Fuori, lungo la costa alta, le prime macchie di lupino giallo erano apparse verso la fine della primavera. Di là da esse, in modo del tutto casuale, i più antichi arbusti di corbezzolo avevano preso posto in prima fila, adattandosi alla conformazione scoscesa dei sassi porosi, a strapiombo sul litorale est. Tra gli ospiti più anziani, al tempo del trasferimento, c’era ancora chi pretendeva, inverosimilmente, di aver visto quei germogli bucare la terra, nei giorni della fondazione, quando ancora c’erano gli Stati e non una Nazione, assaporando con la lingua della memoria le marmellate e le grappe ottenute da quei frutti vermigli.
Dentro, il rombo delle onde arrivava lontano. L’intonaco scrostato, mangiato da muffa e salsedine, cercava di imitare il paesaggio mediterraneo osservato dalle pareti esterne, restituendo un’immagine distorta e desolata della costa.
Lungo i corridoi inferiori, il muro sudava il mare e il sale veniva filtrato da questo, depositandosi su battiscopa, mattonelle, ciabatte, persone.
Il puzzo della fogna risaliva, feroce, le tubature dei gabinetti. Dai lavandini striminziti – semicerchi in porcellana bianca, spesso scheggiata, da cui sbucava un misero rubinetto incrostato di calcare – fuoriuscivano antichi gorgoglii, voci rauche di sirene ormai invecchiate, stanche di aspettare risposta, oltre le rocce dell’isola. L’impianto idraulico originale aveva gli stessi anni della struttura; la manutenzione ordinaria era stata osservata fino al primo dopoguerra, poi era entrata in quella serie di gestualità considerate atipiche e da attribuire alla responsabilità di un qualcuno assente dalla scena, fuori dalla cornice della stanza in cui se ne discuteva.
Ci penserà Toni, sentenziava, tra un rutto e l’altro, il Capo, sistemandosi la camicia dentro alla cintura dei calzoni, finito il pasto.
Buona parte del carcere era occupata dai rutti del secondino capo e dai rumori gutturali delle tubature arrugginite. Come in estate, il frinire incessante delle cicale, così il canto di quei tubi di cartilagine e ghisa, ormai secchi e corrosi, giorno e notte penetrava i pensieri dei carcerati, anestetizzando le loro orecchie.
I malumori appartenevano al tempo passato, quando l’intonaco delle celle era ancora fresco e gli ospiti vivevano stipati lungo i corridoi, oltre le finestrelle sbarrate.
Da anni, nel vecchio carcere sull’isola viveva appena una manciata di detenuti, presidiati da cinque secondini, di cui solo tre erano stabili in struttura. Toni, il più giovane, era stato sbalzato per anni da una prigione all’altra, incapace di alzare la testa. Quando aveva sentito dire che il carcere vecchio cercava disperatamente personale, subito si era presentato, dimenticandosi a casa la novella sposa e la mamma preoccupata. La prima volta che varcò le sue porte, aveva da poco superato i vent’anni e sapeva ancora sperare.
Ora, era parte integrante dell’arredo, pilastro della vita quotidiana dietro le sbarre di quel minuscolo arcipelago di rocce e vento. Il solco della fede al dito, inciccionito, nei giorni di pioggia gli ricordava i-suoi-occhi-belli, dimenticati chissà dove sulla terraferma.
Tra i primi detenuti che accolse ci fu Michele, il parricida, suo coetaneo. Michele era alto, dinoccolato. Le gambe lunghe tenute nascoste dentro una tuta, il torace incavato e villoso coperto dalla solita canottiera ingiallita sulle ascelle. Sotto al suo sguardo, una cornice di pelle grigia gli conferiva un’aria stanca e distante. Aveva vissuto in isola per circa vent’anni quando, verso la metà di luglio, il Capo aveva chiamato tutti in cortile, convocando un’assemblea straordinaria.
«Il carcere non è più sicuro», aveva detto, «il Ministero sta eseguendo dei tagli e noi siamo comparsi sotto la sua mannaia. Siete in troppo pochi, poi, per restare; entro Ferragosto dobbiamo trasferirci».
