Arianna guardò la donna bassa, di una rotondità molle, ancorare una gamba sull’asfalto, all’apertura delle porte, e stringendo il corrimano, senza fretta, trascinare giù la borsa che traboccava di pelati. Riducendo gli occhi a due fessure, Arianna allungò le mani, indecisa se aiutarla a scendere dall’autobus o spingerla, poi puntò uno spiraglio aperto dall’anta destra e si fiondò lì con la dimestichezza di un bottone. Appena fuori, si avviò a passi lunghi, il contegno militare, scrutando di sbieco se qualcun altro si stesse incamminando verso l’ingresso della piscina. Notò un’ombra muoversi alla sua sinistra e si mise a correre.

Usciva dal ginecologo. Aveva aspettato quaranta minuti, complicazioni con la persona che la precedeva. Aveva sfogliato riviste noiose di punti esclamativi, non aveva pensato di portarsi un libro. Nella sala vuota, le era parso di sentire ancora il suo respiro raggrumato di tre anni prima, schiacciato alle pareti dalla luce al neon; impietosa, già allora puntava sul declino del suo matrimonio.

«Posso portarle dell’acqua?»

«No.»

«Se vuole posso tenerle compagnia.»

«No, grazie.»

Non sapeva se ammirare o detestare il sorriso ostinato dell’assistente. Lei non ce l’aveva, quell’empatia spontanea. E nemmeno suo marito, un lupo egoista che trascorreva le giornate nella stanza, al buio, a suonare la chitarra. All’inizio lui aveva fatto uno sforzo per uscire dall’antro e condividere la voglia di Arianna di esplorare il mondo, di chiacchierare con gli estranei ai vernissage di fotografia, di raccogliere l’aglio orsino passeggiando nei boschi ad aprile. Poi aveva smesso. Dormiva tutto il giorno, si trovava a suo agio solo nel ritmo rarefatto della notte, concedendo alla moglie ore sparse, disinteressate, piegandosi all’alternarsi ambiguo del suo umore.

Quando afferrò la maniglia del portone, spalancandolo con rabbia, Arianna ebbe paura di soffocare. Non sopportava l’attesa, odiava che in società organizzate si dovesse aspettare. Una ragazza sotto la trentina, due donne della sua età, cinque uomini oltre i settanta. Non ne muoiono abbastanza, pensò. Uno dei cancelli automatici era fuori uso. Le persone chiacchieravano, ridevano tirando la testa indietro, frugavano nella borsa senza guardarvi dentro, come se il tempo appartenesse a loro e potessero usufruirne con incuranza. Tra le pieghe dell’asciugamano, nel cesto di vimini, Arianna notò il tesserino magnetico del signore davanti a lei, che lo cercava sbadato, vi fiondò la mano e lo passò sotto il lettore, spingendo l’uomo col moto trattenuto di una finta delicatezza.

«Ci sono dei momenti, nella vita, in cui non sei pronta per accoglierne un’altra. Si è sprovveduti, non si sa che fare.»

Ma va’? Ecco cosa avrebbe voluto rispondere all’uomo dalla faccia stanca che finalmente le aveva aperto la porta dello studio, con quaranta minuti di ritardo. La sua ginecologa era in malattia.

«Sì» aveva risposto Arianna, senza sapere bene a cosa stesse dando conferma.

Era sprovveduta? Non tanto, visto che era già successo, quando il matrimonio aveva mostrato le prime crepe, e Arianna si era trovata a parlare tutta la sera con uno sconosciuto incontrato a una mostra di ceramica iraniana. Uno sconosciuto che poi sarebbe diventato il suo amante. E, anche lì, non era stata la prima volta. Arianna esplorava la seduzione con la necessità di un germoglio che in primavera prende vita, e il fatto che la sua, di vita, fosse giunta all’autunno non sembrava avere un’incidenza. Quindi non era tutta colpa di una relazione in frana: il suo corpo e la sua mente erano in costante conflitto con la stabilità. Non amava ancorarsi, teneva sempre in forse gli inviti degli amici; si era sposata per ottenere il permesso di soggiorno del ragazzo che allora pensava di amare, che così era diventato suo marito, presto il suo ex.

Ora lo spermatozoo vincente era di un collega freelance del giornale. Un fotografo che l’aveva affiancata nel sud-ovest della Cina, per un articolo sui matrimoni itineranti dei Mosuo. Il luogo remoto, la lingua sconosciuta, l’altrui sfida alle convenzioni avevano eccitato la sua mente, e il suo corpo l’aveva seguita d’istinto, abbracciando la vastità dei monti sotto la coperta di una tenda.

