos’era reale. Chi era Reno. Se era Reno.

Di Reno ho un ricordo controverso: la parte buona si mischia a qualcosa che non so, non so se è stato. Siamo andati d’accordo per un bel pezzo, io e lui, pura amicizia e nient’altro, un rapporto limpido che capita poche volte nella vita e non lascia spazio a dubbi o doppi sensi. Eravamo solo noi due, i nomadi digitali e il rock psichedelico. Parlavamo durante le ore di informatica; eravamo bravi anche se potevamo impegnarci di più, così il prof. Sedevamo all’ultima fila del laboratorio, nascosti dietro a computer che oggi definirei vapor, a parlare di come, appena usciti da lì, avremmo lasciato l’Europa per isole dalle montagne vulcaniche, e il nostro ufficio sarebbe stato il retro di un van o il tavolino di un Airbnb qualsiasi. Dopo la pausa pranzo, concluse le ultime call, avremmo potuto esplorare, scattare foto in Kodak Gold, perderci nelle imperfezioni della pellicola e negli ultimi raggi di sole. Spoiler: io mi sono laureata ma lavoro in fabbrica, lui è scoppiato perché faceva i turni di notte, in fonderia, per poter studiare di giorno. Reno credeva di non aver bisogno di dormire. Parlavamo di come sarebbe stato lavorare senza orari fissi, e anche di tutti i sottogeneri della musica elettronica che finivano in wave: vaporwave, synthwave, retrowave, chillwave, e così via. Alla prima ora era già un fiume in piena, attaccava con Alan Watts e io, più che parlare, ascoltavo. Si alzava tutti i giorni alle quattro del mattino come d’altronde un digital nomad avrebbe fatto, faceva colazione con una bowl di cereali oppure con del salmone e poi andava a correre. Ogni tanto scattava delle foto, le guardavamo insieme di nascosto, sotto al banco. Un giorno mi ha mostrato che si era finalmente scaricato Spotify, così «se una mattina voglio ascoltare… boh, del rock psichedelico posso farlo». E io credo di avergli risposto che ci stava. Ci stava, no? A Reno piaceva fare foto, le sue erano vapor. Avevano la grana grossa e i colori viravano sempre verso il blu scuro o il marrone. Io provavo a definire hiraeth con giri di parole patetici, lui invece ci riusciva con le immagini: le note nostalgiche erano il suo forte, riusciva a farti soffrire per posti che non avevi mai visto. Suonavano come Resonance, di Home, e ogni volta era un vuoto dentro. Fotografava ciò che c’era in paese, come le case a schiera, le rondini o i tralicci della corrente, eppure era sempre una prospettiva impossibile, allucinata: grovigli di cavi sul crepuscolo estivo che ricordavano i sobborghi giapponesi, capannoni disarmanti, il bosco frammentato ai margini, i ragazzi di provincia al centro. Quella volta, come dimenticare quella volta in cui era andato a fare foto al bosco, nei pressi del terrapieno, e un tipo gli è saltato addosso prendendosi lo zaino dove teneva tutto: macchinetta, obiettivi, telefono, portafoglio… tutto. Poi, miracolo: qualcuno aveva trovato lo zaino abbandonato lungo il Bacchiglione, i carabinieri hanno ricontattato Reno e gli hanno restituito tutta la sua roba tranne i contanti. Me l’ha raccontato un lunedì a informatica, era successo il sabato, e io gli ho detto che aveva avuto un gran culo, la macchinetta gli era costata molto. Reno ha scrollato le spalle, farfugliato una frase delle sue che non ho capito e a cui non ho dato importanza perché stava iniziando la lezione. Poco tempo dopo ha deciso che non aveva più senso fare foto. Ricordo di aver provato a convincerlo che non doveva mollare, era bravo, poteva fare qualcosa con quelle immagini e iniziare così a lavorare online. «Inutile insistere», ha fatto lui tormentandosi i capelli, «il caso è solo un nome che designa una legge che non si conosce»2.