Un brusio aveva appena appena attraversato l’aria calda. Lo stridore delle gambe di una sedia sul selciato aveva scosso con più disturbo la piccola platea riunita di fronte ai secondini in assetto da esecuzione. Nessuno si era visibilmente mosso, ma gli occhi erano corsi rapidi tra quei volti compagni. Nonostante il tempo e l’abitudine, c’era ancora tra i prigionieri una sorta di imbarazzo nell’esprimere qualsiasi forma di emotività. Tale riserbo impediva loro una totale libertà d’espressione, ma implicava anche una spiccata capacità d’ascolto, soprattutto tra i più accorti. Forse, l’ordine stabilito in quello spazio stretto di mondo, era divenuto stabile e granitico proprio grazie alla freddezza emotiva che aveva unito le loro vite, senza scivolare nel sentimentalismo stucchevole e fuorviante dell’abbraccio fisico. L’unico ad aver sospirato, facendosi notare dai compagni più vicini, era stato Michele.
«Che c’è? Stai preoccupato?» aveva accennato in risposta Toni.
Michele si era subito appoggiato allo schienale della sedia, allungando le gambe scomposte in avanti. Imitando una certa disinvoltura, aveva scosso il capo in un gesto secco, dal basso verso l’alto, facendo contemporaneamente scoccare la punta della lingua contro gli incisivi superiori, separati da una minuscola fessura di vuoto. Il suono generato, più simile a un richiamo per cani che a una risposta, aveva espresso il suo dissenso.
Nessun altro si era permesso un fiato. Il dubbio sul “dopo” aveva serrato mascelle e natiche.
«Siete appena trenta anime, non potete restare» aveva aggiunto il Capo.
«Sarete portati in terraferma e, lì, indirizzati verso altri luoghi detentivi. La maggior parte di voi è ormai vecchia, sarete riportati ai domiciliari… o altrove».
Il silenzio era sceso sul cortile. Le parole di Ferruccio, il capo, si erano infrante nello Scirocco. L’assemblea era finita.
L’estate si era mangiata buona parte di quei giorni e, subito, agosto era arrivato. I prigionieri, per lavoro o per condanna, vivevano quel tempo nella più totale mollezza di menti e membra. Non si percepiva alcuna agitazione per l’imminente trasferimento; non c’erano stati ulteriori avvisi o annunci; il Capo si era visto poco, i suoi sottoposti avevano continuato, come di consueto, a vivere con i detenuti. Sebbene lo spazio si fosse triplicato da quando la maggior parte delle celle erano state svuotate, di comune accordo, tutti si erano trasferiti nel medesimo padiglione, occupando le celle a due a due. Le ringhiere, le porte, i chiavistelli e le reti di protezione erano state gentilmente messe da parte: nessuno aveva intenzione – né possibilità – di oltrepassare quegli ambienti, delimitati dalla parola proferita sottovoce, da un patto silente di fiducia reciproca.
Gli alloggi, così come erano ormai definiti, avevano preso vita lentamente e, con altrettanta indolenza, si erano a poco a poco screpolati sotto le intemperie.
Michele divideva la stanza con un vecchio moro, di una decina di anni più grande. Era stato dimenticato lì, inerme, con gli avambracci tatuati goffamente e la dentiera corrosa sopra le gengive pallide. Il loro alloggio era da tutti chiamato “il bar”: la mattina, prima delle 7:00, l’aroma della moka svegliava gli altri; la sera, intorno alle 20:00, il profumo del formaggio grigliato o del pesce marinato avvolgeva i loro palati. Si cucinava così, alla bell’e meglio, riutilizzando vecchi fornelletti da campo e sgangherate stoviglie in latta bianca e blu. Quando Toni rientrava dal molo, ritirati i pochi viveri che venivano spediti loro, Michele era il primo ad andargli incontro. Lui avrebbe tenuto le scorte, sempre lui le avrebbe cucinate e, con l’aiuto del vecchio moro, le avrebbe condivise con il resto della truppa.
L’ultima sera, nessuna provvista era avanzata, ma Michele aveva conservato nella ghiacciaia del piano interrato – un tempo accessibile solo al personale, ora in balia delle blatte – un gruzzoletto di vongole veraci, tenute assieme da un retino verde brillante. Scongelate e aggiunti gli aromi, avrebbe preparato un ultimo pasto dignitoso, un saluto onesto a tutti quei giorni trascorsi lì. L’iniziativa venne accolta con lo stupore genuino e impacciato tipico dei bambini, quando, ricevuto un dono inatteso, non sanno bene come comportarsi di fronte a tanta gentilezza. Il sorriso sdentato, il pigiama logoro e sbottonato sul davanti, i capelli radi pettinati di lato, gli stomaci aperti e gorgoglianti, risvegliati dal profumo del soffritto. I vecchi-bimbi di Michele, riuniti nel cortile esterno per un’ultima volta, scoppiarono in un fragoroso riso, che fece indietreggiare quel cuoco improvvisato, impreparato all’amore.
