Once upon a time there was this young lad
Rough at the edges, but with stars in his eyes

Mi trovo in una moderna sala riunioni, seduto attorno a un grande tavolo ovale. Sto discutendo di politica monetaria insieme ai delegati dell’OCSE; sul tavolo sono piazzate bandierine che indicano la loro nazionalità. L’OCSE è un’organizzazione intergovernativa votata a promuovere lo sviluppo economico attraverso l’implementazione di politiche che favoriscano la produttività tramite investimenti sostenibili e sistemi di tassazione efficienti. Uno dei suoi slogan principali è “Better Skills, Better Jobs, Better Lives”. Da ciò si evince chiaramente quanto sia intrinseco alla sua missione investire sulla formazione per offrire ai cittadini dei paesi membri delle vite migliori.

L’OCSE ha sede a Parigi, nel XVIème arrondissement. Si tratta di una delle zone più ambite di tutta la città. Le strade più ampie ospitano grandi palazzi residenziali in stili che spaziano dal neoclassico al déco, tutti in pierre de taille. In quelle più strette e in apparenza meno interessanti non è raro trovare, accanto a palazzi più dimessi, alcuni meravigliosi hôtels particuliers.

Più precisamente, l’OCSE si trova in rue André Pascal. André Pascal era il nom de plume di Henri de Rothschild, rampollo di una celebre e chiacchierata famiglia di banchieri, nonché scrittore e drammaturgo dilettante. La via ha il suo nome perché vi sorge quella che fu un tempo la sua residenza parigina, oggi sede principale dell’Organizzazione. Si tratta dello Château de la Muette: costruito per Charles IX come casino di caccia, fu utilizzato estensivamente dai Borboni. Fu ad esempio residenza di Madame de Pompadour e di Madame Dubarry, e vi passarono volentieri il loro tempo anche Louis XVI e Marie Antoinette. All’inizio del XX secolo finì nelle mani del barone Rothschild e successivamente fu acquistato dall’OCSE, che lo ha adibito a luogo di intrattenimento dove gli alti funzionari pubblici si recano per discutere di come migliorare il mondo.

Data la posizione che ho raggiunto in questo consesso, posso ben dire che l’investimento nella mia formazione ha dato buoni frutti. Sono un alto funzionario di un’organizzazione internazionale che ha sede in Svizzera, e vado in giro per il mondo a rappresentarla in occasioni come questa; più in generale, lavoro in un contesto che passa per essere prestigioso e intellettualmente stimolante. Naturalmente, anche la mia istituzione ha a cuore il bene comune e la costruzione di un mondo migliore, e in virtù di ciò dovrei essere orgoglioso di appartenervi. Perdonandomi il cliché, si può dire che faccio parte della cosiddetta élite globale; e ciò lo si deve alla formazione che ho ricevuto.

In effetti i miei genitori hanno investito moltissimo sulla mia istruzione, fin da quando ero piccolo. Sono stato incoraggiato (quando non forzato) alle canoniche letture edificanti per i bambini della mia generazione, a giochi che sviluppassero logica e curiosità, e all’apprendimento delle lingue, anche attraverso babysitter canadesi o svizzere che venivano a stare da noi come ragazze alla pari. Questo, va detto, non dissimilmente da altri rampolli della borghesia intellettuale fiorentina.

Un aspetto che distingueva il paradigma educativo dei miei genitori da quello degli altri era però la loro enfasi sullo studio del francese. Ho sempre pensato che questo fosse stato un capriccio di mio padre, che aveva per un breve periodo studiato a Grenoble e frequentato una ragazza del luogo; e che forse sarebbe stato meglio se mi avessero fatto concentrare sull’inglese, come faceva la maggior parte dei miei pari. Ciò avrebbe suggerito di farmi partecipare ai classici soggiorni-studio presso scuole e famiglie britanniche o irlandesi. Invece, in preadolescenza, d’estate mi piazzavano per tre o quattro settimane in Svizzera, al Collège du Leman, a perfezionare il mio francese. Il costo del Collège du Leman doveva essere nettamente superiore a quello della tipica vacanza-studio in Inghilterra o in Irlanda. I miei compagni provenivano quasi tutti da famiglie con più mezzi della mia, pur sempre agiata ma non certo ricca: posso dedurne che i miei genitori avessero preso quell’ingente spesa come un investimento sulla mia istruzione.

