Un gesto impreciso, non scolarizzato. Un foglio sottile, inadatto forse ad accogliere tutta quell’acqua, tutto quel colore. Una macchia di viola, blu, arancio, turchese. Un occhio allungato, coperto da una palpebra socchiusa e truccata, lasciata appositamente a mezzaria, languida. Due uova, due strumenti a corde, due brocche, due donne, un frutteto in fiore.
Baya, al secolo Fatma Haddad-Mahieddine, è stata un’artista algerina vissuta tra il 1931 e il 1998. La sua arte, per molte paia di occhi occidentali curiosi, è stata definita naif e primitiva, scevra dai dettami pittorici imposti dall’Accademia e dal Tempo. Giovanissima, appena sedicenne, si è imposta tra i più grandi artisti europei e nordafricani, lasciando che fosse il suo sguardo a dettare legge, il suo personale vissuto e la sua intima sensibilità a conferire vigore al suo pennello e alla sua voce.
Guardandola da lontano, il suo passato ci tocca. Vediamo una bambina orfana, un futuro, oggi infranto, incerto e severo. Notiamo la fortuna di un incontro fortuito e salvifico, la speranza celata sotto la cortina polverosa degli anni che intercorrono tra noi e lei, ormai smarrita.
Baya nacque in una famiglia umile, spezzata prematuramente dalla morte prima del padre e, poco dopo, della madre. La sua voce si forma tra i campi, nel lavoro manuale, osservando l’arte e la vita agiata da una prospettiva bassa, servendo nella casa dell’intellettuale e archivista francese Marguerite Camina. Questo incontro, però, vedrà formarsi una nuova prospettiva, che culminerà negli anni Quaranta nella vera e propria fortuna della giovane artista. La sua mano, infatti, verrà notata da nomi altisonanti, venendo esportata a Parigi: Picasso, Bresson, Camus avranno modo di imparare dalle sue pennellate di guazzo su carta quanto rumore è in grado di generare una donna, se solo è in possesso degli strumenti giusti.


I suoi soggetti hanno poche forme, tanti colori. La vita che ritrae è spesso onirica, fantastica, pacifica, semplice. C’è chi dice che le sue donne siano lo specchio delle figure berbere osservate in infanzia, altri sostengono che il suo attaccamento al femminile sia un’eco della madre, scomparsa quando lei era appena una bambina. Di certo, a noi che siamo rimasti, c’è soltanto la tela, l’immagine, la voce ininterrotta nel tempo attraverso il gesto artistico. Cosa esso cieli, a volte, è un mistero. Ma, forse, il bello risiede proprio in queste sfaccettature minime: moltitudine più o meno informe di idee, lasciate a macerare sulla carta, filtrate dal vissuto di ciascun passante.
Nelle scene realizzate da Baya, vegetazione e fauna popolano serene e spontanee il mezzo artistico, convivendo sullo stesso piano; la vita idilliaca scorre lenta tra le tradizioni imparate per osmosi e gli sguardi morbidi delle donne che, dipinte, ci osservano oltre la tela. Chi sono loro? Dove sono, adesso? Cosa amavano quando erano in vita e cosa detestavano profondamente? Non lo sapremo mai, così come mai impareremo davvero se le donne di Baya fossero esistite o meno, se il suo dolore e la sua battaglia si siano esaurite con la pittura, asciugandosi sulla carta.
Attraverso oggetti semplici, catturati nella natura o dentro alla sfera domestica, Baya ha lasciato dietro alle sue spalle, davanti ai nostri occhi, la potenza evocativa delle piccole cose. Immaginando un mondo alternativo, quasi fiabesco, l’artista si è messa a nudo, mostrando la sua fragilità interiore, il suo desiderio di quiete, la propria voglia di conforto.
Raccogliendo la sua testimonianza – voce gentile a tratti confusa, usata tra colonialismo e islamismo, zittita durante la guerra d’Indipendenza, rifiorita negli ultimi decenni – è possibile non dimenticare e non dare per scontata un’intera esistenza.

Annachiara Mezzanini

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La fuga (un po’ di)

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I testi sentono voci in un deserto

L’arte della fuga / Giuseppe Pontiggia

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