Il 24 marzo 1976, le forze armate, supportate dagli Stati Uniti, entrano a Buenos Aires e rovesciano il governo costituzionale argentino. Dal 13 marzo in libreria, per Fandango, Non ti fidare, il romanzo del giornalista Claudio Fava affronta la storia dei nipoti di Plaza de Mayo mentre si interroga sulla profondità di emozioni e sentimenti in un tormentato rapporto padre-figlia.

Non ti fidare, Fandango, marzo 2026

L’anatomia di un vuoto

Occorre iniziare dal vuoto, da un senso di vuoto pieno dell’assenza di coincidenze e aneddoti riposti nelle tasche di un passato che viene a bussare alla porta per aprire uno squarcio su esistenze raffazzonate e vuole essere innesco di una storia con un incipit da scrivere e dal finale lontano, difficile da prevedere. Sull’uscio, davanti a Stella Carnevale, c’è un uomo, chiede di suo padre, colonnello argentino in pensione; la famiglia si era trasferita in Italia anni prima, Stella aveva cominciato a insegnare geografia, in seguito alla morte della madre a dormire con uomini sconosciuti per soldi. Forse per proteggersi. Forse per punirsi.

Occorre restare sul vuoto, un vuoto geografico, di spazi mai riempiti. Stella è un’esperta in materia, la sua geografia è fatta di frontiere che si spezzano come spaghetti crudi, guerre camuffate da nobili sentimenti, le migrazioni, i ritorni, le fughe: la insegna così, ai suoi alunni, unendo foto e racconti, un metodo ritenuto dal colonnello Carnevale disordinato. Da bravo militare è di certo rigido, prevedibile come prevedibili sono le sole cose che gli vanno a genio. Ma non è suo padre, parla chiaro il rapporto. Un uomo ha bussato alla porta e il giorno seguente è arrivata la polizia: l’ispettore incaricato, Valditarra, le mostra un fascicolo; annotati a penna ci sono i nomi di due ragazzi, montoneros, ribelli, Lucio e Bruna, i veri genitori di Stella, uccisi nelle carceri argentine, l’anno precedente la fine della dittatura di Videla.

Come nella migliore delle tradizioni, Claudio Fava, in Non ti fidare (Fandango, 2026), ci accoglie con un monito quasi profetico, pronunciato da una madre morente, per calarci poi nella quotidianità di personaggi sonnambuli – l’espressione che Edgardo Scott usa a proposito dei protagonisti di Gusmán, autore argentino di cui, nel 2023, è stato pubblicato Neanche da morto il tuo nome perdesti (Edizioni Arcoiris, traduzione di Loris Tassi) dalle analoghe premesse; «I sonnambuli […] – dice Scott – camminano dentro il sogno o l’incubo. E se si svegliano lo fanno per correre o per vagare di nuovo nel sogno o nell’incubo». Come per Ana e Federico, Stella Carnevale e suo padre si ritrovano, anni dopo, a fare i conti la prima con la verità, il secondo con i propri crimini. Claudio Fava, esperto giornalista che nel 2013, per Add editore, aveva pubblicato Mar de Plata, incentrato sui campionati del 1978, sotto il regime, si appresta a ricostruire, spogliandola della precisione della cronaca, del supporto che potrebbe derivare dalle stime poi formulate per quantificare “l’entità del danno”, soprattutto umano, causato dalla dittatura, una narrazione a partire dal ritratto emotivo dei suoi protagonisti, di cui ne isola il senso di smarrimento tipico dei momenti decisivi e lo intreccia con una delle pagine più cupe per l’Argentina.

Vengono incontro gli stilemi consolidati da una letteratura che ha iniziato a scrivere nel silenzio di molte voci: le frasi brevi, il ritmo incalzante, in alcuni punti uno squilibrio della prosa a favore dei dialoghi. Gli espedienti – sconosciuti giunti dal nulla, gli adulti e i loro segreti sottochiave, impacciati ispettori, ambigui aiutanti – preparano il terreno e pongono di fronte agli scarti, le scorie, a ciò che rimane di un processo di repressione feroce contro una resistenza altrettanto determinata. La notte del 24 marzo 1976, veniva rovesciato il governo di Isabel Martínez de Perón, con un colpo di stato compiuto dalle forze armate, e supportato dagli Stati Uniti: l’inizio di un decennio di terrore e violenza politica. Si attesta sui trentamila il numero di morti e desaparecidos catturati dall’ESMA, Escuela de Mecánica de la Armada:

“Sapeva che l’avrebbero uccisa?”
“Lo sapevano tutti. Lo capivano appena entravano lì dentro”.

