BENTORNATI! BENTORNATE!
CI RICORDIAMO DI OGNUNO DI VOI.
ORA RILASSATEVI.
METTETEVI COMODI.
SENTITEVI A CASA.
OGNI PIANO HA QUELLO CHE DESIDERATE.
QUI È URANIA, PER INTRATTENERVI
E ASSISTERVI
Appena ho visto l’annuncio, ho pensato: ‘Però, fico. Un Profilo Altamente Umanizzato. Ma che significa? Tu forse lo sai di che si tratta, Anna. Prima di rispondere volevo chiedere a te’.
La lista di cose da fare attaccata alla mia fronte diceva:
1) studiare per l’esame di Fondamenti e Tecniche della Persuasione;
2) rimettere la trapunta. La primavera non arriva e continuiamo a cucinare troppi stufati di cavoli;
3) evitare le fregature.
Poi ho buttato un occhio al mio CV. Gridava: Aiuto, aiuto. Si srotolava davanti ai miei occhi come un lenzuolo appena uscito dalla lavatrice. Bianco, bagnato e inutile finché non riceve abbastanza calore dal sole. Perché a ventitré anni, oltre a una laurea triennale piazzata in bella vista, non sembra ci sia molto da dire.
‘C’è vuoto. Tanto, forse troppo. Come lo riempio tutto quel vuoto? Ci sono! Potrei aggiungere quel logo che ho fatto a mio cugino per la fiera di beneficenza alla parrocchia di Collecucuzzoli. Ti sembra una buona idea? No, hai ragione. È osceno, può solo aspirare all’oblio eterno. Molto meglio il vuoto. Vale come forma di sincerità. Potrei rispondere all’annuncio. Potrei tentare, che dici, Anna?‘
Così, una settimana dopo, con un calzino a pois in un piede, uno a righe verdi e bianche nell’altro, poco trucco e un filo di rossetto, Urania lascia la sua camera doppia, che sa di cavoli, e si incammina verso il Centro Commerciale Montano.
Presto la lingua grigia della strada sul fianco della collina si riempie con una fila strombazzante di auto che vengono inghiottite nel ventre scuro del parcheggio sotterraneo. In lontananza balena il profilo azzurro dell’Appennino.
Chi va a piedi deve attraversare un circuito di scale mobili, ascensori, gradini impregnati di una stomachevole fragranza alla vaniglia. Oltre una parete di vetrate ampie e luminose, i negozi e il supermercato crescono su più livelli. È la VIA ALTA, un progetto ambizioso di consumo concepito in verticale.
Urania prosegue la sua salita, la porta fino alle NAVATE, i corridoi sopraelevati che dominano l’intero impianto del CCM.
Allora si ferma.
Non era mai arrivata fin qui. Le scatolette di tonno e mais si trovano molto più in basso.
Da questa altezza le persone sembrano tante piccole formiche, spinte da un carrello, ancorate alle buste e ai pacchi. Urania pensa che senza qualcosa cui aggrapparsi, le persone si solleverebbero in aria come palloncini rosa di carne.
Con la coda dell’occhio scorge una dozzina di individui in attesa. Subito avverte la colpa per essere l’ultima, almeno finché l’odore unto della pastella le fa capire che si tratta della fila sbagliata.
Prosegue ancora, fino a raggiungere una porta di legno liscia. Sopra, una serie di caratteri sbalzati e graziati non lascia dubbi: DIREZIONE.
Urania fa una smorfia. Bussa ed entra.
«Convincimi. Sei la più silenziosa della mattinata. Dimmi come mai dovrei assumerti». L’ha detto tirando un sospiro, come se avesse una grotta al posto del petto.
Mi colpivano le sue sopracciglia.
Inquietanti. A forma di saetta.
Non volava una mosca. Me ne stavo lì, dita intrecciate, rapita dallo stile del suo ufficio. Appariva nell’insieme un frutto essiccato, raccolto ai piedi di un albero in una foresta scandinava. A dividerci soltanto una scrivania e un laptop. Nient’altro. Peggio di questa camera al rientro dal Natale.
