La ragazza nella foto regge un cartellone. Sul cartellone c’è scritto:

hanno provato a seppellirci/ ma hanno fallito/ perché noi siamo semi.

L’avrà scritto proprio lei? Pop si chiede questo. La calligrafia è urgente. Le lettere, ripassate più volte, sono irregolari come le unghie che stringono il cartellone, rosse e rosicchiate. Pop prova empatia per la ragazza. Assomiglia a Sara? Forse un poco. Nelle foto successive i manifestanti sfilano per strada. Tutti quei colori – è questo a colpirlo. Sciarpe variopinte copricapi etnici piumini high-tech per sfidare il gelo, poi bandiere manifesti striscioni; una vivacità inattesa, un entusiasmo che amplifica la rabbia, non la limita. Anche Pop vorrebbe essere così. Più avanti subentrano le forze dell’ordine. La violenza. Foto di corpi che si scontrano come fortezze inespugnabili di materia, assedi di energia. Il mondo sta implodendo.
Pop blocca lo schermo, appoggia il telefono sopra il comodino. È sdraiato a letto, ma con lentezza si mette a sedere, preso dall’inquietudine. Si vede riflesso nello specchio posto sulla parete di fronte. Non tollera che tutto quello che lui è sia un labirinto da cui non gli è dato fuggire. Che non sappia essere nient’altro al di fuori di quella mole, una macchia informe e vagamente sferica che la superficie lucida restituisce. Avrebbe tanto voluto eliminarlo, quello specchio, ma mamma si era impuntata con una tale veemenza che alla fine ha desistito. Stringe gli occhi con astio, distoglie lo sguardo. Appese alle pareti, che ancora pulsano di una vecchia tinta arancione scolorita, ci sono molte foto, ma neanche una che lo ritragga. Poster, per lo più. Di calciatori. CR7. Haaland. Lamine Yamal. Leao. La formazione del Real Madrid. Altri ancora. Chi ha fatto entrare così tanto mondo dentro la sua camera? È stato proprio lui. Il mondo è dappertutto, impossibile sfuggirgli. Tutte quelle immagini di corpi perfetti sembrano semmai la fuga che Pop escogita da sé stesso. Pensare che erano i suoi idoli. Dovevano proteggerlo, al pari di supereroi; eppure non la smettono di blaterare alle sue spalle. Come conoscessero segreti, desideri, maratone di felicità che Pop neanche prova ad augurarsi, che gli è impossibile anche solo credere di potersi meritare. Pop si vede al centro del rettangolo verde di un campo. Fatica a figurarsi l’aria, quel sudare in modo virile e senza imbarazzo, senza la maledetta pena che lui proverebbe. Pensa al mondo, alla partita che non può vincere. Al tuono delle voci sugli spalti, per strada. Vorrebbe essere come loro. Ma è grasso. Non sovrappeso, ma grasso in modo abnorme, come la carcassa di un cetaceo. Grasso e sbagliato. Gonfio come uno zaino riempito di detriti e immondizia e liquame putrescente. Sbagliato come la distorsione di qualcosa a cui è stato affidato un compito troppo arduo da sostenere; che era prima buono e giusto, ma ora non lo è più, deformato da quello stesso compito. Gargantuesco, ripete tra sé e sé. Non è degno del campo verde. Nemmeno di Sara – Sara che non risponde. Che probabilmente è a battagliare in qualche piazza, a manifestare per la vita di tutti, anche per la sua. Pop si sta innervosendo, per questo stringe gli occhi, si perde nel suo tic. Il mondo lo distrugge e lo distrae. Così non si accorge che il primo elemento a muoversi è il pavimento di parquet slabbrato. Quella superficie è sempre tollerante con lui, quando si cimenta negli umilianti esercizi di fisioterapia a cui i genitori lo obbligano, facendo vibrare il mobilio e mettendo a dura prova la soletta della casa. Così come sopporta il vilipendio delle cartacce di merendine che getta a terra ogni volta che sente riaffiorare dentro di sé chissà quale demone. O anche quando semplicemente Pop è verticale, nonostante il suo peso lo consenta non senza un certo sforzo. Il pavimento è sempre lì, stoico. Ma oggi la sua rabbia è orizzontale. Implode, inchiodandolo a letto. Turgido e inzuppato dal sudore che produce solo respirando, nella fatica di esserci. Se lo sente addosso a quel suo corpo immane, contratto eppure così morbido. Il materasso è morbido. Le lenzuola profumano di ammorbidente, di mamma. Qualche lacrima si affaccia sul tozzo gradino delle palpebre. Ha bisogno di evadere. Cerca sotto il letto quel che resta di una canna. È sicuro che sia ancora lì. C’è il tanfo specifico nell’aria. Toc! Che