But these things lose all the meaning and allure,
If you’re not there to witness the grandeur.
Yellow House – Love in the time of socialism
Romeo aveva lasciato la mano di Martha venti secondi prima che fosse chiamato sul palco.
L’aveva fatto perché la sentiva sudata, e temeva che questo avrebbe potuto rovinare la carta con gli appunti del suo discorso. Siccome non lo ricordava, aveva paura di bloccarsi – non era a suo agio in presenza del pubblico – ma poi, dal palco, aveva guardato Martha e la memoria era tornata a farsi vivida.
Era già entrato il rettore, dietro di lui una spola di persone camminava come fosse di gesso. Portavano tutte la toga, la fascia col colore dell’università. Avevano preso il loro posto attorno alla sedia dove si sarebbe messo Romeo. Sullo striscione sopra le loro teste c’era scritto in inglese il nome del premio.
L’ennesimo straordinario riconoscimento alla sua carriera. Era il terzo dall’inizio dell’anno, il dodicesimo in totale. “Nominato nei Forbes Under30 più influenti della nazione” a soli ventisei anni. Ma questo non aveva stupito nessuno, Romeo era una sorta di predestinato da che andava al liceo. Aveva tenuto una media del nove punto due, scevra da insufficienze, per tutti e cinque gli anni. Alla maturità si era seduto davanti la commissione con novantasei punti, aveva sostenuto un orale brillante ed era stato elogiato da tutti i membri presenti. Era uscito tra le lacrime di commozione dei genitori, il bacio di Martha e un applauso da parte dei suoi amici.
«Che vuoi fare dopo?» gli avevano chiesto, ma lui si era rifugiato con la testa tra le spalle e non aveva risposto: era la prima volta che faceva scena muta. Il Morandi, trovandosi disarmato di fronte tale evenienza, era intervenuto: «Ma lasciatelo stare, al povero ragazzo, è brillante e brillerà.»
Romeo aveva sorriso, ma per davvero non aveva idea di che forma dare alla sua vita. Alcuni suoi compagni invece avevano scelto, in base alle inclinazioni del proprio carattere, di sfruttare i talenti di cui erano più sicuri. Altri soltanto per noia, difatti avrebbero lasciato perdere di studiare di lì a breve.
Rodolfo Seneca, ad esempio, aveva scelto lettere. Leggeva tanto, bravissimo in latino, greco, e sapeva tutto degli autori che studiavano in classe. Romeo ci aveva pensato: glielo aveva suggerito il Poltronaro quando si era presentato volontario all’interrogazione sul trentesimo canto del Paradiso di Dante e aveva preso nove: «Dovreste avere la passione di Romeo, quando venite alla cattedra.» Si era interrotto per firmare il voto sul registro e poi aveva aggiunto: «E anche il coraggio di venire volontari qualche volta, prendete esempio.»
Romeo, però, l’aveva fatto solo per Martha, che stava studiando per i test di medicina, e di Dante, dei suoi canti, della Commedia, non se ne era minimamente curata. Non era pronta, quella mattina, e se il Poltronaro l’avesse chiamata dopo Frugelli – un due conclamato – le avrebbe rovinato la media. Non lo meritava.
Aveva spulciato sul sito di lettere di tre diverse università. Ma, si era chiesto, per chi avrebbe scritto se Martha non gli fosse stata a fianco. Avrebbe finito presto ogni spinta creativa e si sarebbe ritrovato vuoto. Quindi aveva chiuso il portale dell’ultima università e si era messo a dormire. Ancora senza una direzione.
Gabriele Pastelli aveva scelto farmacia, ma il padre ne possedeva ben tre; sembrava logico, la naturale prosecuzione della sua vita. Mentre lui che avrebbe fatto una volta finita la laurea? Magari sarebbe entrato in una grande azienda, avrebbe speso i suoi giorni a cercare il principio attivo che curasse le influenzette stagionali, così come ogni altro possibile malanno. Che desse conforto agli inguaribili e speranza agli altri. Che cambiasse il mondo.
