Le micidiali sferzate di vento. La pioggia, i tuoni, i lampi. La macchina in avaria in mezzo a una strada sterrata. Tanti alberi attorno. Telefono scarico. Niente navigatore. Niente indicazioni. Solo l’oscurità.
Vedo una luce in lontananza. Apro la portiera e corro a perdifiato. Davanti a me c’è uno tipo barbuto che regge una torcia.
«Riparati qui». Indica un casolare alle sue spalle. Accanto all’ingresso penzola un’insegna in legno con su scritto “TAVERNA SALIGIÀ”. «Se tutto andrà bene, albeggerà fra non molto».
Do una sbirciata all’orologio: le due e otto.
«Fra non molto è un parolone», gli faccio notare.
Lui fa spallucce e mi indirizza all’interno di una bettola silenziosa con qualche avventore.
«Che posto è questo?», chiedo.
Lo sconosciuto, l’oste, si sistema dietro al bancone e risponde: «Una taverna».
«È molto… folkloristica».
«Non servono grandi lussi a chi necessita… di un’altra strada».
Ha la voce calma e decisa di chi non ammette repliche; incute quasi paura.
«Andrebbe bene anche un telefono per chiamare un carroattrezzi», puntualizzo stranito.
«Qui non ci sono telefoni. L’unica via per andarsene è superare la notte».
Mi guardo attorno e vedo: un vecchio stralunato che fissa il vuoto, una donna sulla cinquantina al bancone, un tizio dagli occhi socchiusi, un signore immerso in due piatti di costolette intrise di salsa.
«Andiamo, qualcuno deve averlo un telefono», alzo la voce per farmi sentire dagli altri, ma nessuno risponde.
«Lux, vieni qui», comanda l’oste.
Si palesa una ventenne dai lunghi capelli corvini e una scritta in giapponese sulla clavicola. Sotto al grembiule da cameriera indossa una t-shirt e un leggings. È di una sensualità che toglie il respiro.
«Cosa le porto?», domanda lei, occhi vispi e smorfiette ammiccanti.
«Che birre avete?».
«Una sola».
«Sarebbe?».
«Una qualsiasi», dice perplessa, un po’ come me. Le aggiudico l’ordinazione senza ribattere. Al che annuisce e si congeda: «Torno subito».
Attraverso il pavimento in legno scricchiolante e mi siedo al tavolo accanto al tizio a braccia conserte. Avrà sì e no la mia età; sonnecchia, ma sembra abbastanza lucido per interagire.   
«Hai visto la cameriera?», bisbiglio sporgendomi verso di lui.
«E quindi?», borbotta dopo uno sbadiglio prolungato.
«Sembra un misto tra “Fingo di provarci con te” e “Stammi lontano, sgorbio”».
«E quindi?», ripete seccato.
«Era per fare quattro chiacchiere».
«Sulla cameriera?».
«Ha degli strani atteggiamenti. Non l’hai notato?».
«Ti ha solo preso l’ordinazione!».
«Non c’è bisogno di alterarsi».
«Senti, sono in piedi dalle cinque, ho lavorato tutto il giorno e sono qui da un’eternità. Voglio riposare».
Vorrei dirgli: “Anche io sono in piedi dalle cinque e ho lavorato tutto il giorno”, ma rinuncio, perché ognuno è fatto modo a suo.
«Siamo tutti bloccati qui. Tanto vale farci compagnia», spiego in tono cordiale.
«Sì, sì, certo», scaccia via le mie parole con la mano. «E comunque, non ci stava provando con te!».
Lo osservo attonito mentre incrocia le braccia sul tavolo e ci si addormenta sopra.
Torna Lux. Si china in avanti molto più del necessario e serve la birra sbattendomi in faccia il suo bel seno.
Che situazione imbarazzante. Dico la prima cosa che mi viene in mentre: «Che significa il tatuaggio?».
Fa la vaga: «Una cosa importante».
«Ti dona molto».
«Dice?». Alza un sopracciglio allusivo.
«Sono impegnato». Meglio mettere le cose in chiaro; magari si placa. «Lo dico perché anche la mia fidanzata ha un tatuaggio in giapponese».
«Cosa significa il suo?».
«Lussuria!», esclamo a bruciapelo.
Non so perché ho risposto così. Sono nel pallone, anche a disagio.
Lux ridacchia e mi fissa: «Qualcosa mi dice che lei sta mentendo».
Certo che sto mentendo. Il problema è un altro: come rimedio alla figuraccia?
Faccio un lungo sorso di birra e dico: «Hai ragione. Però, sono davvero impegnato».
L’uomo delle costolette dietro di me chiama un adolescente col camice da cameriere: «Ugo, posso chiederti altre costolette, per favore?».
Il ragazzetto sbuca dalla penombra e carica sul vassoio le portate finite. Nel dirigersi verso il bancone, mi inciampa addosso. Vedo una grossa macchia di sugo spandersi sulla camicia.
«E che cazzo!», sbotto scattando in piedi.
«Mi scusi, signore. Non volevo».
È intimorito dalla mia reazione. Forse ho esagerato. Che mi succede? Questo posto ha una strana influenza.
«Cerca di stare più attento», lo ammonisco a mo’ di fratello maggiore. «E occhio a dove metti i piedi».
«Ma signore…», insiste mentre è chino a raccogliere i piatti. Lo vedo roteare lentamente la testa e fulminarmi con lo sguardo. «È lei che…».