I ritorni effettivi di questo importante investimento, però, mi sono sempre apparsi vaghi e sfuggenti. Certo, sono stato esposto fin da piccolo a un contesto multiculturale, il che si è rivelato utile per il lavoro che svolgo. E va anche riconosciuto che il francese mi ha molto facilitato l’integrazione nei circoli francofoni: non solo quando lavoravo alla Banque du Canada, ma pure durante le riunioni all’OCSE, nelle quali i delegati francesi si ostinano a parlare la loro lingua, obbligando la maggioranza dei colleghi ad affidarsi alle traduzioni simultanee in cuffia. Cionondimeno, le settimane estive passate a studiare i classici della letteratura francese e a guardare le esalogie di Rohmer mi sembravano un’inutile esagerazione.

A questo penso mentre, terminata la riunione del gruppo di lavoro, lasciamo il moderno centro conferenze per attraversare il giardino ed entrare nello Château. Ci raccogliamo nel salone da ballo per l’aperitivo di benvenuto. La sala è imponente, il parquet intarsiato in quercia risplende e accende i marmi neri e porpora stuccati d’oro alle pareti. Camerieri in livrea ci servono Ruinart Blanc des Blancs; su una tavola attovagliata in bianco, fanno mostra di sé piccoli canapés dall’aspetto colorato ed elegante, ma poco appetitoso. I delegati spesso si raggruppano secondo la loro affiliazione, ma io, essendo il solo rappresentante della mia, passo da un gruppetto all’altro per presentarmi, salutare quelli che già conosco, e rispondere con platitudes diplomatiche alle domande che mi vengono fatte circa la nostra posizione su differenti temi.

Dopo una mezz’ora il segretario del gruppo di lavoro prende la parola per il discorso di ringraziamento. Si congratula con noi per la nostra produttività e per i grandi risultati raggiunti (nella fattispecie, un report di una quarantina di pagine), che senz’altro faciliteranno la costruzione di un futuro migliore, con vite migliori. «Ecco i frutti dell’investimento nell’istruzione», mi verrebbe da dire: la possibilità di accedere ai circoli che si riuniscono nei saloni da ballo degli Châteaux, in cui si discute di come migliorare il mondo. Mi viene un moto di disgusto: tutto stride terribilmente non solo con le mie aspirazioni individuali, ma anche, credo, con quelle che potevano avere i miei genitori, fino a metà degli anni ’80 iscritti al PCI. Cerco di scacciare il pensiero considerando che, terminato l’aperitivo, non mi aggregherò a uno dei gruppetti che certamente si formeranno per andare a cena da qualche parte. Vedrò Riccardo, un mio vecchio compagno di scorribande ai tempi di Francoforte, che adesso lavora a Parigi presso un’agenzia della Commissione europea.

Riccardo, ora che ha messo su famiglia, ha preso casa a Neuilly. Salgo da lui a salutare la compagna e le figliolette, ma decidiamo di uscire a fare un giro in centro. Mentre siamo sul métro, mi racconta del suo ménage familiare adesso che la compagna si è trasferita da lui: vagamente rimpiange i primi anni da solo, in cui aveva occasione di godersi la città e conoscere persone interessanti, fuori dal nostro giro. Tra queste spicca Xavier: una specie di debosciato conosciuto in discoteca. Pare che Xavier stia sempre in giro a bighellonare e si barcameni con il mercato dell’arte, sicuro comunque di cadere in piedi, dato il suo rango familiare. Incuriosito, invito Riccardo a mandargli un messaggio per dirgli che stasera saremo in giro: se anche lui è fuori, sarebbe interessante conoscerlo.