Sulla parete opposta, dietro la sua figura massiccia, erano disposte a triangolo una cinquantina di fotografie incorniciate.
Erano i ‘Fedeli’, mi avrebbe spiegato.
Ti dirò, non era semplicemente pulito e ordinato, quell’ufficio: era la Pulizia. Era l’Ordine. Una malattia vistosamente peggiore di quella che tua madre ha per le camicie. Tipo quando viene a farti visita e si mette a piegarle sul letto.
Due gesti, e partorisce un pacchetto geometrico.
Ci proviamo noi. Viene fuori un mostrillo.
Lui intanto tamburellava sul tavolo con le dita. Aspettava una risposta.
Ma io non sapevo proprio cosa dire.
Sai quando vai a provare un esame e, dal primo scambio di sguardi con il professore, ti accorgi che hai fatto una cazzata? Quel colloquio stava diventando così.
Mi stava ricordando un’altra prova imbarazzante: in riva al mare, per una riapertura stagionale. I miei mi avevano costretta a mettere i tacchi, non c’ero più abituata. E che ridere quando il proprietario voleva che lanciassi via le zeppe, e lo seguissi scalza sul bagnasciuga, come in una parabola del Vangelo!
Anche allora me ne volevo andare.
Ho sussurrato al Saettociglio di aver già risposto nel Test Motivazionale Telematico, alla domanda n. 3.
Pessima, pessima idea.
Lui si è messo a frugare sul laptop e ha letto ad alta voce la mia risposta:
SONO VENUTA A PORTARE LA MIA UMANITÀ IN QUESTA REALTÀ.
Sono scattata in piedi, il Saettociglio, si è alzato anche lui, e ho capito quanto fosse meno giovane della sua versione seduta. Aspettavo la classica pedata nel sedere, ma lui ha fatto un cenno verso la porta, con la sua manona.
Nessuna pedata.
Mi stava invitando a seguirlo in Regia.
LA PROSSIMA CANZONE
PARLA DI UNA DONNA IN FUGA
IN CERCA DEL PROPRIO DESTINO.
SIGNORE, NON FATEVI TROVARE
IMPREPARATE
COME LEI:
DA ‘ESTETICA CARE’ CON LA MANICURE
AVRETE INCLUSA
UNA PULIZIA DEL VISO!
Nei venti minuti di tragitto che la separano dal CCM, Urania non fa che tormentarsi.
Le sembra inverosimile che il Direttore abbia scelto proprio lei.
Sarà successo che gli altri candidati si sono ritirati all’ultimo istante. O erano troppo qualificati per l’impiego, come si usa dire di questi tempi.
Non lo saprà mai.
Assorta, passa davanti allo Studentato, un edificio tozzo in mattoni rossi, ghiacciato nel silenzio della mattina. La torretta vetrata delle scale antincendio, sbalzata dal corpo dell’edificio, lo fa sembrare un ciclope addormentato sul fianco della collina.
Ha fatto domanda per ottenere lì una singola quest’anno, ma fino alla fine di agosto non le hanno fatto sapere niente, e si è dovuta accontentare della doppia Centro, in una casa con gli infissi più sottili di una ragnatela e il boiler che puntualmente finisce l’acqua riscaldata quando è il suo turno di fare la doccia.
Urania mostra al mattino la sua faccina buffa, sgranando gli occhi, schiacciando le labbra al naso e stringendo la bocca. L’espressione la fa sembrare un alieno un po’ ebete.
Come per dire, menomale.
Se fosse finita allo Studentato non si sarebbe mai fatta avanti per il lavoro. Avrebbe iniziato ogni sua giornata alle quattro del pomeriggio, piegata dai cerchi alla testa, per perdersi dietro ai tornei di beer-pong fino al mattino successivo.
Giocando con le possibilità e con i ‘se’, Urania si lascia alle spalle la torretta dello Studentato. Nell’aria elettrica della mattina, persino il ricordo fresco di quel poltrire, di quella pigrizia e del gozzoviglio le appare sfuocato, distante. Assurdo.
