Quando Klaus si destò per l’ennesima volta, si trovò nella corte del palazzo in via dell’Orologio, davanti una pozza d’acqua stagnante che rifletteva la luna, benché fuori il sole di Palermo ardesse d’arroganza. Insieme all’accompagnatore, aveva camminato per ore, giorni, anni o forse minuti: il tempo, in quel luogo, non era stato ancora inventato dagli uomini.

Non faccio domande, è una delle regole del mio lavoro.

Alcuni, quando arrivano qui, giungono a una svolta decisiva nella vita: si pacificano con sé stessi; ad altri, invece, quella svolta li lega a catene più strette di prima, e a quel carcere si affezionano così tanto da rimanerci rinchiusi fino al resto dei loro giorni. Portano ogni cosa lì dentro: mogli, figli, lavoro, passioni… tutto. Ne diventano devoti come se quelle catene fossero la Santuzza. Da cosa dipende? Non l’ho mai capito. È lu pirtusu che decide.

Pensavo che la ferita del professore fosse diventata una cicatrice. Mi sbagliavo. La mattina successiva, il telefono squillò. Sapevo cosa avrei sentito se avessi risposto, ma non feci in tempo a finire di pensarlo che il telefono smise di suonare.

*

Faceva così freddo, che le parole di nonna Rivka prendevano la forma delle nuvole di vapore. La vecchia ricordava i nomi dei padri e delle madri per generazioni: da quando le navi di Re Ferdinando il Cattolico attendevano al porto e Yitzhak incise i nomi degli avi su una moneta d’argento.

Leah cucì quella moneta nell’orlo del mantello della loro figlia, Miriam.

«Portali con te», le disse Yitzhak, mentre nelle orecchie di Miriam i flutti della Cala rimbombavano come un addio.

Klaus ricordava quella e tutte le altre storie: anelli di una catena fatta di nomi e di luoghi, che partivano da Palermo e arrivavano fino a Berlino. Non avendo discendenza, però, non poteva tramandarle a nessuno. Ricordava anche un’altra storia, che non raccontava di fatti già avvenuti; una storia antica che si perdeva nelle trame delle origini, che era stata sussurrata dai torrenti e dalle fronde degli alberi. Un’eredità, anzi una condanna alla quale nessun primogenito avrebbe potuto sottrarsi. Rivka gli aveva raccontato quella leggenda quando era ancora un giovane ricercatore. Gli aveva parlato dello sdoppiamento dell’anima che precede l’incontro con il Divino.

«Quando vedi te stesso all’infuori di te, è lo Shekhinah che ti chiama, come è accaduto a Mosè sul monte Sinai».

Ha un nome? No, non ha un nome, forse gli antichi glielo avevano dato uno, ma poi è stato scordato, come se fosse una mala parola, di quelle che fanno scantare, anzi di più, che fanno buttare sangue dalle orecchie. Io lo chiamo lu pirtusu, perché è un pirtusu. Quando ne ho sentito parlare la prima volta ero ancora un ragazzo, ma da subito mi è sembrato un posto familiare, amico. Allora mi calmava, ora m’accupa, lo sento nelle ossa; è un fiato dell’anima; so cosa c’è lì, e so cosa vedrei, se solo avessi il coraggio di talìarci di nuovo dentro.

*

Lo schianto contro la montagna avvolta nella nebbia gialla di scirocco prima e con la lastra blu del mare poi gli sembrò inevitabile, invece l’aereo si posò docile sulla pista come un uccello stanco e in ritardo nel suo migrare verso sud. Sulla scaletta, il caldo lo afferrò come una mano premurosa e violenta; l’aria odorava di sale abbrustolito e di pece. Klaus avanzò con movimenti rigidi, come mosso da un puparo invisibile. Gli ufficiali in divisa lo scrutarono senza interesse, controllarono il documento con un gesto che parve a Klaus un segno di resa. Nella sala degli arrivi, un uomo lo stava aspettando. Era basso e tarchiato, sulla sessantina; aveva un vestito di lino bianco e la camicia sbottonata fin sopra la pancia. Teneva in mano un cartello con scritto K.K., le lettere sembravano scritte da un bambino. L’accompagnatore aveva occhi verdi, che il sole e le sigarette avevano reso opachi; tutti lo chiamavano Mommo, Mo’, e con l’avanzare dell’età zu’Mo’ o Zùmommo tutto attaccato. Klaus immaginò la sua voce roca articolare un dialetto tedesco marcato da una forte cadenza siciliana. Rimasero entrambi in silenzio e l’unica cosa che Klaus sentì fu una nausea dolce e densa, come se qualcuno gli avesse iniettato miele di castagne nelle vene.