strano. La sua mano sbatte contro la superficie del parquet, quasi il fondo della camera si trovi più in alto rispetto a dove è sicuro dovrebbe stare. A dove la memoria del suo corpo lo colloca abitualmente. L’impatto gli evoca l’immagine di un karateka che tenta di sfondare con il palmo una pila di listelli. Ma subito il dolore riverbera con una certa intensità lungo il polso, dal polso all’intero braccio, facendogli tremare in modo sconnesso il grasso che ricopre il tricipite. Sfiora il pavimento. Il legno è tiepido, ora il contatto lo fa sentire meglio, quasi accarezzasse una cosa vivente, un’ipotesi di bosco. Poi intercetta ciuffi di polvere sparuti capelli atomi di recondita sporcizia. La canna sembra ancora più piccola nella custodia dei salsicciotti che si ritrova al posto delle dita. La impugna, ben serrata, tra pollice e indice, nel gesto che ogni mozzicone impone. Serve l’accendino. Lo trova con qualche difficoltà, immergendosi nel pozzo della tasca della sua tuta XXXXXL. Accende. Tira una boccata. Non si preoccupa che qualcuno lo scopra, la porta della camera è chiusa a chiave. E comunque è solo, in casa. Mamma e papà sono usciti. Chissà, magari anche loro sono andati a manifestare. Urla, a titolo di verifica. Nessuna risposta. Sara non risponde, né risponderà. È un pensiero nero, nero come la chiazza di fumo che si gonfia dentro l’aria insieme a un odore dolciastro. Sull’odore prevale il sapore. Tutto, sempre, si risolve in questo. Il mondo è fatto di sapori. Qualche tiro secco, e Pop si sente precipitare dentro il materasso. Avverte precisi, uno per uno, i suoi sedici anni, in un caleidoscopio di insensatezza. Pendendo da una parete, CR7 fa il Siuuu. A ogni tiro un debole fshhh di carta bruciacchiata. Tossisce percependo la scarsa capienza dei suoi polmoni così poco allenati. La cassa toracica oppressa da tutto quell’adipe. La mano gli pulsa. Avverte sul braccio un formicolio. L’urto con il pavimento è stato più intenso di quanto pensasse. Apre gli occhi per osservare la contusione. La pelle intorno all’ematoma è bluastra, ma oltre quel profilo non è stato intaccato il suo ridicolo pallore, roseo e teso come il palloncino di una BigBabol. Poi alza lo sguardo. C’è qualcosa che non va: anche il soffitto sembra essersi avvicinato. Spia il fumo della canna frangersi troppo presto contro di esso, per poi svanire. Dovrebbe essere più in alto, ne è quasi certo. Che sballo. Mbappé esulta scivolando con le ginocchia lungo l’erba, incrocia le braccia muscolose, mette il palmo delle mani sotto l’ascella opposta. Anche col soffitto Pop ha un tacito patto.  Il soffitto, infatti, da anni è messaggero degli inquilini che abitano al piano superiore. Si tratta di una coppia di anziani – ogni tanto li incrociava per le scale del palazzo, quando ancora riusciva a percorrerle. Ricorda che si amavano. Si amano tutt’ora, da quel che può sentire. Con gesti precari e premurosi, nel ticchettio che risuona sopra la sua testa, quasi la coreografia di passi appaiati. Se li immagina a braccetto procedere per casa, lenti come lui, ma per ragioni ben diverse dalla sua. Il mondo è una fioritura. Lo stesso vale per i suoi genitori. Solo lui e Sara non si ameranno mai. Dove si troverà adesso? Sarà in pericolo? Che paranoia, questa canna. Pop si gira verso il comodino, deciso a prendere il telefono. Bam! Il suo viso urta contro lo spigolo del piccolo mobile. È uno scontro secco, totalmente imprevisto. Qualcosa dentro scricchiola, producendo un rumore scomposto. Poi dal naso inizia a zampillare sangue. Pop si tampona istintivamente con la mano ferita. Dolore sopra altro dolore. Il comodino è letteralmente accanto a lui, ma è troppo fatto per notare questo dettaglio. L’unica risposta è quel male lucido che pulsa all’unisono con il suo cuore. Gli procura quasi un sollievo, riuscire ad avvertire ancora il cuore, nonostante sia affondato nell’abisso di tutto quel lardo. Si tampona con la felpa. Passano i minuti. Ha ingaggiato una lotta con sé stesso per non tracimare. Quanto sangue può riversarsi fuori da un ciccione come lui? Non ci tiene a saperlo. Grazie all’enorme disponibilità di tessuto riesce a prosciugare l’emorragia. Ce l’ha fatta, è sopravvissuto. Si sente spossato ed eroico. Se Sara può lottare contro il male del mondo allora anche lui può farlo, può contrastare il male che