Riprende a connettersi con la realtà solo alla fine delle scale mobili per le NAVATE, quando va quasi a sbattere contro il faccione cigliato del Direttore.
Lui la scorta fin dentro la Regia, per farle iniziare la Fase di Test.
Spero ti sia piaciuto il filetto di salmone, l’ho preso al volo prima del turno.
Stava in offerta al 40%! Ne ho approfittato.
Ci vorranno settimane prima che torni così in basso. Non ne potevo più di quei cavoli appestanti! Macché, niente sconto dipendenti. Ricorda, sono in una Fase di Test.
E ricorda che sei in debito. Ti dovrai rifare. Magari con una doppia sessione di raccolta differenziata, con tanto di volo d’angelo per le scale sui sacchi della nettezza. Io ho già dato: quei gradini lisci sono in-fa-mi! Almeno l’ultima volta le bucce di patate hanno attutito la caduta.
A proposito, anche quelle staranno a sconto.
A breve.
So sempre in anticipo questi cambiamenti. Devo organizzarmi e scegliere quale ‘cantare’ durante la settimana. Mica posso ‘cantare’ negli altoparlanti le novità sugli hamburger lo stesso giorno del workshop sulla rosa canina all’Erboristeria Naturista. Altrimenti il Saettociglio piomberà in Regia con una schermata di dati alla mano, pronto a mostrarmi come ogni mia azione, anche la più piccola, insignificante, faccia flettere verso il basso la curva che mai deve prendere quell’andazzo.
Armonia, Anna, armonia! Il tuo compito è quello di diffondere bellezza e calma, direbbe. Far sentire i Fedeli a proprio agio. Nella loro casa.
Il tuo compito è Intrattenere e Assistere.
Intrattenere e Assistere.
La sua voce mi risuona nelle orecchie, va a unirsi alle istruzioni della Regia.
Premere 1) il pulsante viola di accensione sotto il rack, verificare 2) che si accendano una per una le spie verdi della consolle delle luci, controllare 3) i monitor, manovrare 4) il mixer a trentadue ingressi che occupa lo spazio vitale, accertarsi 5) che il segnale della strumentazione arrivi dentro il padiglione delle cuffie, e solo a quel punto, avvicinare 6) le labbra al microfono cardioide che scende dal soffitto attraverso un buco nei pannelli insonorizzanti.
Sono testata, Anna, per rendere l’efficienza un’eleganza. Trasformare il ticchettio del registratore di cassa in un quartetto d’archi.
QUESTA ERA EYES WITHOUT A FACE.
BILLY IDOL. 1984.
COME LA CANZONE, ANCHE IO SONO
UN PAIO DI OCCHI SENZA UN VOLTO.
PER INTRATTENERVI E ASSISTERVI.
SEMPRE!
Così sono quasi le sette di sera quando bussano alla porta della Regia. Urania ha sentito perché si avvicina la fine del suo turno, si è già tolta le cuffie, e le ha appese alla parete che luccica e odora di metallo. «Avanti» dice, in un tono tra lo stanco e il rispettoso, aspettandosi la figura robusta del Direttore. Compare invece sulla soglia un omino di mezza età che stringe un berretto tra le mani. «È lei, dunque…» sussurra impacciato.
«Prego?» fa la ragazza sorpresa. «Cercava il Punto Informazioni Fedeli?»
L’omino fa un passo in avanti, guardandosi intorno meravigliato. Ha una spolverata di capelli, e il faretto LED rivela un capo lucido sotto, coperto da macchie violacee.
«Sapevo che c’era qualcuno …» e sfiora con il berretto il monitor ancora acceso, su cui arrivano le immagini dalle telecamere posizionate in ogni angolo del Centro Commerciale Montano.
«L’altro giorno…» prosegue «quando mi hai aiutato in quel tono gentile… con voce calma, attenta… ho spostato la Passat, come hai detto, altrimenti non ci passavano… immaginavo ci fosse qualcuno, ma non pensavo… un attimo dopo dagli altoparlanti è partita una musichetta americana, un po’ rhythm ‘n ‘blues, e mi son detto… che coincidenza… era quello che mi aspettavo…»
Le guance di Urania diventano due pomi lucidi.
