Voyez comme le feu se relève. Je brûle comme il faut.
(Arthur Rimbaud)

Davide non usciva da settimane, dal suo appartamento. Viveva ormai di sola mancanza. Nessuno, dal mondo esterno, sembrava invece rimpiangere la sua presenza.
Si faceva portare la spesa a casa e cenava in cucina. Tutto quello spazio così familiare, la libreria di Carmen, le foto sulle pareti, ora lo avvolgeva come una nebbia impenetrabile.
I suoi pensieri erano sfumature poco chiare, figure che gironzolavano intorno mentre le mani agivano in rituali casalinghi, semplici e meccanici.
Finiva per essere travolto da un’ondata di parole confuse se faceva l’errore di rilassare troppo i muscoli.

Parole piene di pena.

Se la giornata diventava troppo difficile da tollerare, prendeva dal mobiletto del bagno alcune pillole di Carmen, gli antidepressivi, ancora nelle boccette di plastica piene per tre quarti (doveva sempre ricordarle le dosi, durante la giornata. Era la persona più sbadata che avesse mai conosciuto). Era meglio prenderle solo di sera. Due o tre pillole, le mandava giù con un sorso d’acqua. Soprattutto se i ricordi uscivano fuori come spifferi dalle pareti e rendevano la realtà troppo pesante. Più pesante della nebbia che ora iniziava ad avvolgergli gli occhi. A stento riusciva a restare seduto e composto sul tappeto. Accanto a lui vari oggetti.  L’anello di Carmen, appartenuto a sua madre, con sopra incisa la figura di una sirena che fronteggia il mare su uno scoglio. Dentro una busta impermeabile, la terra raccolta vicino alla lapide. Una testa di piccione ricavata da una carcassa nel parco. Piume di corvo. Un coltello da cucina. Tutti disposti a cerchio attorno a una candela accesa e un libro nero aperto. Carmen lo aveva ereditato dalla nonna materna. Se sono una brava strega, recitava in piedi sul tavolo della cucina con gesti teatrali delle braccia, allora il nostro amore durerà per sempre; si intravedevano la scrittura barocca, alcune illustrazioni e le note a penna, sue e della nonna, ai margini. Davide tentava di seguirne le formule e le indicazioni, per arrivare a bussare alle porte del Valhalla o qualunque altro luogo dove lei ora risiedeva. I caratteri d’inchiostro contorti e danzanti lo osservavano.

La prima volta, lo aveva visto nel giardino della piccola casa di campagna, dove Carmen era cresciuta. Stavano insieme da un paio di mesi e la madre di lei li aveva invitati per pranzo.

Davide l’aveva vista nervosa, come se quei corridoi, quel salotto modesto e quelle pareti fossero dei vestiti che le stavano troppo stretti, sorrideva con un certo disagio mentre la parmigiana di melanzane veniva servita a tavola e abbassava la testa se la madre raccontava storie sul marito morto in un incidente d’auto quando Carmen aveva solo otto anni, versandosi bicchieri e bicchieri di vino.

Invece sorrideva quando lo sguardo ritornava su Davide, e lui ricambiava.

Poi la madre, intenta a preparare il caffè, fece l’occhiolino a Carmen e li invitò a farsi un giro in giardino. All’esterno il sole subito li colpì in pieno volto, la luce che rimbalzava sull’erba umida. Camminarono senza parlare e tenendosi per mano fino a un piccolo spazio in penombra, coperti dagli alberi.

Quante paure e quante cose ci siamo confessati, in quel giardino.

Soprattutto di come ricordavi la nonna. Si era presa cura di voi due dopo l’incidente tuo padre, il suo corpo freddo, dicevi quasi piangendo, sotto le lenzuola bianche, immobile, gli occhi semichiusi con uno sguardo perso. Volevi che si rialzasse, che tornasse indietro. Tua madre ti aveva regalato in quel momento l’anello con la sirena, per darti forza, per imparare da tutto questo.

Poi le tue notti insonni, bambina, per capire cos’era tutto dolore e come ce ne si poteva liberare. Cercavi risposte. E lì mi facesti vedere per la prima volta il libro. Lo portasti tenendolo stretto al petto. Dicevi che la risposta a ogni mistero fosse contenuta lì dentro. Hai iniziato a leggere ad alta voce, a far scorrere le pagine, spiegavi che era danese, la tua lingua materna.

Una sera, tornati a casa, lei sedeva sul bordo del letto. Indossava solo una t-shirt e delle mutandine, incrociava le gambe e gli sorrideva con quel suo fare gentile. Lo invitò a sé. Davide le si avvicinò piano, la guardava senza riuscire a respirare, senza sapere cosa fare, e poi…Carmen gli afferrò il volto, lo baciò e iniziò a parlargli in quella lingua che gli pizzicava le guance come le setole di un pennello, l’aria calda di quei suoni misteriosi che lo portavano in posti senza forma né peso…

Se non toccarti, almeno sentire di nuovo la tua voce, quel suono.

Davide spesso appoggiava la testa sulle gambe di lei e le diceva: «Parlami. Dimmi tutto quello che vuoi.»

Carmen capiva subito.

Lasciava che lui si mettesse comodo, apriva il libro e cominciava a leggergli in danese. Lei parlava e lui ascoltava. Davide non riusciva a capire nulla ma, allo stesso tempo, sentiva che qualcosa gli veniva rivelato. E quindi ascoltava, giocava con le mani di lei, le accarezzava le guance, i capelli. Quei suoni magici intanto raccontavano. Era così bello ascoltare e intuire la verità.