vive dentro di lui. Forse. Questo pensiero lo fa stare meglio. Si rilassa un poco, in quel suo modo così precario e gelatinoso. Gargantuesco. Una parola che ha sentito pronunciare dalla prof. di lettere alla prof. di educazione fisica una mattina, a scuola, passando lungo il corridoio; le due colleghe ferme di fronte alla macchinetta del caffè. Aveva intercettato il suo nome, poi quell’aggettivo di cui ignorava il senso. Ricorda come quelle avessero abbassato il tono della voce, quando si erano accorte che lui stava origliando. Si era chiuso in bagno, aveva googlato quella strana parola. Il mondo si era fatto chiaro, in quel momento. La cattiveria, la violenza. Difficile dimenticare le sue lacrime. Il loro sapore. Un microscopico atto di cannibalismo. Tornato a casa, aveva detto a mamma che non avrebbe mai più messo piede a scuola. Più supplicandola che imponendosi. La sera c’era stato un litigio tra lei e papà, breve ma furioso, sfogato in tanti gesti sconnessi e scivolosi come una tempesta estiva. Li aveva visti battersi, urlare, prima di rifugiarsi in camera sua. Aveva provato paura, ma non si era sentito in colpa. Stavano lottando per lui. Anche la rabbia in fondo è un’unità di misura dell’amore. Poi erano usciti insieme. Al loro ritorno – credevano che lui stesse dormendo – li aveva scoperti a fare sesso. La ferocia dentro la tenerezza. Era riuscito ad alzarsi, a mantenere un passo leggero, con uno sforzo smisurato. Nel buio si era accostato alla porta della loro camera, li aveva spiati senza essere in grado di arrestare un’erezione.
Pop si sfila la felpa, fradicia di sangue, la getta via. In un secondo, troppo presto, quella raggiunge il pavimento. Il picco di dolore gli ha provocato un brivido di eccitazione. Senza dover allungare il braccio appoggia il filtro della canna ormai consumata sul comodino; finalmente afferra il telefono, lo sblocca. Cerca foto di Sara – ha una galleria privata di screenshot che la ritraggono. Ecco, questa. È in uno spazio industriale occupato. È sera, luci pallide e innaturali la illuminano. Sorride, sembra fiera. Kefiah, canotta bianca, jeans stracciati. Un sorriso duro, non sentimentale. Seni morbidi e generosi quasi quanto i suoi. Fruga sotto la tuta, dentro i boxer. Impugna delicatamente il pene, quel piccolo dardo assediato tutt’intorno da troppo grasso. La mano gli fa male, per non parlare del naso, del respiro affannato che sta covando dentro, ma si abbandona all’unica alleanza che ancora ha col suo corpo, quella illusoria del piacere. In pochi sofferti gesti viene, sommessamente, depositando nel palmo della mano il fioco fantasma di qualcosa di più profondo e oscuro, che non potrà mai essere. Sangue cenere e sperma impastati. La vita, nell’allestire certe nature morte, è spietata. Ma è proprio in quei pochi attimi di totale dimenticanza di sé che la stanza accelera il suo straziante collasso. Sembra intuirlo, poi qualcosa lo distrae. Delle grida. Arrivano da fuori, le avverte in lontananza, ma piano montano per intensità. Pop si assicura che la porta sia davvero chiusa a chiave. Gli basta muovere distrattamente il gomito per raggiungerla, per sfiorare la maniglia. Tutto ciò è sbagliato, finalmente se ne sta rendendo conto. Dalla finestra salgono dei cori. Canti di battaglia e di bellezza. Si chiede se anche i suoi vicini li stiano sentendo. Non avverte movimenti provenire dal piano superiore. Forse pure loro sono usciti a manifestare. Le proteste sono iniziate poco dopo il suo ritiro dalla scuola. In classe già se ne parlava. Qualcuno adducendo a un mondo migliore. Qualcun altro schermandosi dietro alla parola anarchia. Tutto è montato lentamente, come un appetito. Prima coinvolgendo i giovani, per poi dilagare ovunque. Sara gli aveva passato un volantino del comitato studentesco. Lo aspettava a una riunione, alla quale lui non si era mai presentato. Ma aveva detto tutto a mamma. Lei era sembrata felice. Insieme al volantino, gli aveva venduto anche un sacchetto pieno di hashish. Quello non l’aveva mai mostrato ai suoi. Il volantino è ancora appeso sopra la scrivania. Allunga una mano, lo prende. Nello stesso istante si concretizza in lui il senso di assurdità di quel movimento, della naturalezza con cui le distanze si stanno annullando. I canti sono sempre più vicini. Ma adesso in sottofondo inizia ad avvertire un suono