Xavier risponde subito, e ci dice di raggiungerlo in un bistrot vicino al Palais Royal, dove sta facendo un aperitivo con delle amiche. Sono già le nove; più o meno l’ora a cui in Svizzera si è finito di cenare, e ci si prepara a far passare la nottata. Quando arriviamo, Xavier troneggia al banco del bistrot: in piedi, bottiglia di Chardonnay in mano, sta riempiendo i bicchieri alle sue due amiche. Xavier è slanciato, sorridente, apparentemente solare. È vestito senza pretese, con una t-shirt dei Radiohead e un paio di jeans che gli danno un’aria di grande disinvoltura e sicurezza. Pure, tutto di lui trasuda débauche, con una punta di gaia disperazione. Abbraccia calorosamente Riccardo e mi stringe la mano con cordialità mentre Riccardo mi presenta, in inglese, come il gemello di Villalobos, raccontando di avermi raccattato in un club di Francoforte (il che corrisponde parzialmente a verità: siamo diventati amici perché, presi dalla furia di scappare da una noiosa serata con colleghi di lavoro, ci rifugiammo al Cocoon, dove quella sera suonava appunto Ricardo Villalobos).

Xavier sembra molto divertito da questa presentazione, che interpreto come una specie di frase in codice per fargli capire che “sono dei loro”, e alla fine abbraccia pure me. Poi procede a presentarmi alle due ragazze. Marianne è una brunetta alta e aggraziata; porta un abitino porpora che ne sottolinea le forme e il fisico ancora sportivo e tornito. Juliette è una biondina minuta, con un sorriso intrigante e due occhiali da vista dalla montatura bianca e sproporzionatamente grande, che si abbinano alla perfezione alla camicetta di seta avorio con papillon nero. Abbozzo un baciamano a entrambe. Juliette mi fa una risatina fintamente imbarazzata coprendosi la bocca con la mano. Marianne mi risponde, in italiano, con un «che gentiluomo», pronunciato con un delizioso accento francese. Poi, in inglese, mi spiega che sua madre è di origine italiana. Ma visto che mi sembra un po’ impacciata con la lingua, dico a tutti che possiamo parlare francese: per me sarebbe un piacere, visto che ormai ho poche occasioni di praticarlo, aggiungo. Juliette sorride, e propone un brindisi à la francofonie.

Noto che Xavier tiene d’occhio nervosamente l’ingresso: ci spiega che sta aspettando che un ami gli porti quelque chose prima di poter andare a cena autre part. Io intanto ordino un’altra bottiglia di Chardonnay, e procedo a servire tutti. Xavier però mette le mani avanti che non può bere troppo e fare nottata, perché l’indomani ha degli incontri di lavoro per preparare una serie di mostre a Hong Kong. Ricamiamo e concordiamo sul fascino della città, in cui anch’io ho vissuto, e delle sue strade che a vederle dall’alto sembrano invitare a tuffarcisi dentro, come se fossero un vortice in cui perdersi.

Xavier riceve il corriere all’ingresso del bistrot e subito si ritira in bagno, al piano di sopra. Riccardo si spertica a lisciarsi Marianne, quindi Juliette si concentra su di me: mi chiede come mai parlo francese così bene. A quel punto posso finalmente calare l’asso di denari: il Collège du Leman. Lei mi risponde meravigliata che anche Xavier, da ragazzo, aveva studiato in un collegio presso Ginevra; la cosa non mi sorprende e rafforza la mia fascinazione per il personaggio. Quando Xavier rientra, estraggo tutti i miei ricordi sul direttore, sui guardiani, sui locali del collegio. Anche se lui è stato lì un paio d’anni prima di me e non ci siamo sovrapposti, insieme ridiamo delle stesse leggende che giravano tra noi studenti: ad esempio che monsieur Plum era un pédé, e che Akim, il suo favorito tra i guardiani-animatori delle camerate, di notte molestava gli studenti più avvenenti ed efebici.

