Tradurre, a volte, significa entrare in un territorio che nella lingua d’arrivo non ha ancora una forma stabile. È anche da qui che passa il lavoro di Giulia Carbone, traduttrice dal cinese, specializzata in narrativa contemporanea, che ha recentemente tradotto in italiano Il Sistema di salvataggio del peggiore dei cattivi di Mo Xiang Tong Xiu per Mondadori Oscar Vault.

Letteralmente danmei (耽美) significa “abbandonarsi alla bellezza” e indica un genere narrativo nato nel web cinese, spesso pubblicato a puntate, al cui centro si trovano relazioni tra personaggi maschili. È un panorama molto vario, che può intrecciare elementi fantastici, riferimenti alla Cina classica e trame segnate da conflitti emotivi, politici o familiari, muovendosi tra introspezione, crescita personale e tensione narrativa.

In questa intervista Giulia Carbone racconta il suo percorso, il laboratorio concreto della traduzione e le domande che si aprono quando un testo cambia lingua senza smettere di cercare la propria voce.

Come sei arrivata alla traduzione e, nello specifico, al danmei?

Il mio rapporto con il cinese e con la traduzione nasce molto presto. Da bambina non avevo davvero un piano B, volevo lavorare con i libri anche se non sapevo ancora in che modo. Leggevo tantissimo, passavo il tempo a sfogliare libri e ad annusarli. Mio nonno aveva una tipografia e io stavo ore lì dentro a giocare con i caratteri mobili e con i macchinari di stampa. In qualche modo ho sempre respirato quell’atmosfera e penso che da lì nasca anche la mia passione per la letteratura. Fin da piccola mi piaceva molto anche scrivere, forse ancora più che leggere. Riempivo quaderni di pensierini, poesie, storie improbabili che poi restavano nel cassetto. Avevo una fantasia molto attiva. Allo stesso tempo ero affascinata dalla Cina e dall’Oriente. Non saprei dire con precisione da dove venisse questa attrazione, forse da mia madre, che a sua volta era incuriosita da quel mondo. C’erano i documentari, le leggende, i tetti spioventi, tutte quelle tradizioni lontane che mi sembravano quasi mistiche. Crescendo quel fascino è diventato un vero amore. Quando ho dovuto scegliere il percorso di studi in realtà non c’è stata una vera scelta. Mi interessavano le lingue, l’italiano era la materia in cui mi sentivo più a casa e il cinese era già una passione forte. La traduzione mi sembrava il punto d’incontro tra queste inclinazioni, un modo per continuare a scrivere anche se le storie non erano mie. Ho studiato interpretariato e traduzione all’Università UNINT di Roma con inglese, cinese e per un anno anche portoghese. Dopo la laurea sono partita per la Cina e ho frequentato un corso di cinese a Suzhou per sei mesi. Tornata in Italia ho fatto il master alla IULM in lingua e cultura cinese, con un approfondimento anche sulla cultura araba. È stato proprio durante questo percorso che ho iniziato a lavorare come traduttrice. Ho fatto uno stage presso Cina in Italia, inizialmente una rivista bilingue, dove scrivevo articoli e traducevo contenuti di attualità dal cinese. Quando poi è nata la casa editrice collegata al progetto mi è stata affidata una collana per bambini come curatrice. È stata un’esperienza molto formativa perché ho seguito il libro in tutte le sue fasi, dalla scelta della copertina al confronto con il grafico fino al lavoro sul testo. Tradurre libri per bambini può sembrare semplice ma in realtà è molto complesso, soprattutto per la presenza di rime e riferimenti culturali che devono funzionare anche per i lettori italiani. È stata una vera palestra. Successivamente ho lavorato come editor per Armando Curcio Editore continuando a confrontarmi con il testo e con il processo editoriale. Sentivo il bisogno di capire a fondo come funziona l’editoria e cosa rende un libro davvero pubblicabile, per questo ho seguito molti corsi, dalla scrittura creativa all’editing fino alla correzione di bozze e alla scrittura per l’infanzia. Il danmei è arrivato in modo abbastanza casuale. Sono stata contattata dalla curatrice del progetto dopo aver frequentato anni prima un corso di traduzione letteraria dal cinese da lei coordinato. Probabilmente si ricordava di me, oppure ha ritrovato il mio nome online. Mi ha proposto di lavorare al progetto e sono stata subito entusiasta, sia per l’opportunità professionale sia per la possibilità di tradurre qualcosa di molto diverso da ciò a cui siamo abituati nella narrativa cinese tradotta in Italia. Da lì è iniziato questo percorso nel danmei, durato due anni, poi chissà magari continuerà. Nel frattempo sono arrivati anche altri generi come lo young adult e la fantascienza ma il danmei mi è rimasto nel cuore. Ho iniziato come traduttrice di danmei e ne sono uscita come lettrice appassionata.