Un furgoncino, che da tempo aveva superato i suoi giorni migliori, li aspettava ai margini del marciapiede. Zùmommo aprì il portellone e Klaus s’immerse nell’odore di menta di un alberello di cartone e benzina bruciata. Klaus chiuse gli occhi e il furgone si mosse, lasciandosi alle spalle l’aeroporto come un ricordo molesto.

Dal finestrino, le colline brulle si alternavano al mare, case basse incomplete e altre dagli intonaci cadenti a cumuli di spazzatura nelle piazzole di sosta. “Benvenuti in Sicilia, ma non troppo” pensò Klaus. L’uomo al volante accese una sigaretta, il vento caldo si mescolava al fumo creando un’area soporifera. A Klaus tornarono in mente gli ultimi giorni passati chiuso in casa a Berlino; poi guardò le mani dell’uomo sul volante: callose, segnate da solchi profondi come quelli scavati dalle lenze nei palmi dei pescatori.

Il mare diventò una striscia d’argento lontana, Klaus chiuse gli occhi di nuovo, forse si addormentò; li riaprì quando il furgone traballava sulle basole delle vie del centro storico, mandamento Palazzo Reale. Qualche minuto dopo il mezzo si fermò davanti al b&b.

«Si riposi, professore, ne avrà bisogno» disse Zùmommo.

La sua voce era uguale a come l’aveva immaginata Klaus.

«Va bene, grazie» rispose in un italiano troppo perfetto per non risultare inquietante.

Se sia un posto sacro o maledetto non sta a me dirlo: quello che succede ha senso solo qui.

Per molti anni ho accompagnato i visitatori affinché incontrassero loro stessi e facessero un esame alla propria anima. Volevo portarli dove ero stato anche io, nel posto più profondo: dove nessuno vuole andare, dove nessuno si sente al sicuro. Volevo che avessero un’altra possibilità, che lu pirtusu gli mostrasse una strada nuova. Ora, cosa cercano quelli che vengono non m’interessa: io li accompagno e basta. Alcuni parlano tanto, altri per niente e nemmeno questo m’interessa. Io ho solo un pensiero: quanto mi lasceranno, perché io soldi non ne posso chiedere. Li lascio lì, chinati sull’acqua. Sento i sussurri, i singhiozzi; accendo una sigaretta e aspetto. Io, ormai, nella pozza, vedrei solo debiti, bollette perse o la faccia di mia moglie che mi chiama “cosa inutile”.

*

Un martedì d’ottobre, Fergus, il decano scozzese, incontrandolo all’uscita dell’Humboldt, gli aveva detto: «Attento al fetch, professore! Se le appare, è la Morte che le sussurra in gaelico». Incappava spesso in uscite di quel genere a cui nessuno badava. Tutti sapevano, infatti, che la senilità stava corrompendo una delle migliori menti che il dipartimento avesse vantato. Lo stesso giorno, all’angolo tra Rosenthaler Straße e la piazza senza nome, Klaus aveva sentito dei passi che sembravano seguirlo nella moltitudine della folla, e, a un tratto, una voce chiamare il suo nome. Berlino, città di pietra e vento, accoglieva l’autunno e quelli furono i primi presagi. Non diede nessuna importanza a quella che non definì un’allucinazione, ma una semplice sensazione, come succede tante volte nell’arco di una vita o solo di una giornata.

Klaus non riteneva che la fantasia, nel significato comune del termine, fosse una sua qualità, anzi, concordava con amici e conoscenti, nel definirsi un uomo metodico al limite dell’abitudinario, senza che questo potesse turbarlo; solo una volta aveva abbozzato un sorriso irritato a un collega, che lo aveva definito un contabile dell’anima.

Da quel martedì, l’esistenza proseguì regolarmente, poi qualcosa, in maniera costante, parve insinuarsi: Klaus non riusciva a cogliere altro che un lieve disagio, come se non fosse in sincrono con le azioni della vita. In seguito, il fastidio prese forma, o meglio divenne un rumore appena percepibile: dei passi dietro ai suoi, identici, soltanto posticipati. Sembrava che ogni gesto compiuto da Klaus fosse artificioso, non spontaneo, come se avesse dovuto reimparare anche gli atti più semplici come camminare, parlare, sfogliare un libro o deglutire. Con il tempo la presenza si trasformò in una sorta di sogno testardo; s’infilò, con delicatezza sottile, nei ricordi, fin quando, Klaus non seppe più quali fossero i suoi. Diversi mesi dopo, la presenza si rivelò come riflesso: alla finestra dello studio, mentre correggeva dei saggi sulla fenomenologia. Klaus non s’impressionò, sapeva che sarebbe arrivato quel momento.

