A cura di Dominga Centinaro
Fino a che punto lo sguardo degli altri definisce chi siamo? Quanto di noi sopravvive nel continuo oscillare tra identità e riflessi? Dominicana di Angie Cruz (Solferino 2020; trad. Lucia Fochi) esplora questa terra di confine che abita ciascun essere umano e da cui prende forma la nostra esistenza. Ana, la protagonista, consapevole e lucida vittima delle aspettative altrui, accoglie e fa proprio il ruolo che prima la madre e poi il marito le assegnano. L’identità a lungo rimossa, però, irrompe travolgente e, seppur per brevi periodi, la spinge altrove: terra libera e disinibita in cui i desideri repressi riaffiorano, dove la libertà della mente e del corpo vince le sue battaglie. Desiderio, dovere e costrizione diventano le coordinate attorno cui si muove l’intero orizzonte esistenziale dei personaggi.

Ana Canción vive con la famiglia a Los Guayacanes, a pochi chilometri da Santo Domingo, e conduce un’esistenza segnata da stenti e privazioni. Quando per la prima volta Juan Ruiz si dichiara, è ancora una ragazzina di undici anni, pelle e ossa e senza tette. Mamá, dura come una roccia, la vincola al matrimonio per questioni di interesse; Juan, ambizioso e in cerca di fortuna, potrebbe condurre l’intera famiglia fuori dalla miseria. Per la madre, Ana dovrebbe assumere lo stesso comportamento delle anatre, rifiutare lo sperma indesiderato; è solo quello del maschio migliore che può passare, è sufficiente che sia forte e assicuri un appoggio economico alla famiglia, l’amore è secondario. Impara dalle anatre, le dice!
La teoria della selezione sessuale del mondo degli anatidi diventa centrale nella scelta che la protagonista compie di accettare come sposo Juan, pur non amandolo, e di seguirlo nella grande città, New York; la sorella Teresa rimasta incinta di una mala semenza, si è rovinata per sempre, non vuole fare la stessa fine.
Ana amerebbe Gabriel e il cognato César se solo potesse correre il rischio di accogliere uno sperma imperfetto, o almeno non conforme alle aspettative della madre. A soli quindici anni si sposa e diventa presto, agli occhi del marito, come la dolce dominicana regalatale dopo le nozze: dolce e cava, senza occhi, né labbra, né bocca. Il grigio degli alberi spogli e dei marciapiedi di New York, all’arrivo degli sposi, diventa la proiezione icastica di questa identità sospesa e dai contorni offuscati, nella nuova città anche il respiro sembra incapace di accordarsi a quello degli altri; ogni consonanza, interiore ed esteriore, risulta impossibile.
L’esistenza della protagonista si muove, così, sospesa tra passato e presente, tra la terra d’origine, che continua a esercitare il richiamo alle radici, e la nuova città, che la costringe a misurarsi con una vita tutta da costruire. Nessuna luce è troppo brillante per dimenticare da dove vieni, le scriverà mamá, per tenerla ancorata agli obblighi da assolvere nei confronti della famiglia.
Corpi inquieti, alla ricerca di una forma in cui riconoscersi, attraversano ogni pagina; il lettore, grazie a una lingua viva in grado di farsi corpo, ne percepisce vibrazioni, pause, sussulti e increspature, ne rivive turbamenti e improvvisi cambi di rotta. Una musicalità inquieta spezza le frasi fino a frantumarne la linearità, asseconda la frattura identitaria che attraversa ogni esistenza.
Juan alla fine non si rivela l’uomo conforme ai criteri di selezione teorizzati dalla madre, si barcamena tra Ana, un’amante e un riscatto economico doloroso, a tratti lacerante. Anche la sua dominicana gli sfugge, fino alla fine. È possibile eliminare occhi, bocca e orecchie ma non la voce interiore. La dominicana di cristallo andrà in frantumi, il vestitino azzurro e la fusciacca gialla, stretta attorno alla vita, resteranno lì; non è l’identità a dissolversi bensì la gabbia predisposta a contenerla.
Dominga Centinaro



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