Come strutturi una traduzione?

Nel mio lavoro mi divido sempre in tre fasi, un prima, un durante e un dopo, e per me hanno tutte lo stesso peso. Prima di iniziare, se il tempo lo consente, mi documento molto. Cerco informazioni sull’autore o sull’autrice, sul testo e sul genere. Leggo interviste, articoli e recensioni che possano aiutarmi a comprendere il contesto culturale e letterario in cui l’opera si colloca. Raccolgo tutto il materiale in una cartella di progetto, perché anche un dettaglio apparentemente marginale può rivelarsi utile. Poi passo alla lettura del testo per individuare il registro e il tono. Cerco di farmi un’idea preliminare dell’approccio traduttivo più adeguato e, quando necessario, mi confronto con testi italiani che presentano caratteristiche stilistiche simili per orientarmi meglio. A quel punto inizia la traduzione vera e propria. La prima stesura è sempre molto grezza, quasi un flusso di coscienza, viene fuori qualcosa di abbastanza terribile, quasi illeggibile. Anche quando trovo una soluzione che mi convince mi segno comunque tutte le alternative possibili, soprattutto in presenza di realia, giochi di parole o passaggi particolarmente complessi. Utilizzo i commenti per annotare dubbi e criticità, così da poter tornare sui punti più delicati con maggiore lucidità in una fase successiva. Quando incontro una frase che non riesco a risolvere immediatamente, preferisco lasciarla in cinese e proseguire, per poi rivederla a mente fresca. Una volta completata la prima stesura cambio completamente prospettiva e divento editor. Cerco di dimenticare di essere l’autrice della traduzione e la smonto da cima a fondo. La riscrivo pensando a me come lettrice, mi chiedo se quella frase funziona davvero in italiano, se suona naturale, se è viva. In questa fase affronto anche tutte le criticità, a volte confrontandomi con madrelingua o esperti. È un passaggio fondamentale perché il testo deve funzionare come libro e non solo come traduzione.

Quali sono le difficoltà più ricorrenti nel tradurre danmei?

Io distinguerei due livelli. Da un lato c’è la difficoltà legata al genere, soprattutto nei testi con ambientazione xianxia come Il Sistema di salvataggio del peggiore dei cattivi. Qui il problema è che questi libri arrivano in Italia in un territorio traduttivo praticamente inesplorato. Molti termini appartengono a un universo culturale legato al taoismo, al buddhismo e alla filosofia cinese, e risultano spesso nuovi per il lettore italiano. Non si tratta di concetti mai tradotti in assoluto, perché esistono già soluzioni elaborate in ambito accademico, ma sono pensate per lettori già esperti. Nel caso del danmei, invece, il lettore può incontrare per la prima volta proprio attraverso il romanzo quel lessico e quell’immaginario. In questo senso chi traduce contribuisce a costruire una tradizione traduttiva e questo comporta una grande responsabilità, perché alcune scelte potrebbero diventare un riferimento anche in futuro. È inevitabile che qualcosa si perda nel passaggio tra lingue ma fa parte del processo stesso della traduzione. Personalmente, se c’è una cosa che continuo a trovare particolarmente complessa nel processo traduttivo, in generale, sono i titoli. Sono la cosa che mi mette più in crisi. Evito quasi sempre di rileggere le mie traduzioni una volta pubblicate perché finisco subito per pensare che avrei potuto scrivere tutto meglio. Il titolo deve tenere insieme molte cose. Bisogna pensare al testo, all’originale, ma anche alla necessità di risultare efficace in libreria. Dipende molto anche dall’editore, c’è chi vuole restare vicino all’originale e chi invece spinge per soluzioni più libere. La decisione finale spetta sempre all’editore ma il traduttore deve fare proposte solide che nascano dal testo. Quando ti chiedono di essere letterale ma anche accattivante, lì diventa durissima. Il Sistema di salvataggio del peggiore dei cattivi è stato impegnativo da questo punto di vista. Alla fine abbiamo trovato una soluzione piuttosto letterale perché dovevamo mantenere un legame con l’originale anche per rendere riconoscibile il fenomeno danmei a livello internazionale, però in italiano non era semplice. Una resa più letterale sarebbe stata qualcosa come Il Sistema di autosalvezza del cattivo feccia, che ovviamente non poteva funzionare. Spesso mi chiedo se avrei potuto trovare una soluzione migliore per i titoli.

