Male a Est è il romanzo d’esordio di Andreea Simionel, pubblicato da Italo Svevo nel 2022. Nel libro, l’autrice racconta l’esperienza migratoria dalla prospettiva di una bambina romena che, all’età di dieci anni, lascia Botoșani, nel nord della Romania, per raggiungere il padre in Italia insieme alla madre e alla sorella. Nelle prime pagine il padre è una presenza lontana che si riduce a telefonate, messaggi e promesse di un futuro migliore.

Quando la famiglia si trasferisce a Torino, però, l’Italia si rivela diversa dalle aspettative. Per Andreea, la protagonista, il nuovo Paese non è una terra promessa, ma uno spazio da decifrare, un universo di regole, linguaggi e codici sociali a cui adattarsi.

Male a Est di Andreea Simionel
Italo Svevo

Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è la scelta dello sguardo infantile. La migrazione non viene infatti raccontata attraverso categorie astratte o riflessioni sociologiche, ma prende forma nella concretezza della vita quotidiana. La scuola, le amicizie, le incomprensioni linguistiche e il desiderio di appartenenza diventano il terreno su cui si misura l’esperienza dello sradicamento. La protagonista osserva il cambiamento senza possedere ancora gli strumenti per interpretarlo e proprio per questo riesce a restituire con precisione il senso di spaesamento che accompagna chi arriva in un nuovo Paese durante l’infanzia.

Al centro del libro si colloca il rapporto con la lingua. L’italiano rappresenta la chiave d’accesso al mondo circostante e il mezzo attraverso cui essere visti e riconosciuti.

«Seduta al mio banco […] io smetto di esistere. Sono invisibile. Mi fanno esistere le parole, ma le parole sono al buio e io non esisto». 

L’assenza delle parole coincide con una temporanea sospensione dell’esistenza sociale. Non poter parlare significa non poter partecipare alla realtà che ci circonda. Acquista allora particolare significato anche la scelta dell’autrice di inserire nel testo termini ed espressioni in romeno senza accompagnarli con spiegazioni. Il lettore è chiamato a convivere con una quota di incomprensione, proprio come accade alla protagonista quando si trova immersa in una lingua che non padroneggia. Una scelta narrativa coerente con la prospettiva di una bambina che non media continuamente la propria esperienza per renderla accessibile agli altri, ma la racconta così come la vive.

La scrittura dell’autrice è diretta, immediata, senza fronzoli. Persino le esperienze più dolorose vengono raccontate attraverso episodi quotidiani, dettagli apparentemente marginali e osservazioni che conservano la concretezza dello sguardo infantile.

La vergogna costituisce probabilmente il nucleo emotivo del romanzo. In Italia prende forma nella difficoltà di parlare, nell’accento, nella paura di essere giudicati o esclusi. Il libro mostra però come questo sentimento fosse presente, in modo differente, anche in Romania, dove le aspettative sociali e le difficoltà economiche impongono altre forme di conformismo. La vergogna diventa il punto di contatto tra due culture. Non riguarda soltanto ciò che si è, ma soprattutto ciò che si teme di apparire agli occhi degli altri. Da qui nasce il desiderio di integrarsi, che a volte rischia di trasformarsi in qualcosa di più radicale, come il desiderio di non essere notati, di diventare invisibili, indistinguibili.

Il romanzo mette in luce l’ambivalenza del processo di integrazione. L’apprendimento di una nuova lingua apre le porte all’inclusione, ma può trasformarsi al tempo stesso in una richiesta implicita di cancellazione delle proprie origini.

«Noi ci dobbiamo amalgamare, come le strisce di colore sulla carta. Noi dobbiamo stare nei contorni. Noi dobbiamo avere pronunce impeccabili. Noi dobbiamo smettere di esistere in una lingua, rinascere nell’altra. Noi ci dobbiamo integrare, diventare irriconoscibili».

La riflessione proposta dall’autrice va oltre il racconto autobiografico e interroga il significato stesso dell’integrazione. Dove si colloca il confine tra inclusione e assimilazione? Quanto del desiderio di adattarsi nasce da una scelta libera e quanto, invece, dalla necessità di conformarsi alle aspettative della società di arrivo?

Per molti migranti cresciuti in Italia, e in particolare per chi proviene da comunità spesso oggetto di stereotipi e pregiudizi, simili domande risuonano con forza. La pressione a parlare senza accento e a prendere le distanze dalle proprie origini può trasformarsi, col tempo, in una forma di rifiuto silenzioso di una parte di sé. Non necessariamente un rifiuto consapevole, ma l’interiorizzazione di uno sguardo esterno che considera alcune identità culturali più accettabili di altre.

È forse questo l’aspetto che più mi ha colpito durante la lettura. Anch’io sono arrivata in Italia dalla Romania quando ero bambina e, per molti anni, ho considerato l’integrazione come un processo naturale. Solo di recente, nel tentativo di riconnettermi con le mie radici romene, ho iniziato a interrogarmi su ciò che quel percorso ha lasciato sullo sfondo.

Per questo Male a Est non è solo un romanzo sulla migrazione. È una riflessione sul prezzo invisibile che a volte accompagna l’appartenenza. Invita a interrogarsi su ciò che l’integrazione può lasciare indietro: luoghi, persone e abitudini, ma anche il rapporto con la propria lingua, con la propria storia e, in definitiva, con una parte della propria persona.

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