Il vecchio stralunato, un anzianotto armato di bastone, mi rifila un colpo al polpaccio.
«Giovanotto, calmati!», esordisce severo. «Ho visto tutto, e la colpa è tua».
«Cos’avrei fatto?».
«Era troppo impegnato a fare il cascamorto con Lux per accorgersi di me», protesta Ugo.
Invoco la calma e, per tutta risposta, mi arriva un secondo colpo di bastone.
«Screanzato! Per squadrare il fondoschiena alla signorina, hai urtato il povero Ugo».
Mi sta provocando. Dovrei reagire? Ma no, è inutile farsi il sangue amaro per certa gente.
«Lux, puoi spiegare a questo signore che stavamo solo chiacchierando?».
Scena muta. Perché abbassa la testa? Non vuole ammettere che stava flirtando con un cliente?
«Chiedi scusa!», tuona il vecchio.
«Per cosa?».
«Per come ti stai comportando».
«Ma se è lei che mi sta aggredendo».
«Li conosco bene quelli come te», mi ringhia contro. «Guardano tutti dall’alto in basso. Fai schifo, lo sai?».
Sento un brivido corrermi lungo la schiena. Sono come il protagonista de Il processo di Kafka, accusato per la sola colpa di esistere.
«Facile giudicare senza conoscermi. Sono uno stimatissimo manager, se proprio vogliamo mettere i puntini sulle i. Domattina sa dove mi aspettano? A un convegno. Roba seria, da professionisti».
Complimenti per la lucidità e la compostezza, mi dico; peccato che il vecchio ha ancora una smorfia di biasimo.
«Parla così perché si crede perfetto», interviene Ugo. «Esiste solo il suo punto di vista, no? Lei non ci stava provando con Lux. Lei non mi ha fatto inciampare. Sa che le dico? A quel convegno non ci arriverà mai».
D’istinto ribatto: «È una minaccia?».
«Una constatazione».
Ci rifletto su qualche istante, poi giungo a una conclusione: «L’invidia è una brutta bestia, sai? Se ti pesa fare il cameriere, impara cos’è il sacrificio. Rimboccati le maniche e vedrai. Magari, un giorno, anche tu farai carriera».
«Lei mi sta trattando come una pezza da piedi!».
«Ma chi ti ha fatto niente? All’inizio ho risposto un po’ male, poi basta. Vuoi delle scuse? Va bene, scusa».
«Che fa, piange lacrime di coccodrillo?».
«Ora stai esagerando, ragazzo. A trentotto anni suonati, non dico che pretendo rispetto, un minimo di educazione, però, sì».
Il vecchio prepara il bastone per l’ennesimo colpo, ma l’oste lo ferma con un cenno di mano. «Ugo, porta i piatti di là», comanda impassibile.
«E non dimenticare il mio bis», interviene l’uomo delle costolette.«Questo è tutto ciò che ha da dire? Potrebbe anche spiegare come sono andate le cose», commento allibito.
«Ho fame», risponde lui.
«Si rende conto che tutta questa storia è colpa della sua ordinazione?», puntualizzo fuori di me.
«Ho fame», insiste.
«Si sta abbuffando da quando sono arrivato. Potrebbe esprimere un’opinione? Lei ha visto tutto, no?».
«Ho fame».
Mi parte una risata isterica. La taverna ha un’aura malefica; la sento. Le luci soffuse, i cigolii, le ragnatele nascoste un po’ ovunque. Vedo l’oste che ridacchia sotto la barba. La camicia è macchiata. Il tizio antipatico di prima dorme; beato lui. Gli avventori mi odiano.
«Ha bisogno di qualcosa da mettere?», domanda la donna al bancone. Mi avvicino e tiro un sospiro di sollievo. Forse ho trovato una persona normale. «Mi chiamo Nadia e, se vuole, posso aiutarla».
Le stringo la mano piena di anelli. Indossa un largo vestito a fantasia hippie e delle grandi collane di corallo. Ha i capelli mossi a effetto bagnato e una tinta turchese scolorita. È l’ennesimo personaggio grottesco della serata; almeno sembra amichevole.
«Ha con sé dei vestiti? Va bene anche una maglietta».
Fisso la borsa accanto a lei e spero in un sì.
«Certo che ho una maglietta da darle – provo a ringraziarla, ma aggiunge – in cambio di qualcosa».
«Come, scusi?».
«Ha sentito bene. Dovrà guadagnarsela».
Rimango di stucco. Tempo due secondi e metto mano al portafogli.
«Ecco 20 euro».
«Non voglio soldi».
«Ah no?».
«Quelli come lei credono che basti una banconota a risolvere ogni cosa».
«E ora che ho fatto?», chiedo svilito.
«Non tutti sono in vendita».
«Sto solo cercando di comprare una maglietta», mi sforzo di essere cordiale.
«Posso darle tutto quello che le serve, ma non gratis».
«Ho capito».
Riapro il portafogli e sventolo trenta euro.
Lei scuote la testa e ribadisce: «Non voglio soldi».
«Questo giochetto con me non funziona. Prendere o lasciare?».
Stessa risposta di prima: «Non voglio soldi». Ride e mi fa cenno di andare. «Torni quando sarà pronto. Se mai lo sarà».
Mi avvicino a Lux a braccia aperte: «È assurdo. Vuole non so quanti soldi per una maglietta».
«Venga con me», dice. «Le tampono la macchia con un po’ di sapone».