Saga de Il Sistema di salvataggio del peggiore dei cattivi di Mo Xiang Tong Xiu tradotto da Giulia Carbone (Mondadori Oscar Vault)

Tradurre danmei è, in qualche modo, un atto politico?

Io credo che in un certo senso ogni atto culturale sia anche un atto politico. Per esempio, quando lavoravo ai libri bilingui per bambini, quei libri avevano l’obiettivo esplicito di raccontare leggende e storie della tradizione cinese ai bambini lettori italiani. Anche quello per me era un atto politico, perché contribuiva a contrastare la ghettizzazione della comunità cinese e allo stesso tempo favoriva un incontro, rendendolo naturale fin da piccoli. La letteratura e la cultura in generale sono forse il modo più immediato e più efficace, quasi insidioso in senso positivo, per farlo. In quei libri i bambini cinesi ritrovavano storie della loro cultura, del loro paese d’origine, da cui spesso erano distanti perché nati o cresciuti in Italia, e allo stesso tempo i bambini italiani entravano in contatto con quella cultura, anche solo attraverso qualche carattere o una storia. Il danmei si colloca su un altro piano, ma il principio è simile. Sono opere nate in un contesto molto specifico e spesso portano con sé implicazioni sociali e politiche forti. Portarle in Italia all’interno di una casa editrice generalista e per un pubblico ampio significa far incontrare la Cina anche a chi non la conosce o la percepisce solo attraverso il filtro del telegiornale, della politica o di un immaginario estetizzato legato alla Cina antica. Secondo me è importante sapere che esiste una cultura pop cinese molto viva, capire cosa scrivono e leggono i giovani, come si esprimono. Anche il lavoro di contestualizzazione fatto da Oscar Vault ha contribuito a creare consapevolezza sul genere e sulle condizioni in cui questi testi nascono, comprese le dinamiche legate alla censura. Se queste opere riescono anche solo ad aprire uno spiraglio di curiosità verso quel contesto, allora il risultato è già significativo.

Il contesto culturale e la censura influenzano il tuo lavoro?

Meno di quanto si potrebbe pensare sul piano del contenuto puro. Incidono soprattutto sul modo in cui questi romanzi sono stati prodotti. Spesso nascono come web novel serializzate e pubblicate online sotto pseudonimo, quindi sono testi pensati per essere letti a puntate. Il testo che arriva a me è già stato rielaborato per l’editoria, ma si vedono ancora le tracce di quel percorso, per esempio nelle ripetizioni o nella presenza di elementi tipici della serializzazione come cliffhanger frequenti. Il traduttore si trova quindi a dover gestire questa eredità formale. A volte si propone di eliminare una descrizione già fatta o di alleggerire un passaggio. Questa per me è la traccia più concreta della censura, non tanto nei contenuti quanto nella forma che il testo ha assunto per poter esistere. Paradossalmente i danmei sono spesso bandiere di ribellione alla censura. A me arriva un testo molto esplicito, anche sfacciato, con pagine e pagine di descrizione di rapporti tra uomini. Quindi la censura non si percepisce tanto in ciò che viene detto, ma nel modo in cui il testo è stato costruito e adattato.

Nel tuo lavoro sul danmei, ti senti una traduttrice invisibile o riconoscibile?

Sappiamo che l’ideale teorico è quello del traduttore invisibile, cioè qualcuno che media tra due lingue e due culture e poi scompare. È un ideale bello e in parte auspicabile, e sicuramente ci si prova. Però in senso assoluto è impossibile. Il traduttore lascia sempre qualche traccia di sé. Anche solo nelle scelte più piccole, come preferire “immediatamente” invece di “subito” quando entrambe le opzioni sono possibili. Non è una questione di giusto o sbagliato, è semplicemente una scelta che rispecchia chi sei. E quindi già lì hai lasciato un segno. In generale è impossibile non lasciare qualcosa di sé dentro una traduzione perché ogni decisione è del traduttore, non dell’autore. Il testo inevitabilmente viene attraversato dalla nostra presenza. Quello che cerco di fare soprattutto nei passaggi più difficili è non fissarmi troppo su questa idea, ma chiedermi come l’autore avrebbe scritto quella frase se avesse avuto a disposizione l’italiano. È un modo per avvicinarmi al suo intento, pur sapendo che resta sempre un’interpretazione. Una delle soddisfazioni più grandi è stata quando una lettrice mi ha scritto dicendo di non essersi accorta di star leggendo una traduzione. Vuol dire che il testo funziona in modo naturale nella lingua di arrivo, anche se una traccia del traduttore rimane sempre.