Ma il suo rimedio, alle brutte stagioni e al resto, era Martha: gli sembrava impossibile trovare qualcosa di meglio.
Matteo Grimaldello si era iscritto a ingegneria. In fondo Romeo in matematica era bravo e se la cavava bene anche in disegno tecnico; la Stolfa aveva sempre buone cose da dire di lui. Ma se il ponte che avesse un giorno aiutato a tirare su non avesse portato a Martha, poi, cosa avrebbe fatto. Come avrebbe reagito se il grattacielo al centro della città non avesse avuto il nome di lei, o se la galleria non l’avesse condotto al suo cuore. A quel punto, hai voglia a far quadrare i conti.
Sofia Demetrio aveva scelto lingue, perché amava Shakespeare e si sarebbe trasferita in Inghilterra per studiare, a Oxford. Romeo ci aveva pensato, aveva persino ponderato l’idea di andare in America – come Guglielmo Latti – a studiare economia. Ma sapeva di sentirsi a casa solamente accanto a Martha, che l’unica lingua che avrebbe voluto conoscere era la sua, l’unica valuta, invece, i suoi baci.
Giovanni Tramonti aveva scelto di studiare cinema, all’Accademia delle Belle Arti. Sua madre però era la miglior attrice di teatro drammatico del Paese. Come per Gabriele Pastelli, anche questa scelta sembrava naturale. Per Romeo, che sempre sentiva di indossare maschere e abiti di scena, tranne che con Martha, non era il caso. Ben ricordava la recita alle elementari, l’occhio di bue lo aveva accecato e Martha gli aveva parato gli occhi con la mano.
E il Palazzeschi, suo fedele compagno di banco, aveva scelto Scienze motorie. Ma a Romeo correre non serviva, perché Martha andava al suo passo.
Nessuna di queste opzioni sembrava suscitare in lui un qualche interesse o attrattiva se non c’era lei compresa nei piani, e aveva finito col perdere l’anno. Aveva scelto un’altra facoltà, e preso la triennale col bacio accademico, la magistrale con le congratulazioni del presidente di commissione. In due anni aveva completato il dottorato, con lode e diritto di pubblicazione della tesi, che un americano aveva definito rivoluzionaria, un lavoro strabiliante.
Era entrato in facoltà con il ruolo di assistente del professore, poi ricercatore, e l’anno successivo sarebbe stato nominato dal Vetturini suo successore alla cattedra. Quella sera sarebbe stato lui a consegnargli il premio.
«Lei è un alieno, Stefanini,» gli avrebbe detto di lì a poco.
Casualmente, l’ultima possibilità ponderata prima di questa facoltà era stata proprio biologia, l’astrobiologia, ma era chiaro che un pianeta su cui non abitava Martha non potesse ospitare vita e dunque era stata scartata. «Ti aspetta un futuro brillante» gli aveva detto all’epoca il Morandi. Siccome lo sapeva, aveva sorriso. Una volta terminata la cerimonia di premiazione – nessun tremolio nella voce, i palmi erano rimasti asciutti – aveva ripreso la mano di Martha nella sua e, parlando di cose tutte loro, erano andati via insieme.
Lorenzo Galuppi
Lorenzo Galuppi nasce nella primavera del ‘96, un Venerdì Santo, con due settimane di ritardo sulle stime dei medici. Laureato in Biologia, vive e lavora a Roma.
Altri suoi scritti compaiono su Linoleum Progetto Letterario, N2 (Vol. 13), L’Equivoco, SpaghettiWriters, TopsyKretts, ha partecipato con il brano La fine delle favole alla serata live ForGraceAfterAParty (@Mercurio Books, Roma), oltre che a diversi Story Slam (@MONK, Roma). Il suo racconto è stato finalista al premio InediTO, edizione 2026.



Rispondi