«Chi sei?» chiese calmo alla figura.

Il doppio rispose con un sorriso e mostrò denti troppo bianchi e affilati per essere quelli di Klaus. Poi svanì, lasciando solo odore di naftalina e muschio.

Quella notte, Klaus sul letto, tornò a riflettere, in maniera ancora più intensa, al suo pensiero ricorrente, la profezia degli avi: quella sussurrata dai torrenti e dalle fronde degli alberi; cosa voleva dire? Qual era il senso di quelle parole? Le aveva soppesate e analizzate in maniera sempre più maniacale e ossessiva, ma era giunto a un’unica certezza: Rivka, sua nonna, l’unico parente che aveva mai conosciuto, era morta da almeno dieci anni, e nessuno tranne lei avrebbe potuto aiutarlo a decifrare quella nefasta profezia.

Nei giorni seguenti, la presenza lo seguì come un’ombra capricciosa. Appariva nei corridoi dell’università, seduta in uno degli ultimi posti dell’aula magna mentre Klaus spiegava l’alienazione hegeliana, o in un angolo della sala professori per la pausa pranzo. Un lemma vivente della dialettica la definì, quando ormai la follia albergava in lui come un parassita. Klaus iniziò a trovare appunti, frammenti per lo più, scritti con la sua calligrafia: “La coscienza è un teatro con un unico spettatore”, “Chi entra cerca, chi cerca si perde”: massime banali, frutto di una mente poco originale, proprio come la sua. Si sentiva come un fantoccio che metteva in scena, quello che, da quando aveva scoperto le neuroscienze, era convito essere un trucco inventato dagli uomini: il libero arbitrio.

Il percorso che porta al pirtusu non è sempre uguale, cambia di continuo, se non giorno per giorno, almeno ogni mese: i corridoi, le statue, le porte, le mura, le crepe, le macchie d’umidità che sembrano volti alcune volte sono le stesse, ma in posti diversi, altre volte sono diverse, mai viste prima.
 Ci sono guide? Io sono l’unica guida: seguo un percorso che sento nascere dentro di me o che riconosco man mano che procedo. Non è mai successo che mi sentissi perduto, non posso permettermelo perché il palazzo lo capirebbe e si prenderebbe gioco di me, allora sì sarebbe impossibile arrivare al pirtusu e ancora più difficile trovare l’uscita. A un bivio se una delle strade è sbagliata, non è detto che l’altra sia giusta.

*

Le strade, che strisciavano come le vipere di un ciràulo, lo guidarono dove il dialetto si mischiava con l’odore delle arance marce.

I due uomini si incontrarono davanti alla chiesa di San Giuseppe dei Teatini. Zùmommo era uguale al giorno prima, ma senza il cartello con la doppia K. Si strinsero la mano e, senza dire nulla, si avviarono: da Casa Professa scesero verso via Maqueda, ne percorsero un buon tratto fino a via dell’Orologio; arrivarono davanti a un portone in legno, nascosto da un rampicante di buganvillea fiorita. L’accompagnatore da dietro gli occhiali da sole fece segno a Klaus che erano arrivati.

Il labirinto, che cercava e gli era stato promesso da un libro, era, dunque, un palazzo dimenticato.