Stringe le mani, le lascia cadere. Vorrebbe dire qualcosa, qualsiasi cosa. Esprimere la sua gratitudine. Salutarlo. Ma le parole formano un nodo nella gola.
Urania lo vede imboccare l’inizio delle scale mobili, farsi sempre più piccolo, fino a sparire.
Stanotte, Anna, ho fatto questo sogno.
C’era l’aroma dolciastro dei volantini che passavano di mano in mano fuori dalla biblioteca, e un giro di pazzi scoppiati da manuale. Una foresta di piercing e dreadlock a ballare sotto cassa, per tutta la notte. Per spegnere la musica bisognava scendere in una cantina e tirare giù una leva rossa ed enorme, di quelle che si vedono nei cartoni animati. Sarebbero andati avanti fino a spaccare l’ultimo mattone di questa città!
Mi sono svegliata e ho pensato, chissà se ti sarebbe piaciuto venire con me a una di quelle serate, farti prendere dal turbine e dalla confusione. O quel cocktail che impedisce a un fuorisede di provare la solitudine.
A me piaceva dedicare il mio tempo a quel pazzo mondo.
Beh, adesso faccio lo stesso, no? A una distanza di sicurezza.
Per far riempire i carrelli.
Ma ho un’intera Regia da gestire, gli annunci da smistare sugli altoparlanti. Un software editoriale e gestionale, a licenza piena. Niente crack!
Con gli obiettivi… con un ruolo.
È davvero lo stesso?
Così, dopo una notte fredda e un mattino che ha lasciato la rugiada sui campi e le colline attraversate dagli squilli delle cinciallegre, nella sala del Direttore del CCM, quest’ultimo fissa lo schermo del laptop e annuisce compiaciuto.
Mi devo congratulare con te.
Il Direttore pronuncia queste parole senza enfasi. Si limita a stamparle nell’aria, come se sputasse inchiostro vocale. Urania, come accade nei casi in cui la fiammella del complimento prende ad agitarsi e a cercare spazio, rimane in uno stato assente.
«Credo solo a ciò che si può dimostrare, e tu hai dimostrato di essere una ragazza competente. Puoi dare ancora molto al CCM. Molto di più. Ho l’impressione che, spesso, tu ti faccia guidare troppo dal talento, senza considerare a sufficienza né i dati né gli obiettivi. Un vizio che il tempo saprà correggere. Sai, potresti firmare da noi un contratto triennale. Immagina. Turni 9-18. Una Regia tua. Una platea sempre in ascolto, che assisterai dall’alto nell’esperienza di acquisto, fornendo gli input più efficaci…».
Ma Urania è distratta, catturata dalle foto appese alle spalle del Direttore, dagli abbracci con cui stringe i Fedeli, in una presa salda e composta. Un mosaico di sorrisi indistinti, di acconciature perfette. Clienti felici, soddisfatti. Rassicurati.
Tra questi, Urania riconosce il capino lucido ricoperto da macchie viola. Indossa un giacchetto smanicato da pescatore ed esibisce al collo un largo badge Fedeltà. Ha lo sguardo puntato dritto in camera, con un sorriso forzato che lascia la fila dei denti appena scoperta. Appare così rigido, innaturale. Un manichino.
Le fa venire in mente Anna, quella sera al Tucano. Si era presentata all’aperitivo con due ore di ritardo, sebbene ancora non fosse iniziata la sessione invernale, ed esibiva al mondo un’espressione compiaciuta, dipinta con un pennello a punta fina, espressione in guerra con il tentativo di nascondersi sotto una giacca nera pece due taglie più grande della sua, che rendeva i suoi movimenti rigidi. Forzati.
Tutti le chiedevano se stesse bene, lei rispondeva di essere soltanto stanca. Alcuni dettagli possono sfuggire alla maggior parte delle persone, pensa Urania, ma non a chi vive insieme a te.