Nel passaggio dal cinese all’italiano, cosa senti che si sposta davvero – il testo, la lingua o la cultura?

Secondo me si spostano tutte e tre le dimensioni, il testo, la lingua e la cultura, anche se non nello stesso modo. La lingua è la parte più visibile, quella che cambia in maniera più evidente. Però sotto quella superficie si muove qualcosa di molto più profondo, cioè tutto il bagaglio culturale che il testo si porta dietro. La traduzione non è un semplice passaggio di parole da un sistema linguistico a un altro, è una trasposizione più ampia che riguarda il testo nel suo insieme. Il testo parte da un contesto e arriva in un contesto completamente diverso, e deve imparare ad abitarlo. In questo passaggio qualcosa si perde inevitabilmente, ma allo stesso tempo qualcosa si trasforma e si rigenera. Il testo che arriva nella lingua di arrivo è ancora lo stesso testo, ma è anche un altro. Io vedo la traduzione come una seconda vita, quasi un multiverso del testo. Una vita che gli permette di dialogare con lettori diversi da quelli originari. Quindi sì, si sposta tutto, ma niente si sposta in modo netto, perché tutto si mescola, si trasforma e trova nuovi equilibri. La cosa fondamentale è fare in modo che il testo continui a parlare e riesca ad adattarsi al nuovo interlocutore.

Il vaso cinese di Hu Lanbo tradotto da Giulia Carbone (Cina in Italia)

Tradurre è un modo per restare o per partire?

Secondo me è entrambe le cose, ma forse anche nessuna delle due in senso definitivo. È un modo per partire perché costringe il traduttore a uscire dalla propria lingua e dal proprio sistema culturale, e in parte costringe anche il lettore a fare lo stesso. Però è anche un modo per restare, perché il testo a un certo punto deve trovare una casa nella lingua di arrivo. Forse però la definizione che sento più vera è quella del viaggio. La traduzione è un viaggio lungo in cui si parte con un certo bagaglio e si attraversano contesti diversi. Lungo il percorso si incontrano difficoltà, si imparano cose nuove, ci si adatta. A volte si impara una parola, altre volte una lingua resta completamente ostica. Intanto però qualcosa cambia, anche in modo impercettibile. Alla fine si arriva trasformati pur restando la stessa persona. Per questo per me la traduzione è partenza e arrivo, ma soprattutto è il percorso che sta in mezzo, quello che trasforma.

Da cosa fugge la traduzione e verso cosa si muove?

Secondo me fugge dall’illusione dell’equivalenza perfetta. Per molto tempo si è pensato alla traduzione come a una trasposizione linguistica, come se esistessero corrispondenze esatte tra le lingue. Io ho una visione diversa. Per me la traduzione va quasi nella direzione opposta. L’equivalenza del singolo termine mi interessa fino a un certo punto, perché quello è qualcosa che oggi può fare anche una macchina. Il lavoro del traduttore sta altrove. La traduzione fugge dall’equivalenza linguistica e si muove verso l’equivalenza dell’esperienza di lettura, verso l’intento. In passato si pensava che allontanarsi dalla parola dell’autore fosse una mancanza di rispetto, io invece credo che rispettare l’autore significhi rispettarne l’intenzione. Le parole da sole sono vuote se non portano un senso. Se un autore usa un gioco di parole per far ridere e quel gioco non funziona in italiano, la vera fedeltà non sta nel tradurlo letteralmente e spiegarlo, ma nel cercare un modo per far ridere anche il lettore italiano. Non esiste una risposta valida in assoluto, ma il mio modo di vedere la traduzione va in quella direzione, verso l’effetto, verso l’esperienza, e lontano dall’equivalenza a tutti i costi.

Il prossimo attraversamento ci condurrà verso il giapponese, seguendo il lavoro di Marta Fanasca, traduttrice e ricercatrice Marie Curie all’Università di Bologna che traduce narrativa e manga yuri e BL, dove le relazioni diventano spazio di esplorazione linguistica e affettiva. Tra le opere tradotte, Run Away with Me, Girl per Star Comics, collana Queer.

Appuntamento a lunedì 27 aprile.

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La fuga (un po’ di)

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