Riccardo prende il banco, e racconta a Xavier di come eravamo più vivi quando stavamo entrambi a Francoforte, una decina di anni prima: mette sul tavolo il clubbing selvaggio, le interminabili schitarrate serali, le nottate illuminate a giorno da miscugli di alcool e psicofarmaci. Mentre Riccardo racconta, io inquadro e seguo con lo sguardo Juliette. Scende le scale rientrando dalla toilette. Ha gli occhi già accesi. Mi passa accanto. Io le sorrido e le faccio l’occhiolino. Lei ritorna il sorriso e annuisce. Mi si siede a fianco. Con nonchalance mi fa scivolare un piccolo astuccio di cuoio nella mano. Poi me la stringe, sfiorandomi l’avambraccio con le dita mentre ritrae la sua. Ora è il mio turno.

Quando rientro, il gruppetto si è trasferito fuori, sulla soglia del bistrot, a fumare una sigaretta. Mi seguono con gli sguardi e capisco che stanno parlando di me. Mentre passo accanto a lei, Marianne mi dice, con un sorriso enigmatico: «Vuoi anche una sigaretta? Ti basta chiedere a Juliette…» Così mi avvicino a Juliette, e gliene chiedo una. Come me la accende, le domando se stessero parlando di me poco fa. Lei sorride e annuisce, dicendomi che non si aspettava che avrei anch’io fatto il mio tour à la toilette. Le sussurro Drieu la Rochelle: «le désespoir, c’est une idée; la drogue, c’est une pratique».

Xavier ci guida in un altro bistrot, poco lontano. Io e Marianne camminiamo vicini, mi chiede come mai sono a Parigi. Ho la tentazione di dire solo che sono venuto a trovare Riccardo e non tutta la verità, per paura di cosa la mia posizione professionale potrebbe evocarle. Poi però desisto: «Sono delegato a una riunione dell’OCSE, lavoro in Svizzera per un’istituzione internazionale». «Sans blague? – ribatte lei, apparentemente intrigata – alors t’as vraiement un boulot que tout le monde envie. Anch’io una volta avevo provato a entrare all’OCSE, ma non mi hanno neanche considerata. Non è un posto per quelle come me…» Nonostante l’accento addolcisca, lo dice con un tono velatamente sarcastico. Non so se verso l’istituzione, o piuttosto verso di me. Mi suona come una vaga minaccia, per cui entrati nel bistrot evito di sedere accanto a lei, e mi affianco a Xavier.

Ormai è salita perbene: sono sciolto, carico, appuntito, e a tavola tengo banco. Chiedo a Xavier se viene mai in Svizzera per l’Art Basel. Lui ribatte che non gli piace molto, perché lo trova un giro di gallerie troppo conservatrici. Così finiamo a parlare della mia grigia e borghese vita a Basilea. Xavier suggerisce che una città che ha dato i natali ad Albert Hofmann non può essere così terribile. Non c’è assist migliore: espongo la mia teoria sugli approcci apollinei e dionisiaci alla psichedelia, concludendo che la mia vita in Svizzera è apollinea, mentre la serata parigina che stiamo vivendo è decisamente dionisiaca. Anzi: che la loro vita tutta appare a me dionisiaca e affascinante. Di più: che pur conoscendoli da appena un paio d’ore, a parlare davanti a loro mi sento nel mio milieu, molto più che nello Château. In effetti, mi pare di essere talmente spontaneo, sciolto e in comunione col personaggio da poter dire di essere stato allevato, formato e istruito a questo, e non alle riunioni coi delegati.