Ha negli occhi la stessa malizia di prima. Non ho scelta. La seguo in bagno e la osservo chinarsi sotto il lavandino per prendere un panno. La stanza è strettissima. Ne approfitta, mi sfiora il bacino col suo fondoschiena. La t-shirt si alza quel tanto che basta per rivelare i fili di un perizoma e un altro tatuaggio in giapponese sopra il coccige. I glutei ondeggiano sul cavallo dei miei pantaloni. Ripenso alla mia fidanzata. Devo resistere. Passerà. Passerà tutto.

Si gira con il panno intriso di acqua e sapone; inizia a strofinare la macchia di sugo con movimenti precisi e sensuali. Siamo al riparo da sguardi indiscreti. Vuole provocarmi, e ci sta riuscendo.

«Cosa significa la scritta?».
Guardo in alto. Niente contatto visivo, o finisco vittima delle sirene.
«Uroboro, il serpente che si morde la coda».
«Prima hai detto che è una cosa importante», osservo impacciato.
«E lo è», risponde lei.
«Capisco. Però ne hai anche un altro».
«Ah!».
Altro che sirene, sono fra Scilla e Cariddi: quel monosillabo sa di orgasmo. Mi arrendo e la fisso. Sembra imbarazzata, ma sta fingendo. È solo una tattica, l’ennesima. Fa un respiro profondo e solleva il seno. Praticamente ce l’ho sotto il naso.
«Fammi indovinare. Vado così, a intuito», esordisco non so perché. Dove voglio andare a parare? Ho paura della risposta; sono fuori di me. Altro respiro profondo. Il petto le si alza ancora di più.

«Significa lussuria!».

La prendo per i fianchi e la stringo. È finita. Lux, sia fatta la tua volontà.
Lei si divincola, strepita, urla: «Significa luce!».
Ricevo uno schiaffo e sbatto la testa all’indietro. Ora c’è il buio.

*

Sono a terra e, sul legno scricchiolante, sento una presenza che avanza. L’oste – sguardo severo e occhi fissi su di me – accende la torcia e si rivela.

«Toccane una», ordina illuminando una serie di tessere disposte a cerchio intorno a noi.

Striscio fino a un’estremità e obbedisco. Cade la prima, poi la seconda, la terza e così via fino alla penultima, che invece manca la successiva e interrompe l’effetto domino.