Ricordare quella lingua, ecco, afferrarla, non lasciarla più scappare. È questo ciò che inseguo.

D’istinto, prese un foglietto dalla tasca dei pantaloni e, dopo una lunga occhiata, lo mise accanto al libro nero. Prese un fiammifero e riaccese la candela al centro del tappeto. La luce illuminò le macchie di sangue scuro e secco sul tessuto grigio, i tributi richiesti dal coltello, e gli occhi vitrei della testa di piccione. Il corpo non aveva forze. Eppure continuava, sguardo serrato, trascinato dalla mente folle, come in un’ipnosi.

È esistita una vita, piena magari di dettagli interessanti, prima del dolore? Non riesco a ricordarlo.

Si rese conto che avrebbe dovuto farlo in un frutteto, quel rito, lontano dalla città. I palazzi di cemento non erano fatti per una richiesta di magia, di miracolo, lo spazio era troppo stretto, non aveva lo stesso sapore della terra che le apparteneva. Era un qualcosa d’indescrivibile.

Sulla terra, lei camminava a piedi nudi.

Davide non sapeva più se fosse giorno o notte. Esistevano ancora?

Ripenso a quel giardino, a quella parte di Carmen. È un perdersi nel verde pieno di rugiada, strisce di luce giallo oro nell’aria.

Sono troppo debole, ecco la verità, troppo codardo per lasciare i ricordi di questa casa, affrontare in faccia il dolore, perché oltre a quello non c’è altro.

Prese di nuovo le pillole. Le ingoiò senza nemmeno contarle, poco importava, e cadde in un sonno violento. Si svegliò sul divano come se qualcuno lo avesse massacrato di pugni nelle costole, slogato la mascella e amputato le gambe. Avrebbe voluto solo cedere al dolore quando, girando lo sguardo verso il tappeto, notò qualcosa.

Nella fiamma della candela, in quel suo ondeggiare sinuoso verso l’alto, qualcosa era impercettibilmente cambiato. O meglio, cominciava a manifestarsi.

Mi raccontavi sempre che la nonna accendeva una candela quando decideva di parlare coi morti.

Chi di noi due lo è veramente?

Anche tu mi stai cercando?

Davide si scosse. La boccetta, ancora nella sua mano, scivolò rovesciando le poche pillole rimaste sul lato sinistro del divano. Senza forze, gattonò fino alla candela, quasi a sfiorarla con la pupilla. Prese un respiro profondo, il tanfo della testa di piccione subito attaccò le narici, e raccolse la terra dal sacchetto impermeabile, la versò sulla mano destra e poi se la sparse sul viso.

Pur avvolto nel torpore, la gola secca e il tremolio, strinse tra le mani l’anello di Carmen, fece l’ultimo taglietto sul polso e parlò, pregò, al limite della commozione: «Parlami. Dimmi quello che vuoi. Perseguitami, avvolgimi come quando sentivo il tuo amore, resta con me e non lasciarmi più, vivrò solamente per te, per tenere questa candela accesa, il mio corpo e ogni liquido che lo contiene vivrà per te, per renderti tributo, per renderti di nuovo viva e di nuovo mia e rendere quel che sono ancora degno di pensarsi vivo. Ti prego, dammi una qualche risposta per conciliarmi il sonno, se non me lo dici finirà che starò per sempre qui ad osservare tutto l’appartamento bruciare.»

Nessuna di queste parole fu detta ad alta voce. Comunque…

All’improvviso si sentì un sospiro, un peso che veniva abbandonato. Poi il cigolio di una porta invisibile, di un altro mondo, aprirsi lentamente. Infine dei passi leggeri, come di chi cerca di non fare troppo rumore. Gli occhi di Davide non riuscivano a vedere nulla davanti a lui, la fiammella occupava tutto il campo visivo. Prese coraggio, cercò di rallentare il respiro e, senza muoversi, chiese: «Sei davvero tu?»

Dopo un lungo silenzio, la fiamma rispose. Disse, gentile: «Du fandt mig ikke, jeg er altid med dig.» Davide riconobbe il suono, quella lingua sconosciuta e familiare.

Sorrise e, stanco, di colpo crollò sul lato. Strinse in mano l’anello di Carmen, gli sembrò bagnato, come quando lo aveva raccolto da terra dopo che i soccorsi l’avevano trascinata fuori dall’acqua, le tasche del cappotto piene di sassi, lei che gli aveva detto che usciva solo per fare la spesa. Forse aveva cercato di diventare finalmente sirena dopo troppo tempo in quella forma umana sbilenca. Eppure, anche in quel momento, stringendo forte l’anello (sdraiato vicino al suo cadavere), Carmen, impossibile da trattenere, continuava ad apparirgli di una spaventosa bellezza.

Gerardo Novi


Gerardo Novi è nato nel 2000 a Cava de Tirreni (SA) ed è laureato Filologia Moderna alla Federico II di Napoli. Ha pubblicato con Affiori editore una raccolta di poesie intitolata “Acqua” e vari racconti e poesie su riviste (Minima&moralia, Calvario, Radura Poetica, L’altrove, Repubblica).

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La fuga (un po’ di)

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