Xavier insiste che dovrebbe andare a dormire, ma le ragazze non sembrano volergli dare pace e lo convincono a spostarsi in uno speakeasy di ispirazione messicana per un ultimo bicchiere. Per strada, Juliette mi prende a braccetto, iniziamo a raccontarci dei nostri figli e delle nostre vite scombinate. Parliamo guardando avanti, a testa alta, verso la notte che ci chiama, scambiandoci sguardi e sorrisi. Alla nostra sinistra si materializza un corteo di personaggi in costumi settecenteschi. Juliette, emozionata e inorgoglita, mi dice: «Ça, tu ne peux voir qu’à Paris!»

Ammaliati, ci stacchiamo dagli altri per seguire il corteo, che scopriamo dirigersi sul set di un film in rue Royale. La strada è transennata e nonostante le preghiere di Juliette non ci lasciano avvicinare. Allora proviamo da noi a immaginare quale storia il film potrebbe rappresentare. Io vado sul sicuro giocandomi Marie Antoinette, ma lei mi sorprende tirando fuori Les liaisons dangereuses, dandomi così occasione di rievocare come la mia amica del cuore, ai tempi del liceo, mi chiamasse affettuosamente Valmont. «Le plaisir est devant nous, mais le bonheur est derrière», chiosa Juliette, stuzzicandomi. Raggiungiamo gli altri allo speakeasy con un preoccupantissimo ritardo.

Appena Marianne ci vede scendere le scale, dà di gomito a Xavier, e ridacchiano. Xavier mi abbraccia e dice scherzando che aveva già denunciato la mia scomparsa alla polizia svizzera. Juliette si avvicina al bar e mi sussurra in un orecchio: «Si je trouve un gentleman qui veut m’offrir à boire, je vais être une demoiselle très reconnaissante». Ordino due mescal, brindiamo à l’amitié e rapida arriva la ricompensa: Juliette mi trascina alla toilette, una specie di buco in cui non riusciamo neppure a girarci senza appiccicare i nostri corpi. Poi si china su una mensolina in metallo, proprio sopra la carta igienica, che pare messa lì apposta, apre la borsetta e ne estrae l’astuccio. Io le passo la mia carte de légitimation, lei la usa per stendere due righe piccoline. Si alza, mi porge una cannuccia d’argento e mi fa posto, strusciandomisi addosso. Mi chino e incamero rapidamente, poi è il suo turno: si inginocchia appoggiandosi al mio bacino, e appena ha finito di ripulire la mensola le do la mano per aiutarla a rialzarsi. Ci ritroviamo mani nelle mani, a pochissimi centimetri di distanza; ci guardiamo dentro gli occhi, cacciamo un gridolino eccitato e ci diamo un bacio avidissimo e amarognolo.

Usciti, io e Juliette, per un po’ balliamo insieme, tenendoci per le mani e fissandoci nelle pupille che si spalancano, ma Xavier e Riccardo alla fine ci trascinano fuori: si è fatto tardissimo, devono rientrare. Riccardo chiama un taxi, e mi chiede se voglio un passaggio verso il mio hotel. Abbraccio Xavier quasi commosso, e gli dico che spero di rivederlo presto per un’altra serata come questa. Mentre mi avvicino a Marianne per salutarla, lei mi appoggia una mano gelida sulla guancia e mi sussurra: «Vas-y, pour ce soir tu peux». Poi mi dà un bacetto sull’altra che sembra quasi bruciarmi la pelle.

Mi viene in mente che stanotte l’investimento fatto dai miei genitori, nel mandarmi al Collège du Leman, si è finalmente ripagato. E ora che ci penso, non so come lasciare andare Juliette. Non voglio che la serata finisca, non voglio risvegliarmi in albergo l’indomani, né tornare allo Château de la Muette, dal mio gruppo di lavoro. Juliette mi legge nel pensiero. La sua voce è quella di una sirena: «Bon, tu viens?» Io le tendo la mano, lei la afferra e con una risatina mi trascina via, lontano dal mio albergo e dallo Château. Non credo che questo momento fosse stato previsto nei piani formativi dei miei genitori.