Mommo sfilò da un gancio che aveva attaccato ai pantaloni un grosso mazzo di chiavi, quella che scelse aprì il portone. Superata la soglia, nel buio, gli occhi di entrambi impiegarono qualche secondo a tornare a vedere, o non lo fecero mai più: Klaus, da quel momento iniziò a usare la sua esigua immaginazione per rendere reali le ombre sparse nel lungo androne: biciclette, casse di legno per la frutta accatastate, scatole di cartone e contatori lampeggianti. Zùmommo, che precedeva Klaus di qualche passo, lo condusse a un patio scoperto, che il sole del mattino rendeva un palcoscenico incandescente. A un lato di quella scenografia, c’erano due scalinate in marmo, che si ricongiungevano in una balconata per poi salire ai piani superiori. Klaus strizzò gli occhi e li rivolse verso l’alto: le porte delle stanze, del primo e del secondo piano, erano disposte a spirale come il guscio fossile di una chiocciola. Zùmommo fermo davanti una piccola porta in metallo, fino ad allora nascosta dalla scalinata, accese una sigaretta, lentamente, come se ogni movimento gli provocasse una fatica immane e gli facesse grondare sudore da ogni anfratto; scelse un’altra chiave, ma questa volta la porta non si aprì, sbuffò spazientito, ma non ne cercò un’altra, sopperì con una spallata. Il tonfo ridestò Klaus, la porta conduceva a delle scale che scendevano verso un corridoio, o meglio a una galleria senza finestre. Klaus seguì lu Zùmommo: non poteva fare altro che fidarsi. Al termine del tunnel si apriva un giardino interno dove crescevano alberi di mandorlo, le cui radici avevano divelto le maioliche che tracciavano un vialetto. Le ore si persero, o forse furono giorni. Al termine del giardino si trovarono davanti un bivio: a sinistra, un passaggio stretto e oscuro; a destra, un’altra galleria illuminata da una luce fredda, simile a quella di un neon o di una luna artificiale. L’accompagnatore parve scegliere a caso e il labirinto rise in maniera fragorosa in una lingua sconosciuta. Klaus, guardò il volto imperturbabile di Mommo, che continuava ad avanzare come se nulla fosse accaduto. A ogni passo le loro ombre si sovrapponevano, fino a diventare una sola. Giunsero, infine, al centro del labirinto: una corte interna del palazzo di via dell’Orologio, circondata da statue senza volto, nel mezzo della quale c’era una pozza d’acqua torbida. L’accompagnatore rimase a un paio di metri di distanza, Klaus invece si sporse per guardare nella pozza, come se avesse trovato ciò che cercava. Le acque erano così nere da sembrare petrolio. Il vento di scirocco, che era riuscito a penetrare fino al cuore del palazzo, muoveva la superficie, e lì, tra le increspature, il volto di Klaus si disfaceva e ricomponeva in un gioco di linee, fino a quando l’acqua ebbe un fremito, come percorsa da una lieve scossa proveniente dalle viscere della terra, e il riflesso si solidificò: non era Klaus. Aveva lo stesso taglio dei suoi occhi, la stessa piccola cicatrice tra il naso e le labbra, ma la pelle era più liscia, le rughe scomparse, i capelli non più radi e grigi. Era il Klaus di vent’anni prima, quello che credeva nell’io come fiume eterno.

«Noi scendiamo e non scendiamo nello stesso fiume, siamo e non siamo», aveva scritto Eraclito, e lui lo ripeteva ammaliando i suoi studenti.

Un altro fremito percorse l’acqua, le cicatrici pulsarono, e per un attimo i due volti, ora identici, separati da un velo d’aria tremula, si ricoprirono di crepe.

«Sei tu lo specchio o sono io? Sei tu il mio fetch?» la voce di Klaus parve un raschio di foglie secche.

Il riflesso scosse la testa, le labbra mormorarono senza suono: «Shekhinah» mostrando di nuovo denti troppo bianchi per essere quelli di Klaus.

Poi l’acqua si fece limpida, e Klaus vide oltre: non il cortile, ma una brughiera scozzese, nebbiosa, dove una figura identica a lui camminava verso un cairn di pietra. Sentiva il cuore martellargli sulle costole. Era la doppia leggenda: l’ebreo e il celtico, l’incontro e l’addio. Quando l’acqua si calmò, nella pozza rimase solo il cielo di Palermo, che non ospitava una nuvola da mesi. Klaus si toccò il volto, cercando rughe e conferme, forse era stato un sogno a occhi aperti, come quando da bambino, sua nonna lo portava al museo e vedeva angeli nei mosaici sulla porta di Ishtar. Nella penombra Zùmommo sbirciava, non capendo cosa avesse sconvolto in quel modo il professore: sembrava che avesse visto un fantasma, o forse Dio, o la morte, o solo sé stesso.

Giunti all’uscita, in quell’ora crepuscolare in cui il cielo si fa cenere e le ombre si allungano, i due uomini rimasero fermi, uno accanto all’altro, fuori dal labirinto.

Il professore per tutto il percorso non ha detto manco una parola. Non aveva la meraviglia del turista, ma l’ansia di chi sta inseguendo qualcosa. In lui ho riconosciuto una disperazione che non fa rumore, ma scava, finché non trova il fondo. Io lo so bene e le persone le capisco subito. Dal primo momento che l’ho visto mi è sembrato stanco, ma stanco di mille anni, di una stanchezza da cui non si poteva tornare indietro, però nei suoi occhi c’era una piccola fiamma ancora viva. Davanti al pirtusu, vedendo le spalle del professore che tremavano, ho sentito il mio tormento diventare cosa piccola, e provai quasi vergogna per non aver mai avuto il coraggio di portare un peso così grande come quell’uomo che veniva da lontano.