«Ne ha parlato con qualcuno?»

«L’eventuale padre.»

Arianna aveva omesso che lui non voleva quell’aborto, avrebbe desiderato sposarla, scegliere insieme un nome per il neonato, comprare una macchina più grande, magari prendere un criceto, e quella che doveva essere una scappatella evasiva aveva cominciato a soffocarla. Quando lui le aveva comprato uno spazzolino, sistemandolo con un fiocco in cima alla cassettiera liberata per lei, Arianna glielo aveva restituito davanti a un caffè, in un bar, e se n’era andata, lasciandolo lì a piangere.

Arianna non sopportava il pianto, lo trovava superfluo. Aveva cercato di rimanere impassibile di fronte all’interrogatorio del dottore, e ora, attraversando di corsa gli spogliatoi femminili, boccheggiava. Sentiva due cavalloni dietro gli occhi, quasi volessero spingere fuori i bulbi. Scelse uno scomparto poco affollato, dove la maggior parte degli stipi aveva ancora le chiavi che penzolavano con i loro braccialetti. Optò per un numero dispari, come faceva sempre, e aprendo l’anta vide una forbicina per unghie. Indietreggiò raccapricciata e scelse un altro armadietto, si cambiò in fretta e corse verso la vasca, cercando di non scivolare sul pavimento bagnato. Si sciacquò velocemente nelle docce tenendo in mano l’asciugamano e il beauty, che inzuppò. Attraversò l’ultima porta a vetri e, alla vista del rettangolo blu, l’aria quasi le bruciò i polmoni. Gettò le sue cose bagnate su una panchina e si tuffò in acqua con violenza.

«È sicura della scelta?»

«Sì» aveva mentito Arianna.

L’uomo aveva sporto le mani sulla scrivania, per sistemarsi meglio sulla sedia, e lei, fraintendendo il gesto, le aveva afferrate. Inorridita dalla propria goffaggine, si era subito ritratta, proprio come aveva fatto con il test di gravidanza annaffiato di pipì, le due barrette lampeggianti che l’accusavano per la decisione che aveva già preso mentre lo dava alla pattumiera, nascosto in un pezzo di carta igienica, come un rifiuto, un eccesso, sperando di poter camuffare con scuse morali il suo egoismo.

«Se vuole abbiamo un assistente sociale» aveva sussurrato l’uomo. «La può aiutare a ipotizzare vie alternative, non è una decisione da prendere alla leggera.»

«Fa male?» aveva chiesto Arianna.

Per quasi due minuti non risalì. Osservò la serenità dei quadratini di ceramica nel fondale, disposti in ordine a formare segmenti paralleli. Non ricordava come fosse stato, era sotto anestesia. Ogni tanto incontrava l’ombra sfocata dei nuotatori in alto. Li sentiva scavare nella resistenza liquida. Lei invece lasciava le braccia inermi lungo i fianchi, si affidava solo ai piedi, che muoveva lentamente, per non interrompere la quiete dell’acqua immobile. Si rifugiava lì sotto quando il suo lavoro non bastava a rinnovare l’abbonamento a internet, o un ragazzo afgano scompariva dal centro profughi, o un test di gravidanza la costringeva a una decisione. Rimaneva lì, nell’illusione che il rumore ovattato delle vite altrui annullasse i suoi pensieri; inseguiva le fughe, chiedendosi quale fatica incommensurabile richiedessero, un’operazione di sfrega e lima per mantenerle bianche e pulite. Ogni volta che ci pensava, le si presentava nella mente la stessa immagine: zac! un colpo di forbice netto che recideva il cordone ombelicale e la liberava da quel grumo di responsabilità a venire. Una pozza di sangue si allargava poi velocemente, finché lei, con la fermezza della sua scelta senza alternative possibili, vi distendeva sopra un foglio di carta assorbente e l’asciugava tutta. Lo avvolgeva quindi intorno a un sasso, e lo lasciava cadere nell’abisso sporco dello scarico di fondo.

Thomas Lehn


Thomas è cresciuto sotto pini marini che guardavano il mare, e ora vive accanto a salici piangenti che sfiorano un fiume. Ha una pessima memoria, che rattoppa con valigie piene di foto e schedari sfondati dal ticchettio della tastiera. Ogni tanto prova a mettere in ordine la vita. Ha creato Oblò per scrivere meglio, e pubblica racconti su riviste online.

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La fuga (un po’ di)

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L’arte della fuga / Giuseppe Pontiggia

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