Non rimane più niente delle sue fotografie. Il bosco, i cavi della luce, i volti sovraesposti dei ragazzi più grandi con cui infestava i capannoni abbandonati… non è rimasto più niente. C’è solo una pagina vuota, accuratamente vuota, e un nome utente che è una serie di consonanti impronunciabile: rrnrjx. RRN, leggo su Google, sta per un aeroporto in Brasile. Che sia diventato un nomade digitale nel frattempo? Quando provo a cercare Reno su Instagram, Reno non esiste e vengo rimandata sempre a questo profilo anonimo che un martedì di novembre ha iniziato a inviarmi DM lunghissimi e senza punteggiatura, testi da leggere tutti d’un fiato in cui mi spiegava che l’Universo è la creazione mentale di un essere superiore e, di conseguenza, niente è reale. Nemmeno noi. Reno era tornato il fiume in piena di quinta, scriveva a raffica come se gli otto anni di silenzio che ci separavano non fossero stati che pochi giorni. Mentre per lui, a quanto pare, non era cambiato niente, io cercavo di convincermi che fosse tutto normale: solo Reno con le sue idee filosofiche di cui mi raccontava sempre. Già al primo anno parlava del ciclo cosmogonico e diceva alla prof di religione che dio sceglie di farsi chiamare Dio o Buddha o Vishnu affinché, per raggiungerlo, ognuno possa scegliere il sentiero più adatto a lui. E che qualsiasi sentiero è valido, non solo il sentiero religioso. Aveva una grande mente, Reno, ma veniva dilaniato dagli ingranaggi della scuola, dall’imparare a memoria e dal ridurre la sua fame di sapere, di andare oltre a dei numeri, a una pagella. Per questo sperava, speravamo entrambi, a dire il vero, nell’università. Sognavamo spazi sconfinati in cui perderci per poi illuminarci. Io ho tenuto botta fino alla fine, Reno, invece, che non riusciva a indossare maschere, è scoppiato accanto ai colleghi che vendevano le sbobine su Studocu. E ora, mentre forse continua a lavorare in fonderia per mangiare, perché entrambi abbiamo fallito e non rimaniamo qui al margine per orgoglio, ma perché non abbiamo altre possibilità, ha ripreso a studiare le sue robe filosofiche, sta trovando una scappatoia dalla realtà e quella scappatoia è dire che alla fine niente conta davvero, siccome a lui, di questa vita, del lavoro, di chi sei nel mondo del lavoro, non frega più niente. Reno, ho scritto interrompendo il suo flusso di coscienza, per quanto l’Universo possa in via teorica essere una creazione mentale, noi ne facciamo parte e proprio per questo dobbiamo definire quello che viviamo “realtà”. Per noi questo è reale. Questa vita è reale. Non mandare tutto in vacca, tu non sei il tuo lavoro. Ho mandato il messaggio, e la conversazione è rimasta lì per qualche ora. Poteva andare solo così; ho iniziato a pensare fosse da stupidi credere di essere ancora in tempo per diventare nomadi digitali. No, è stato da stupidi illuderci fin dall’inizio, pensarci nomadi digitali in questo paesino di vecchi sperduto in mezzo ai campi. Avremmo potuto provarci ancora di più, sì, avremmo potuto crederci di più e iscriverci ad altri corsi e nel mentre racimolare qualche soldo da incarichi sottopagati per farci un portafoglio clienti. Lavorare ai nostri progetti di notte e sgobbare per sopravvivere di giorno, sì. A mente fredda mi convinco che se fossimo andati fino in fondo le cose non sarebbero molto diverse da come sono ora, e forse saremmo ancora qua, tra il lavoro per cui abbiamo tanto lavorato e i turni in fabbrica a cui dobbiamo comunque sottostare. Inizio a considerare che molto probabilmente passerò tutta la vita a ispezionare cuciture, segnalando quelle difettose, ma in fin dei conti a cos’altro potrei ambire, se non ad uno stipendio che arriva tutti i mesi? Il problema vero non sono i soldi; manca la possibilità di un finale diverso, manca proprio lo spazio in cui fare il primo passo. Cerca solo di non impazzire, ho scritto a Reno prima di dormire. Forse l’ho scritto anche un po’ a me stessa.