«Hai visto? Basta poco», dice l’oste. Rimette in piedi la penultima tessera e sposta leggermente più indietro la successiva. «Prova ora». Questa volta cade anche l’ultima. «Salvarsi non è poi così difficile», sentenzia in un sorriso che sa di scherno.

«Cosa sta succedendo?».

«Ancora non l’hai capito?».

Scorgo il contorno rettangolare di un bagliore intermittente. Scatto in piedi e lo raggiungo. È una porta che non si apre.

«Spezza il cerchio e sarai libero di oltrepassarla», sento l’oste alle mie spalle.

Gli vado faccia a faccia agitando il pugno. «Cosa mi avete fa—».

Compare una luce abbagliante, seguita da un ronzio sinistro. Stringo la testa fra le mani e chiudo gli occhi. Quando li riapro, la taverna è come prima, ma il ronzio c’è ancora. Da dietro al bancone l’oste scruta i tavoli dove il tizio antipatico sembra che stia parlando da solo. Lo osservo attonito mentre incrocia le braccia sul tavolo e ci si addormenta sopra. Arriva Lux e serve una birra chinandosi in avanti. Scambia quattro chiacchiere con una sedia che, a un certo punto, si inclina all’indietro toccando Ugo. Il ragazzo è chino a raccogliere i piatti caduti. Lo vedo roteare lentamente la testa e fulminare il nulla con lo sguardo. Il vecchio dà un colpo di bastone all’aria. L’uomo delle costolette risponde al vuoto. Nadia interagisce con un essere invisibile.

Cala di nuovo l’oscurità. Il ronzio è scomparso; prima c’erano gli avventori, ora fluttuano sguardi fosforescenti. Sento il rumore di un albero che si sradica e sbatte contro qualcosa di metallico. Un motore si spegne all’improvviso. Tante fitte in diverse parti del corpo. Mi piego in ginocchio per il dolore. L’oste accende la torcia e me la punta contro: ho grossi squarci da cui fuoriesce sangue.

A un suo schiocco di dita, da ogni sguardo fosforescente parte una frase ripetuta all’infinito.
«Αν οι περήφανοι δεν δουν τη σκόνη, η αρμονία δεν θα αλλάξει».
L’oste avanza verso di me.
«Wenn die stolzen den staub nicht sehen, wird sich die harmonie nicht ändern».
Si avvicina.
«Si los orgullosos no ven el polvo, la armonía no cambiará».
Pupille dilatate, occhi spiritati.
«Si les orgueilleux ne voient pas la poussière, l’harmonie ne changera pas».
Un ghigno malefico.
«If the proud do not see the dust, the harmony will not change».
Tutti parlano una lingua diversa con la stessa voce distorta.
«Si superbi pulverem non vident, concordia non mutatur».
L’oste mi si para davanti e, con la mano libera, stacca qualcosa dalla sua faccia, tipo una maschera.
«Se il superbo non vede la polvere, l’armonia non cambierà», dice illuminandosi.
Sotto c’è il mio viso.

*

«Dove mi trovo?», sussurro spaesato.
Ho un forte mal di testa e la schiena contro il muro. Ancora tremo per l’incubo.
Dalle chiazze indistinte attorno a me riconosco la sagoma dell’oste: «Sei alla taverna Saligià».
Mi rialzo e torno al tavolo barcollando.

«Ah, giusto. La tempesta, la macchina…».

Tutti mi fissano con espressioni severe e di disgusto. Tutti tranne Lux. Lei è in lacrime fra le braccia di Nadia.