Per l’ultima volta bevvero insieme.
Per l’ultima volta accesero il faro di vedetta per illuminarsi reciprocamente i volti, durante il convivio.
Per l’ultima volta Sabatino, il secondino che assieme a Toni aveva vissuto stabilmente in quel carcere per più tempo di tutti, prese la sua Martin ocra scuro.
Per l’ultima volta, aveva intonato il suo canto.
La frescura risaliva placida dal mare scuro. Il cielo si era fermato, cristallino, sopra le loro teste.
Il mattino seguente, Michele si era svegliato di soprassalto, ridestato da un incubo nero, denso, senza capo né coda. Era tornato in paese; i vicoli e le case basse si erano palesati all’improvviso, formando un ponte tra un sogno e l’altro, distorcendo il ricordo ovattato che lui aveva conservato in tutti quegli anni. Nel dedalo di case e strade strette, Michele aveva cominciato a correre, perdendosi sotto i lampioni spenti. Il volto di suo padre, negli angoli nascosti, lo inseguiva ridendo.
Memento.
Con ancora gli occhi chiusi, scostatosi dalla branda, aveva percorso a memoria il breve tragitto verso il lavabo e, aperta l’acqua corrente, si era lasciato travolgere viso e collo da quel liquido cloroso. Sotto al debole getto, il rumore dei suoi pensieri ancora intrappolati nel sogno si erano inseguiti da orecchio a orecchio per qualche secondo. Poi, la quiete. Inaspettata. La vera cosa che lo fece svegliare da quel torpore fu il silenzio. Girata la testa e aperti gli occhi, il vuoto bianco dell’assenza totale di corpi e voci lo investì in pieno petto, lasciandolo atterrito.
C’è nessuno?
Il dubbio risalì dalla bocca dello stomaco, premendo sulle labbra dall’interno. Al centro di quella che ora gli parve essere davvero una cella, Michele raccolse l’aria tra la lingua e il palato molle, cercando di non emettere alcun rumore, nemmeno con il proprio fiato. In quella posa, gonfiate d’aria le gote ispide, aveva atteso per un minuto intero, cercando di respingere dietro la linea serrata dei denti il timore latente, che saliva e saliva e saliva nella gola ormai in fiamme. Con un colpo di tosse, riprese a respirare e, così, avvertì il primo mormorio, autoprodotto. La porta era proprio lì, a incorniciare la porzione di corridoio che osservava con affanno. Una decina di passi corti lo separavano dalla risposta.
Il carcere era vuoto. Se ne erano andati tutti, senza di lui.
Come aveva fatto a non accorgersene?
Perché non lo avevano svegliato?
E il vecchio moro?
Oltrepassata la soglia, il padiglione occupato fino a quel momento dai suoi compagni apparve con un abbaglio, immerso in un candore irreale. Un lungo rettilineo bagnato dalla luce si apriva davanti ai suoi occhi, interrotto sulla sinistra dalla presenza statica e lacerante delle porte di sicurezza lasciate spalancate verso l’esterno. Nessun odore, nessun rumore.
La corsa era partita incerta; inciampando, una gamba dietro l’altra, e strisciando le ciabatte sulle fughe marroni delle piastrelle bianche e, infine, sollevandole dal suolo, galoppando. Il corridoio, le scale, l’atrio del padiglione occupato, il vecchio ingresso bloccato a quello adiacente, la stanza per i colloqui, interrotti. E, poi, giù verso la mensa abbandonata e il reparto isolamento. E, poi, giù verso il seminterrato e le gole profonde delle cantine umide e buie, lasciate a macerare nell’acqua salata che risaliva le rocce e spurgava nelle stanze vuote. Cumuli di mobili vecchi e marci ostruivano il passaggio alla ghiacciaia, la stessa che aveva conservato con pazienza l’ingrediente segreto per l’ultima cena.