*

La città sembrava cambiata: ora tutte le strade conducevano al mare.

«La riporto in albergo?» chiese Zùmommo.

Klaus rifiutò in maniera cortese, avrebbe fatto una passeggiata.

Conosceva la strada, ma si perse più volte, forse di proposito. Vagava senza meta nei pressi del mercato di Ballarò, tra la gente, che comprava le ultime cose, e i venditori, che stavano smontando i banchi. I colori erano un assalto: le montagne di pipiruna rossi, di milinciani viola nerastre, li lumie, le pircoche, le cirase. E le arance. Ovunque arance, spaccate, il loro succo colava come sangue sui banchi di legno scuro e sulle mani di chi vendeva e di chi comprava.

Palermo gli si era attaccata addosso: non solo la polvere gialla dei palazzi sbrecciati, o l’olezzo dolciastro di frittura e mare in decomposizione, era qualcosa di più sottile, un’umidità dell’anima che aveva intaccato la già compromessa esistenza dell’ormai ex ordinario di Filologia Classica. Klaus si sentiva scorticato da quel frastuono caotico, da quel disordine vitale che gli sembrava una bestemmia contro la geometria dell’esistenza.

Giunse al b&b che era già sera; pagò in anticipo, dicendo che il suo aereo sarebbe partito l’indomani molto presto e salì in camera.

Quella notte, Klaus scrisse nel taccuino: «L’io è la pozza. L’acqua è ciò che eravamo, ciò che saremo. Il riflesso è il momento in cui Dio e la Morte si guardano e ridono per confondersi».

Gli eventi di quella mattina sembravano essere avvenuti molto tempo prima, o forse non erano ancora successi, ma del resto cosa importava? Entrò in bagno e si sciacquò la faccia, era solo? Sì, da quel martedì d’ottobre, per la prima volta si sentiva solo e libero. Sul tavolo della stanza era poggiata una mela, pumu la chiamavano da quelle parti. Sbucciare una mela è un’attività molto seria pensò Klaus. Un taglio netto, longitudinale, usando il torsolo come asse; mondare la buccia, togliere la parte centrale e i semi; ottenere quattro barchette dall’aspetto rassicurante e finalmente commestibile. Non si può addentare la natura senza prima averla manipolata, bisogna diffidare di chi lo fa. È necessario che vi sia un tramite tra noi e la natura per come emerge dal suo intero, dalla sua forma primaria: è l’arte di vivere fin dal Pleistocene. Un uomo incapace di manipolare gli oggetti è un animale la cui esistenza è solo un respiro in meno per volta. La pietra scheggiata è il primo atto di sottrazione all’animalità; è l’antefatto del meraviglioso gesto di sbucciare la mela.

Non fu un’idea a cui aveva pensato prima, ma solo un’urgenza, un bisogno assoluto di cancellare l’orrore, di negare quella verità che Palermo gli aveva rivelato. L’incisione fu netta, profonda, un taglio chirurgico, un gesto preciso, da filologo, sull’unico testo che ormai contava: la sua carne. Il dolore fu una fiammata, subito sopraffatta da un’ondata di gelo che sentì risalire dall’intestino. Il sangue non zampillò. Scorse. Come il succo delle arance al mercato. Riuscì a spegnere la luce e si lasciò scivolare sulle piastrelle del pavimento. Il rosso si allargò lento: un lago caldo che giunse fino alla porta del piccolo bagno. E poi, il buio: nero, definitivo, simile a quello che calava ogni sera nel vicolo della Morte alla Vuccìria. Almeno questo fu quello che immaginò Klaus, perché il suo corpo non venne trovato, né cercato da nessuno, essendo lui l’ultimo anello della catena.

Gioacchino Lonobile


Gioacchino Lonobile è dottore di ricerca in neuroscienze. Ideatore del festival letterario FAIR – Farm in reading – presso Farm Cultural Park. Ha pubblicato racconti per le riviste Prospektiva, Nazione Indiana, TerraNullius, Nuova Prosa, Pastrengo, Risme. Ha pubblicato con il Palindromo “I giorni della vampa” (2016) e “Via Terra delle Mosche – stradario immaginifico di Palermo” (2019). Per Ideestorte gli albi illustrati “Mimmo il pirata” (2024) e “Colapesce” (2025).

In copertina: https://pin.it/7ll5FVpLj

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