«L’hai combinata grossa. Di nuovo», sentenzia l’oste, non troppo sorpreso.
«Di che parli?».
«Hai molestato Lux. Stai fallendo», mi fa il tizio antipatico.
«In che senso?», rispondo perplesso. Scatto in piedi e mi rivolgo alla platea: «Ascoltatemi bene. Io non ho molestato nessuno. Sono un rispettabile manager e un perfetto compagno. Ho subito avances per tutta la sera, ma ho resistito, sia qui, sotto gli occhi di tutti, sia in bagno».
Silenzio tombale. Nessuno parla, nessuno risponde. Solo sguardi indignati.
«Scusati, così la finiamo e posso tornare a dormire», rompe il ghiaccio l’antipatico.
Sento la parte destra del collo e della guancia tremare. È un tic nervoso.
«Lo stai facendo da quando sono arrivato!», gli urlo.
«Te l’ho già detto. Sono in piedi dalle cinque. Dimostra un po’ di empatia e chiedi scusa».
«Non ho fatto niente! E smettila di dire che sei stanco, perché lo sono anch’io».
«Amico, sei falso come una banconota da due euro. E continuerai a esserlo, per sempre».
«Come osi? Io so—».
«Io, io, io», mi fa il verso Nadia.
Ho i nervi a fior di pelle, muscoli tesi e tremori ovunque. Devo andarmene.
Mi dirigo a grandi falcate verso la porta; a metà strada realizzo che, per chiamare i soccorsi, ho bisogno del telefono. Sono al limite. Tiro un pugno contro il muro e faccio dietrofront.
«Hai tutto?», domando a Nadia. Scioglie Lux dall’abbraccio e la indirizza lontano da me, manco fossi Satana. «Mi serve un…».
«… caricabatterie dell’iPhone».
«Dell’iPhone…».
«…ultimo modello. Come sei scontato».
Estrae qualcosa dalla borsa e lo sventola con disprezzo.
«Bene!». Tiro fuori tutte le banconote dal portafogli. «Duecento euro. Direi che bastano».
«Non voglio soldi».
«Avida stronza», borbotto a denti stretti. «Ti firmo un assegno?».
«Ascoltami bene». Non ha più un tono beffardo, ora è lapidaria. «Avrai il caricabatterie se ti scuserai per ciò che hai fatto».
«Sono innocente!».
«Sei cieco».
«Parli come se mi conoscessi».
Sul suo volto compare un lungo sorriso. «In effetti, è come se ci conoscessimo da un’eternità». Indica il mio orologio: è fermo sulle due e otto.
«Adesso basta! Mi avete—».
«Se il superbo non vede la polvere, l’armonia non cambierà», interviene l’oste.
Con un movimento meccanico, Nadia si alza in piedi e bisbiglia: «Si superbi pulverem non vident, concordia non mutatur».
Poi tocca a Lux: «If the proud do not see the dust, the harmony will not change».
A Ugo: «Si les orgueilleux ne voient pas la poussière, l’harmonie ne changera pas».
All’antipatico: «Si los orgullosos no ven el polvo, la armonía no cambiará».
Al vecchio: «Wenn die stolzen den staub nicht sehen, wird sich die harmonie nicht ändern».
All’uomo delle costolette: «Αν οι περήφανοι δεν δουν τη σκόνη, η αρμονία δεν θα αλλάξει».
Di nuovo quella voce distorta.
«In che lingua dobbiamo dirtelo?», aggiunge l’oste. «Oltre che cieco sei pure sordo?».
«Io sono la vittima, non il carnefice!», protesto esasperato.
«Sei entrambi. Se vuoi andare, prego». Sorride e mi passa la torcia al volo. «Ne avrai bisogno».
Lo guardo e non so che dire. Faccio un piccolo passo in avanti, ma ho qualcosa sotto la scarpa: una tessera. Sudo e ho il fiato corto; sono ben oltre il limite. La raccolgo e rivolgo all’oste un’ultima occhiata. Col mento indica un angolo dove ce ne sono tante altre ammucchiate. Saranno centinaia, forse migliaia. Prima non c’erano. Chi le ha messe lì?
«A tra poco», mi congeda alzando la mano.
«Siete tutti pazzi!», ribatto, e scaglio la tessera contro le altre.

Faccio un respiro profondo, apro la porta e corro a perdifiato. Davanti a me c’è uno tipo barbuto che regge una torcia.
«Riparati qui». Indica un casolare alle sue spalle. Accanto all’ingresso penzola un’insegna in legno con su scritto “TAVERNA SALIGIÀ”. «Se tutto andrà bene, albeggerà fra non molto».

Nicola Ianuale


Nicola Ianuale, sognatore ed eterno Peter Pan dal 1995, ha una laurea in Lettere e un Master in Editoria. Attualmente vive a Roma, dove ha frequentato La scuola del Tascabile ed è stagista presso Edizioni di Atlantide. Fa parte della redazione di Metamorphosis rivista. Suoi racconti sono apparsi su Nido di Gazza, Linoleum, Scomoda, Smezziamo, Enne2 e Spaghetti Writers. Ha una rubrica a tema Woody Allen su Nido magazine. Cerca una macchina del tempo per fare serata con Hemingway e Fitgerald a Parigi negli anni ’20. Si definisce “malato di curiositas”.

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La fuga (un po’ di)

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