Tradurre è un lento lavoro di avvicinamento. Richiede letture, ricerca, confronto e un continuo esercizio di ascolto. Significa imparare ad abitare un testo, a riconoscerne la voce e il mondo che porta con sé, prima di cercare le parole con cui restituirlo in un’altra lingua.
Marta Silvetti è traduttrice dal portoghese e redattrice editoriale. Ha tradotto autori e autrici come Afonso Cruz, Djaimilia Pereira de Almeida, Luiz Ruffato e Marcelo Rubens Paiva. Tra i suoi lavori più recenti figurano Lezioni italiane di José Saramago e Una delicata collezione di assenze di Aline Bei. Nel 2016 ha ricevuto il Premio Babel-BooksinItaly per la traduzione de La bambola di Kokoschka di Afonso Cruz.
In questa intervista Marta Silvetti racconta il proprio percorso nella traduzione dal portoghese, il rapporto tra traduzione ed editoria, il dialogo con autori e autrici, e la responsabilità di restituire, insieme alle parole, anche l’universo culturale che le attraversa.

Come sei arrivata alla traduzione dal portoghese e, nello specifico, al lavoro su autori e autrici contemporanei/e?
È arrivata prima la letteratura, e attraverso la letteratura mi sono innamorata della lingua. È stato un po’ un gioco di scatole cinesi. Il primissimo contatto con il portoghese e il Portogallo è stato un contatto “mediato” dai romanzi di Antonio Tabucchi, che mi hanno portata dritta a Fernando Pessoa. Le primissime parole che ho letto in portoghese erano quelle raccolte nei testi a fronte di Una sola moltitudine, quando ancora non le sapevo neanche pronunciare. Ricordo la vertigine di quella scoperta e il desiderio di leggere tutto ciò che riuscivo a trovare di lusofono in casa o in libreria. Saramago, Pessoa e tutto il suo “baule pieno di gente”, ma anche Sudore di Jorge Amado, Il cortiço di Azevedo, Miguilim di Guimarães Rosa sono stati il motivo per cui ho scelto il portoghese quando ho deciso di iscrivermi a Lingue. Sapevo che avrei trovato un mondo di meraviglie, e non mi sbagliavo. La traduzione mi ha sempre affascinata perché, tra tutti i mestieri del libro, è forse quello che più ti permette di entrare nelle viscere di un testo, di entrarci in sintonia e, qualche volta, anche in conflitto. Per questo ho deciso di specializzarmi in Traduzione Letteraria. La prima traduzione è arrivata contestualmente al lavoro in casa editrice: un romanzo che avevo valutato, una delle prime schede di lettura che ho scritto, Gesù beveva birra di Afonso Cruz. Ho capito da subito che scegliere e tradurre un libro significa fare un salto nel buio. Devi fidarti del tuo istinto e poi lasciare che il frutto della tua scelta vada nel mondo, e sperare che incontri il gusto dei lettori; è bellissimo e terrificante allo stesso tempo. E non ci si abitua mai, neanche dopo tanti anni. Il lavoro sugli autori contemporanei nasce dal fatto che la traduzione per me ha sempre viaggiato più o meno parallelamente alla mia vita da redattrice, in una casa editrice che ha fatto della ricerca di nuove voci il suo manifesto. Fin dall’inizio, La Nuova Frontiera ha infatti esplorato aree linguistiche meno battute, cercando di portare in Italia opere che, per motivi del tutto extraletterari, erano rimaste ingiustamente fuori dal canone.