Sotto, nelle viscere della prigione, l’acqua gelida ormai alle ginocchia, Michele annaspava, cercando di scalciare via da sé le sedie ammuffite e le doghe rotte di letti squartati che galleggiavano stanche e le ante di armadi smembrati, per farsi strada in quel labirinto di mare putrido, contaminato dai rifiuti di chi, prima di lui, aveva abitato quegli spazi. In lontananza, la porta dell’archivio lanciava un sottile riverbero che, in quel momento, assomigliava tanto a una speranza. La maniglia scivolosa non permetteva alcuna presa. Lo sforzo fisico si era trasformato in un latrato che, però, non aveva sortito alcun effetto sul risultato di tale impresa. Lasciatosi cadere nel canale di quella città nascosta, sotterranea, Michele si sentiva annegare in quei cinquanta centimetri di acqua salmastra.
Sopra, la canicola aveva avvolto il corpo della struttura, tramutandolo in un santuario nel deserto. Il silenzio ronzava, la polvere scivolava sotto il leggero passare del fiato del tempo. Riemerso dagli abissi, il prigioniero solitario si arrese alla luce. Le gambe smunte e intorpidite, costrette nella stoffa fradicia aderente sulle cosce, rimasero per un secondo sospese sul ghiaino dell’ingresso, traslucido sotto all’illusione bagnata del sole. Il miraggio era fatto di ferro e lamiera. Oltre a esso, il mare.
La libertà?
Lo stridore degli ingranaggi, tolti dal loro vincolo elettrico, riecheggiò per tutta l’isola, strofinandosi sui timpani immobili di Michele. Una placca di ruggine era caduta, leggera, tra le sue dita. Il colore aranciato del ferro vecchio era divenuto pulviscolo, smaterializzato dai polpastrelli umidi, chiusi in un pugno aggrappato alla camicia lasciata aperta. Il suo sguardo cerchiato di grigio si era illuminato in direzione delle rocce e delle macchie gialle dei fiori minuti di ginestra. Più in là, lo sfolgorio delle onde salate, la spuma ammiccante. Con orrore, Michele si stava rendendo conto di essere davvero rimasto solo. Al largo, sulla linea blu dell’orizzonte, dove il mare si confondeva col cielo, placido come una pennellata d’espressionismo astratto, nessuna imbarcazione era visibile.
Il primo organo che aveva scelto di muovere era stata la lingua. Inumidendosi le labbra, aveva inghiottito un grumo di saliva secca. Gli occhi avevano vagato brevemente sui contorni dell’isola, sulle increspature della vegetazione, sull’azzurro punteggiato da bassi cumuli vaporosi del cielo, sulle lucciole opalescenti sul pelo dell’acqua. Tutto era spazio, tutto era immenso e silente. Terribilmente libero.
Era riuscito, appena in tempo, a piegarsi di lato. Lo sforzo era arrivato, inatteso, come un colpo di mazza all’altezza dell’ombelico. Aveva vomitato sulla parete laterale dell’ingresso al carcere, liberandosi gli intestini dalla gravità di quel dubbio che ormai da ore lo stava attanagliando.
Cosa me ne faccio di tutto questo?
La prigione di Santa María de la Cabeza — santa dimenticata, moglie e madre di santi — appariva immobile, imperturbabile, circoscritta e sicura. I suoi anni, nonostante tutto, sapeva portarseli bene.
Chiuso il cancello, il padiglione ovest sarebbe stato ancora lì, sotto la luce mutata del primo pomeriggio.
Annachiara Mezzanini
Annachiara Mezzanini classe 1999, è una illustratrice e scrittrice di Verona.
Di formazione storica dell’arte, ha studiato a Ca’ Foscari prima Conservazione dei Beni Culturali e poi Storia delle Arti e Conservazione dei Beni Artistici, specializzandosi in illustrazione iraniana
contemporanea e Women’s Studies. Le figure femminili, letterarie o reali, sono il punto di inizio di ogni sua forma espressiva, che essa sia scritta o disegnata. Alcuni dei suoi articoli e racconti sono apparsi su riviste online e cartacee. Tra le ultime collaborazioni compaiono Frammenti Rivista, DWF – DonnaWomanFemme e Magma Magazine. Oltre a La Fuga, fa parte della redazione di Poetarum Silva, dove cura una rubrica di illustrazioni da lei create dal titolo La Melassa.




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