più basso e regolare, come di qualcosa di metallico che urta ritmicamente contro sé stesso, ruvido e intimidatorio. Forse è l’intervento di qualche apparato di sicurezza. Sara, dove sei? Resisti! Fragoroso, si solleva il senso di uno scontro. In camera l’armadio cede, si accartoccia su sé stesso, schiacciato dal peso delle pareti e del soffitto – l’armadio in truciolare e laminato, preso all’Ikea in un giorno di sole e meraviglia con mamma e papà. I vestiti di Pop si riversano a terra, un tonfo sinistro e ovattato. Sembrano spettrali mucchi di reclute cadute al fronte. Soldati boxer e calzini di spugna. Soldati t-shirt e felpe. Soldati jeans con le loro dimensioni disumane, acquistati in speciali discount per taglie forti, carichi di cosmetica compassione. A Pop gira la testa. Accartocciati a terra, ormai, anche i poster, in un’unica massa silenziosa. Come un capo d’abbigliamento quando si sbaglia il lavaggio, la camera si sta restringendo in modo organico e lui ne è il centro. Le grida per strada incendiano l’aria sottozero di quel pomeriggio. Senza nemmeno accorgersi Pop ora è in ginocchio e tiene a bada la scrivania che preme con foga contro il letto. Tra tutte le voci, i cori le bestemmie, il rumore delle bombe carta, dei manganelli, per un attimo decolla il suono di una voce femminile. Sara? Sara, sei tu? Pop prova a evitare che il lampadario urti la sua testa, il soffitto sempre più basso, una solida eclisse che rabbuia la stanza. Destra e sinistra, sopra e sotto, convergono verso di lui. Pop ha freddo. Si accorge di essere pressato contro lo specchio. Ne è così a ridosso che quello non riesce più a rifletterlo. Dunque infine ha trovato un modo per disinnescarlo. Pop scoppia a ridere. Un colpo di pistola. Nitido, nel fragore. Poi ogni rumore scompare. Si fa largo un unico silenzio, cavo come il vuoto sorto dal ritirarsi della risacca. Il mondo è un luogo scomodo, invincibile. Combatte Sara, combattono mamma e papà. Per la vita di tutti, forse anche per la sua. O forse solo la sua camera lo ama veramente, senza riserve, senza pretendere nulla in cambio. Forse la sua camera lo sta abbracciando, è come un nido, vuole nasconderlo da tutto questo. Che l’amore sia scomparire definitivamente dentro l’altro. Sia annullarsi vicendevolmente. Un compenetrarsi di cose amate, come un glitch. Fino alla fine, prima che il mondo imploda. Anticipandolo, prima che ci seppellisca per davvero. Noi esseri sterili, incapaci di futuro. Pop sta per perdere il controllo. Ormai è sdraiato a terra. È come ritrovarsi dentro un dado che rotola e rimpicciolisce. Si sente così stanco. Sulla nuca avverte la pressione del soffitto. Gli fischiano le orecchie. Dalla finestra filtra una luce rossa, gonfia di lacrimogeni e sirene. Rumore di schianti, di vetri frantumati. Proviene da fuori o da dentro? Saperlo non ha più importanza. La camera si rannicchia contro Pop come un cane fedele. Un suono, una vibrazione. La notifica di un messaggio. In tutto questo Pop ha ancora il telefono in mano. È Sara. Abbiamo vinto. Tre puntini di sospensione, un cuore. Il momento in cui la camera implode, Pop forse sorride, o forse è una smorfia di dolore. È ancora pomeriggio ma scende il buio sopra di lui. Scompare la sua camera, e Pop con lei; sono una cosa sola, feroce e custodita.

Alessandro Grippa


Alessandro Grippa è nato nel 1988; laureato in Arti visive-Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, Milano, vive a Caravaggio e lavora come professore. È presente nell’antologia Zenit Poesia (Milano, La Vita Felice, 2015), nell’antologia italo-messicana Lombardia. El despertar de la rosa (Edizioni Circo Literario, 2019), nell’antologia Giovane poesia italiana (LietoColle-Pordenonelegge, 2020) e nell’antologia Distanze obliterate (a cura di Alma Poesia, Puntoacapo Editrice, 2021).
Ha pubblicato le raccolte: Opera in terra (LietoColle-Pordenonelegge, 2016 – Premio internazionale Europa in versi, 2017); Revisioni (Delta 3 Edizioni, 2021).
Con il racconto “Lichene” è presente nell’antologia “Obladì” (Revolver Edizioni, 2025).
Sue poesie e racconti si trovano in riviste e blog letterari.

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La fuga (un po’ di)

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L’arte della fuga / Giuseppe Pontiggia

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