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Come strutturi una traduzione letteraria?
È un lento lavoro di avvicinamento e di ambientamento. Prima di tutto rileggo il libro, anche se è passato poco tempo dalla lettura precedente, e inizio a individuare le sfide che dovrò affrontare. Poi inauguro una nuova sezione del quaderno delle traduzioni, e questo probabilmente è più un rito apotropaico che una reale necessità. Scrivo la data e l’ora di inizio, copio l’esergo con la relativa nota bibliografica. Nel quaderno finiscono poi le liste delle parole ricorrenti, quelle da tenere strettamente sotto controllo, i riferimenti extratestuali e soprattutto i problemi che più mi mettono in crisi. Spesso metterli sulla carta mi permette di guardarli con un certo distacco e quasi sempre di trovare una soluzione proprio quando pensavo di arrendermi. Infine, annoto le domande da fare all’autore in caso di dubbio interpretativo o di ambiguità. Poi procedo per micro-revisioni. Traduco di getto e revisiono paragrafo per paragrafo. Una volta finito faccio decantare almeno tre-quattro giorni. È esattamente allora che, in fila alla cassa del supermercato o ferma al semaforo in attesa di attraversare, mi vengono in mente le soluzioni più efficaci e sorprendenti. Rileggo tutto in due, massimo tre sessioni, poi scrivo all’autore per fugare gli ultimi dubbi, faccio un bel respiro e consegno.

Quali sono le difficoltà più ricorrenti nel tradurre dal portoghese — termini, registri, relazioni, elementi culturali?
Credo che registri e termini siano specifici più del singolo autore che della lingua in sé. È più una questione morfosintattica che lessicale o stilistica. Il portoghese ha conservato diversi tratti arcaici del latino e presenta caratteristiche peculiari rispetto ad altre lingue romanze, come l’infinito personale o il congiuntivo futuro. Inoltre, fa spesso uso di costruzioni implicite, che in italiano vanno sciolte. Questo comporta inevitabilmente una scelta interpretativa, una delle tante, connaturata proprio alla struttura della lingua. Anche i cosiddetti realia, le parole culturo-specifiche, danno filo da torcere, ma questo credo valga per ogni lingua e ogni traduzione. Quando si traduce un libro, si traduce anche l’universo che lo sottende, con tutto il suo repertorio di non detti, di sottintesi, le sue pratiche condivise e date per scontate, il sistema di valori e di simboli che lo sostiene. Restituire tutto questo richiede una buona dose di ricerca e un equilibrio difficilissimo in fase di resa tra la chiarezza e la leggerezza, cioè il tentativo di far comprendere appieno un concetto potenzialmente oscuro senza ricorrere alle note o appesantire troppo la frase.
Ti è mai capitato di non trovare una soluzione soddisfacente? Puoi raccontare un caso concreto?
Non ricordo nessun caso particolare, anche perché cerco di non rileggere le mie traduzioni dopo che il libro è andato in stampa e non posso più intervenire. Ma una soluzione soddisfacente bisogna trovarla a ogni costo, magari all’ultimo secondo, magari chiamando in causa amici e conoscenti. Spesso arriva da una figura che “lavora nell’ombra” e di cui si parla pochissimo: il revisore. Prima di andare in stampa, la traduzione passa attraverso tante mani diverse, e questo è fondamentale perché chi si occupa della revisione spesso riesce a cogliere ciò che il traduttore non può più vedere perché è troppo immerso nel testo.

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Cosa significa per te “restare fedele” quando lavori su una voce fortemente riconoscibile, come quella di José Saramago, o di altri/e autori e autrici che hai tradotto?
Per me restare fedele a una voce significa prima di tutto conoscerla il più possibile. Leggo, ascolto e guardo tutto ciò che riesco a trovare: interviste, podcast, documentari, rassegna stampa, altri libri dell’autore. Nel caso di José Saramago, si trattava di conferenze che aveva tenuto in Italia nell’arco di vent’anni. La traduzione era stata preceduta da un lungo lavoro filologico di ricerca dei testi da parte del curatore del volume. Io ho avuto l’enorme privilegio di assistere a questo lavoro di recupero di materiali preziosissimi, di vederli e maneggiarli in anteprima, e poi di tradurre testi di una complessità e di una bellezza straordinarie. È stata un’esperienza, per certi versi, spaventosa. Una responsabilità enorme. Ripensandoci oggi, mi sembra ancora incredibile che sia accaduto davvero. Per affrontare una sfida di questo tipo, è stato fondamentale il sostegno del curatore, che si è occupato anche della revisione. Ho ripreso in mano, oltre alle opere di Saramago, anche tutti i paratesti di cui disponevo, ho riletto le poesie, i manuali annotati a margine e gli appunti che avevo preso all’università, qualsiasi cosa potesse aiutarmi a contestualizzare e a entrare in quei testi meravigliosi.