Mi lascio trascinare, con un sorriso ebete stampato in faccia mentre Juliette mi stuzzica l’appetito, prospettandomi un bacio nel posto più romantico di Parigi. Mi cade l’occhio sull’hôtel de Toulouse, oggi sede principale della Banque de France. Racconto a Juliette della meravigliosa Galerie dorée, dove molte volte mi sono trovato a discutere coi governatori. «Quel gâchis», mi risponde lei, guardandomi comprensiva. Ha capito perfettamente dove volevo andare a parare. Allora mi svelo, e le dico che sono d’accordo, che usare la Galerie dorée per le riunioni dei banchieri centrali è un viol, e che avrei preferito esserci invitato secoli fa: inizio a dipingerle un quadro con al centro noi due, invitati a un ballo in maschera, nel diciottesimo secolo. Io vestito in velluto blu, lei in raso giallo. Juliette si ferma, e sorride. Mi guarda come se non ci fosse nient’altro intorno, anche se non sono mascherato né vestito in velluto blu.

Continuo a seguirla per vie sempre più spoglie e buie, finché non riconosco il muro di Abbesses, con su scritto “ti amo” in centinaia di lingue. Lei me lo indica con un cenno della testa, prima di prendermi il viso nelle mani e darmi un bacio. «Tu m’aimes? » le domando perplesso. «Seulement pour cette nuit, bien évidemment que je t’aime». Poi si volta verso la strada e lo grida: «Je l’aime! » – proprio come Béatrice Dalle lo grida per Jean-Hugues Anglade in “37°2 le matin”. Glielo dico, e ci aggiungo che stanotte lei mi ha trascinato via dalla mia vita misera, meschina e inadatta alla mia vera natura, proprio come aveva fatto Betty con Zorg. «Bon, alors j’espère que tu ne vas pas me suffoquer avec un oreiller demain matin», mi risponde.

Ma demain matin è già arrivato: albeggia. Siamo arrivati ai piedi della butte de Montmartre, davanti a noi la scalinata per il Sacré-Cœur. Saliamo correndo come bambini che non vogliono farsi sfuggire il momento perfetto. Mi viene in mente “C’était un rendez-vous”, un corto di Chabrol: anche lui corre, seppure in macchina, per giungere in tempo all’appuntamento in cima a Montmartre. Rallento il passo, e cerco di spiegare a Juliette quanto sembra vischiosa la Parigi mattutina e deserta di Chabrol: la sua corsa serve quasi a sfuggirle, a non farsela appiccicare addosso, per non farsi distogliere e perdere il suo appuntamento con la ragazza bionda. Chiaramente, Juliette sa di cosa sto parlando: «Moi, j’ai toujours pensé que le rendez-vous n’était pas avec la fille, mais avec la mort…»Ha ragione: cos’era quella folle corsa in auto se non una specie di roulette russa?

Quasi in cima, mi affretto e la lascio indietro: voglio vederla spuntare da sotto i gradini, come nel corto di Chabrol, ammirarla mentre mi corre tra le braccia, la chioma bionda accesa dal primo sole. Sembra che il bacio più romantico della storia sia durato un’eternità: quando ci stacchiamo il sole è già uscito per intero. Abbracciati ed esausti, ci dirigiamo verso l’appartamento di Marianne, a Clignancourt, dove Juliette si trovava ospite per la notte ormai trascorsa.