Volti appesi sui muri sperando qualcuno li riconoscesse, ancor meglio ne avesse notizie, o su cartelloni; le unghie delle madri che li stringono, sotto la foto dei figli la scritta ¿Dónde están?

“Io me le ricordo quelle donne. Le vedevo in piazza, ogni settimana. I fazzoletti bianchi annodati in testa, le spalle curve, i capelli che sembravano fatti di stoppa… Facevano finta…”
“Di che parli? Cosa fingevano?”
“Che i loro figli fossero ancora vivi […] e invece lo sapevano che erano stati ammazzati! Impiccati! Fucilati!

I luoghi dell’orrore, quando Stella arriva a Buenos Aires, sono memoriali, ma sono spogli. C’è solo una panchina messa a disposizione dal museo, per i visitatori. La capitale è un gomitolo di strade senza punti di riferimento come la vita di un vecchio amico incontrato in viaggio, ormai genitore, ma da un lato ancora disposto a cogliere quell’amore adolescenziale non vissuto. Una donna esce da un portone: potrebbe essere sua nonna, hanno le stesse mani, ma non è una ragione sufficiente per avvicinarsi. Il clima di sfiducia, la ritrosia che Stella respira si ritrovano nelle reazioni – alle domande dell’ispettore mente, di fronte a Blasco è indisponente. Il crollo della sua vita, lento e inesorabile, reso dall’acqua stagna:

Imboccò il ponte, si affacciò dal muretto, guardò l’acqua nera sotto di lei. Adesso aveva chiaro com’erano andate davvero le cose. Forse l’aveva sempre saputo: quel suo gioco di fare la puttana le era servito per liberarsi di loro, lo sguardo protettivo di suo padre, la voce misurata di sua madre. C’erano molti modi per ridurre in pezzi quel quadretto da famigliola immacolata. […] Osservò le acque limacciose sotto di lei, i gorghi grigi che inghiottivano il fiume. Sono come mio padre, pensò, ho imparato a ingannare, a stare dentro vite che non sono la mia.

E in carcere suo padre.

Lo dichiara il suo autore, Non ti fidare è il conflitto tra le ragioni del sangue e le ragioni del cuore, entrambe poste sull’orlo di un precipizio concavo come le cave di granito su cui Gusmán conduce i suoi personaggi; se nel romanzo dell’argentino costituisce elemento narrativo, qui se ne conserva l’anatomia. Se nel primo ha un’apertura collettiva, nel caso specifico si restringe alla sfera personale (condivisa o meno): è la forma assunta dal vuoto che abita Stella, sul fondo giace quanto spera resti lì e di scordare, almeno non farci caso. Fava restituisce una protagonista complessa, la sua descrizione fisica è economica, quasi assente, la sua dimensione interiore dimostra una rara cura nel dettaglio. Stella ama suo padre, ma dentro di sé confluiscono assenze e buchi di trama non facili da definire, che arrivano persino (da) prima di lei; si percepiscono nel rapporto ambivalente con Elena, nella chance auto-negata di una relazione vera, genuina, con Italo; vengono assorbiti dal lettore, trascinati fino a una frase pronunciata sul finale:

“In cambio però volete prendervi di nuovo la mia vita. Mi darete un nuovo nome, dovrò fingere ancora una volta di essere un’altra”.

Forse la migliore cucitale addosso; umanamente, per chi l’ha seguita nel suo percorso di resistenza e rilascio, nelle circa centocinquanta pagine, è dove la si crede meno, soprattutto rispetto al labile confine su cui intanto siamo arrivati: tra l’impedire a un subdolo potere di affondare gli artigli nel nostro animo e la volontà di non scavare ulteriormente in un vuoto già profondo, ormai (inutile girarci intorno) impossibile da colmare.

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