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Quanto il contesto editoriale e culturale entrano nel tuo lavoro?
Moltissimo. Per me il lavoro di traduzione procede sempre in parallelo con quello di editor. Ogni traduzione è anche una proposta editoriale e deve tenere conto di tanti fattori diversi, che in parte dipendono sia dal contesto culturale sia da quello editoriale del Paese di partenza e di quello di arrivo. È fondamentale conoscere entrambi e aggiornarsi su ciò che accade in ambito culturale, per far sì che un testo trovi spazio in traduzione: leggere i supplementi culturali, seguire la scena letteraria e i dibattiti. Ogni proposta è un’alchimia, dietro la quale ci sono mesi di lavoro, una buona dose di intuito e spesso anche un bel po’ di tempismo e fortuna.
Tradurre dal portoghese è, per te, anche un atto in qualche modo politico?
Si traduce ancora troppo poco dal portoghese e, più in generale, da qualsiasi lingua considerata “minore”, nonostante la letteratura lusofona stia vivendo, soprattutto negli ultimi tempi, uno straordinario fermento. Per questo, sì, credo che tradurre sia un atto politico. Significa decidere di esplorare luoghi poco battuti, spesso trascurati per effetto di una sorta di colonialismo culturale. Tradurre vuol dire portare alla luce un punto di vista che non si pensava esistesse, un altro modo inaspettato di vedere il mondo. È una forma di empatia: mettersi nello sguardo dell’altro, mangiare il suo cibo, camminare nelle sue strade. Ed è un atto politico proprio perché comporta un ribaltamento di prospettiva, mettendo in crisi i nostri pregiudizi e gli stereotipi che cuciamo addosso a un determinato luogo, che si rifiuta di mostrarsi per come vorremmo vederlo.

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Nel tuo lavoro da traduttrice ti senti una presenza invisibile o riconoscibile?
È una questione complessa e credo sia difficile tracciare un confine netto. Forse tradurre significa proprio rimanere in bilico tra questi due estremi. Da una parte si lavora nel rispetto assoluto della voce dell’autore e, in qualche modo, all’ombra di quella voce. Il rapporto con l’autore è per me un nodo centrale del lavoro di traduzione: sottoporre i propri dubbi, le proprie remore e lavorare insieme per il bene del testo credo sia sempre la strada migliore. E, spesso, da questi contatti nascono delle bellissime amicizie. Dall’altra parte, tradurre significa prendersi la responsabilità di ogni scelta, di ogni compromesso che il testo ci pone di fronte, di ogni perdita e di ogni compensazione. È inevitabile che ogni traduzione porti con sé l’impronta di chi traduce, perché ognuno di noi riversa nel testo qualcosa di sé, del proprio vissuto da lettore, delle proprie idiosincrasie, dei propri innamoramenti, del proprio intuito e del proprio guizzo.

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Tradurre è un modo per restare o per partire?
Per partire, senza mappa e senza cinture di sicurezza, verso un luogo ignoto che impari piano piano ad abitare.
Da cosa “fugge” la traduzione, secondo te, e verso cosa si muove?
Fugge dalla sicumera, dai dogmi e dalle certezze, dall’idea di perfezione. Si muove verso la riflessione consapevole, l’intuizione, l’inaspettato.
Il prossimo attraversamento ci porterà nel mondo della traduzione letteraria dallo spagnolo insieme a Claudia Putzu, traduttrice, editor e autrice. Si occupa di letteratura ispano-americana e ha tradotto in italiano opere come Uccidiamo Laura di Sandra Tavárez e Vladimir di Leticia Martin.
Appuntamento a lunedì 31 agosto.



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