Più tardi quella notte, Urania avrebbe trovato quella brutta giacca buttata sul pavimento davanti all’ingresso della loro camera, insieme a un mucchio di altri vestiti. Erano abiti maschili. Di Marco, il fidanzato di Anna. Lei era in piedi, in camera, vicino alla finestra. L’aveva sentita rientrare. Si sarebbero abbracciate in silenzio, e poi Anna, con voce rotta, avrebbe cominciato a parlarle.
Era la prima volta che le parlava così.
Solo che nelle immagini questo non c’è, riflette Urania. Dov’è finito l’imbarazzo dell’omino quando, stringendo il berretto tra le mani, è scivolato in punta di piedi in Regia. E la disperazione di Anna, quando nessuno guardava?
Qualcosa sfugge: all’agenzia di marketing. Al Direttore. Agli amici dell’Università. Qualcosa viene perduto, cancellato dal sistema.
Ma non da me, pensa Urania. Io l’ho visto.
D’un tratto lo spazio vuoto dell’ufficio, le appare così pieno. Soffocante. Un altro ritratto, il suo, sarebbe abbastanza per far crollare a terra tutte quelle belle cornici alle spalle del Direttore, in un fracasso assordante.
Urania è talmente assorbita da questi pensieri che non ha paura di mostrare la sua faccia buffa, da idiota strafottente. La mostra all’uomo vestito di lana e mohair che le sta offrendo la possibilità di un lavoro.
Come il primo giorno in questa città.
Le terrazze di mattoni.
I tetti sbilenchi.
Gli androni freschi.
I portici affollati. Mi sono apparsi come la prima volta.
Le montagne sembravano così vicine.
Sono passata dallo Studentato, per buttare giù dal letto i miei amici. Stavano in piedi in mutande, con gli occhi pesti. Sarebbe bello rifare qualcosa insieme, hanno mugugnato.
Un vento invisibile mi spingeva, salivo fino alle NAVATE.
Ero sola. Oltre le vetrate, giù in basso, i carrelli abbandonati tra gli scaffali sembravano tante piccole boe in mezzo al mare.
Il Direttore non c’era.
Qualcuno mi tirava la camicia. Era la ragazza del Punto Informazioni Fedeli, sempre al lavoro, anche quando non c’era nessuno. In un servizievole silenzio mi ha aperto la Regia, sono entrata a prendere qualcosa che avevo dimenticato.
Sentivo di avere davanti un pomeriggio senza fine, vasto e profondo quanto un continente ancora da esplorare.
Il prato della fortezza scintillava. C’eri anche tu. Avevamo portato i libri, chiusi nella tracolla buttata sul telo.
Tu mi lanciavi il frisbee.
Io correvo a prenderlo.
Poi tu lo lanciavi più forte, e finiva oltre le siepi.
Restavo immobile, lo guardavo cadere. E sentivo viva sotto la pelle una possibilità di sottrarsi, di tentennare. Di fare ancora i bambini, solo un altro po’. Perché Anna, credo che diventare grandi sia come stare dentro la toppa di una grande fionda. Devi farti piccola, trovare il tuo spazio, e cominciare a fare qualche passo indietro.
Devi fare così per gettarti avanti nel mondo.
Non lo credi anche tu?
IL CENTRO COMMERCIALE MONTANO È
IN CHIUSURA.
VI AUGURIAMO UN WEEKEND DI SOLE,
SORRISI E FELICITÀ.
A PRESTO!
QUI È URANIA, PER INTRATTENERVI
E ASSISTERVI
Guido Landini
Guido Landini è uno scrittore di Firenze, classe 1993. Autore e creatore di Tales from Guidoland, blog e podcast in cui racconta libri, musica e tutto ciò che lo colpisce nell’immaginario contemporaneo. Ha pubblicato racconti brevi, articoli e recensioni discografiche su riviste e web magazine come Rekles, Streetbook Magazine, L’Irrequieto e La Città di Fedora. Appena può suona. O meglio, strimpella strani accordi al pianoforte (tanto fa jazz).



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