Ho iniziato a rispondere poco. rrnrjx, Reno, era diventato insistente, e volevo mettere un po’ di sano distacco tra noi. Reno e le sue robe filosofiche avevano iniziato a farmi paura. Non volevo saperne più niente di cosa era reale e di cosa no, e soprattutto non volevo ammettere davanti a lui che se eravamo dove eravamo era solo colpa nostra perché ci eravamo illusi di poter sfuggire al lavoro in fabbrica, quando tutti qui in Veneto finiscono per lavorare come operai in fabbrica o, se va meglio, come impiegati in azienda. Non c’è molta altra scelta, e dovevamo capirlo prima.

I miei tempi di risposta si sono fatti sempre più dilatati nella convinzione che prima o poi avrebbe capito. Pian piano, sono uscita di scena: niente stories, niente accessi. Poi succede di nuovo, mi riscrive e dico che sono all’estero. Pausa, sparisco ancora, sparisco meglio. Ha tutto il tempo per dimenticarsi di noi, e alla fine è successo, credo di esserci riuscita.

Sono passati tre mesi dalla faccenda, non ci siamo più scritti. L’album di Tycho continua in loop sul giradischi, Tycho-Vapor-Reno. A person who thinks all the time / Has nothing to think about except thoughts / So, he loses touch with reality and lives in a world of illusions3. Tycho-Vapor-Reno, una storia assurda nata dal niente e finita nel niente. rrnrjx non è più il mio amico Reno, penso, che è scoppiato facendo i turni di notte per studiare di giorno. rrnrjx è il risultato di intuizioni folgoranti, è una persona nuova che ha sentito il bisogno di comunicarmi tutto a caldo anche dopo anni di stagnazione, e ciò mi fa pensare che forse ero una delle poche cose rimaste dopo che con il lavoro Reno ha smesso di essere Reno.

L’ultimo ricordo che ho è lui sulla mini rampa, con le cuffiette, che canta you never call my name on the telephone. Reno non ha mai avuto maschere, e per sopravvivere al suo impiego da sopravvivenza ha dovuto trovare qualcos’altro che lo facesse sentire vivo. Il suo ricordo è controverso, corrotto, Reno contaminato da rrnrjx: non riesco a levarmi quei cazzo di messaggi dalla testa, non riesco a pensare a lui senza rrnrjx e tutta la faccenda dell’Universo che mentre è tuttavia non è. Forse viviamo davvero in un’illusione, cosmica o autoindotta che sia. Ci siamo illusi alle superiori che eravamo diversi, che ce la potevamo fare, quindi ci abbiamo provato e riprovato, aggrappandoci prima alla laurea poi a un corso e poi a qualcos’altro ancora, a mille altre illusioni che ci facevano sentire di essere ancora, in fondo, diversi e di poter uscire da quella cazzo di fabbrica. E ancora, insistiamo. Che siamo diversi, che usciremo dalla fabbrica. Che siamo oltre la fabbrica, e il lavoro non conta poi così tanto nella vita. Di Reno non ho saputo più nulla e mi va bene così. La mia mente costruisce immagini alternative. If hallucination is a kind of uncontrolled perception, then perception is also a kind of hallucination, but a controlled hallucination. Un giorno Reno si è svegliato alle quattro e ha detto basta. Non si è presentato al lavoro, è andato a prelevare. Finché aspettava il volo ha cancellato ogni traccia, ha azzerato il profilo Instagram, ha aperto Spotify. È decollato col suo rock psichedelico nelle cuffie per fare il nomade digitale chissà dove. Almeno nella mia fantasia, Reno ce l’ha fatta. Reno fa il lavoro per cui ha lavorato. It’s just that when we agree about our hallucinations, we call that reality4.

Sofia Sperotto



Sofia Sperotto ha venticinque anni, è nata nella provincia di Vicenza dove tutt’ora vive. È laureata in Lingue e letterature straniere ma nella vita fa tutt’altro. La letteratura e la scrittura restano uno spazio in cui si sente bene e che le permette di attraversare tutto il resto.

  1. I tre iniziati. Il Kybalion. Roma, Venexia, quinta edizione, 2010. ↩︎
  2. I tre iniziati. Il Kybalion. ↩︎
  3. Inzo, “Overthinker”. Lowly Palace, 2018. ↩︎
  4. MACE & Venerus, “Hallucination”. OBE, Island Record, 2021. ↩︎

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