«Il faut que je te laisse maintenant, je suis vraiment fatiguée; mais si tu veux, je peux te faire un café», mi dice, arrivati al portone. Julette mi indica un balcone al terzo piano: «C’est là»; da dietro le tende, si intravede una luce calda e invitante. Saliamo lentamente per una scala stretta. La porta dell’appartamento si apre su un salotto relativamente grande, sui toni del rosso. Tutto è molto ordinato. Lanciamo i cappotti su un grande divano ocra; io mi siedo mentre Juliette va nel cucinotto a preparare la caffettiera. Sulla parete davanti a me, una grande e pesante tenda porpora copre quella che immagino essere la porta-finestra sul terrazzo. Su un’altra, alcuni quadri astratti, anch’essi su toni rosso acceso, con striature gialle. Dietro di me, una porta aperta dà su un bagnetto. Un’altra è chiusa, e immagino dia sulla camera dove Marianne sta dormendo. Tra le due, uno specchio orizzontale è montato in un’importante cornice dorata, che fa sembrare la stanza molto più grande di quello che è. Juliette torna con la tazzina, e la posa davanti a me, su un tavolino di vetro. «Je reviens», mi dice scomparendo nel buio della camera.

«Allora ti sei divertito stanotte?», mi sorprende da dietro la voce di Marianne. Mi volto e la vedo uscire dalla camera e avvicinarmisi. Ha un pigiama a fiori, e un aspetto rilassato, fresco: non sembra essersi appena svegliata, né porta alcun segno della notte. «Ti abbiamo svegliato entrando? O è stata Juliette a chiamarti?», le chiedo. Lei ignora la mia domanda e continua, fissandomi negli occhi: «Hai trovato tutto quello che cercavi, o ti sembra che manchi ancora qualcosa?» Sorride soddisfatta, come se sapesse di avermi dato scacco matto. Sposto lo sguardo, come faccio quando mi sento sotto attacco. Mi vedo riflesso nello specchio: la prima cosa che comunicano i tratti del mio viso, il colletto slacciato e la cravatta allentata è stanchezza, più che soddisfazione. Evito la mia immagine, e mi rivolgo verso la porta della camera: è ancora aperta sul buio; dubito che Juliette ne uscirà per togliermi d’impasse. Marianne continua a fissarmi, trionfante: «Bon, je t’appelle un taxi?» Mi infilo il cappotto, prendo la porta e scendo le scale a testa bassa, senza guardarmi indietro. La macchina nera è già là che mi aspetta, con la portiera aperta.

Trovo il portone dell’albergo spalancato, pronto ad accogliermi. La sala è già piena di gente che sta facendo colazione e si prepara ad affrontare la giornata. I più sono soli; evidentemente sono lì per lavoro, come me. Salgo due rampe di scale scricchiolanti ed entro in camera. L’aria è calda, secca e opprimente. Sospiro e appoggio la schiena alla porta che mi sono appena chiuso alle spalle. A destra c’è il letto, ancora intatto. Di fronte, la finestra dà su una corte tanto angusta da farla sembrare murata. A sinistra c’è l’ingresso del bagno, di fianco l’anta di un piccolo armadio. Si tratta di un’anta a specchio. L’armadio è vuoto e lo specchio non si apre su niente: lì riflesso ci sono solo io, ancora vestito con l’abito da lavoro. La cravatta è macchiata di Chardonnay: bisognerà che ne metta un’altra prima di rientrare allo Château de la Muette, in rue André Pascal. Forse avrebbero dovuto intitolarla direttamente a Henri de Rothschild.

Jacopo Verworner

Jacopo Verworner nasce e si forma a Firenze e dintorni. Intorno ai trent’anni interrompe una poco riuscita carriera accademica e lascia l’Italia in cerca di quiete, agi e comodità. Finisce per arenarsi in Svizzera, dove già aveva trascorso beati mesi di castigo in adolescenza. Attualmente vive tra la città e la montagna, dividendosi tra Crisopoli e Widmad. Per soldi scrive di economia e politica monetaria, per diletto scrive delle cose che gli passano attorno. Ha pubblicato racconti a tema lavorativo sulla rivista Micorrize, a tema musicale su L’Appeso e Sottopasso, e due saggi sulla vita in esilio per In allarmata radura.

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