A cura di Ilaria Salvatori
Nelle storie di Niccolò Ammaniti c’è una costante: la madre è l’elemento più instabile del sistema familiare. Non perché sia assente, anzi, spesso è prepotentemente presente, ma perché incarna una contraddizione irrisolvibile: il suo amore è reale, forse il più autentico dell’intera narrativa ammanitiana, eppure produce danni profondi e talvolta irreparabili. Tra i romanzi dello scrittore romano, tre in particolare permettono di leggere questa figura nella sua evoluzione e nelle sue varianti: Anna (2015), Io non ho paura (2001) e Il custode (2026). Tre madri, tre declinazioni di una stessa ossessione letteraria: proteggere i figli dal mondo.

La madre come testo. Anna e il Libro della sopravvivenza
In Anna, romanzo distopico ambientato in una Sicilia devastata da un virus che uccide gli adulti non appena raggiungono la pubertà, la madre è fisicamente scomparsa fin dalle prime pagine. Eppure la sua presenza struttura ogni movimento narrativo. Prima di morire, consapevole che i figli, Anna e Astor, dovranno cavarsela da soli in un mondo senza adulti, ha scritto un quaderno di istruzioni: indicazioni pratiche, avvertimenti, conoscenze necessarie alla sopravvivenza. Questo oggetto, che i bambini chiamano semplicemente il Libro, è forse la forma d’amore materno più radicale che Ammaniti abbia mai immaginato.

La madre di Anna e Astor non si limita ad amare: pianifica, prevede, scrive. Trasforma la sua stessa morte in un atto pedagogico. Il Libro è un lascito che non ha precedenti nella letteratura italiana recente: non una lettera d’addio, né un testamento sentimentale, ma un manuale operativo per la fine del mondo. In questo senso la madre di Anna anticipa e rovescia la logica delle altre madri ammanitiane: non trattiene, non isola, non mente. Dà strumenti. Prepara la separazione perché sa che è inevitabile e vuole che i figli vi sopravvivano.
Questo non significa che la sua figura sia immune dalla complessità. Anna porta il peso di una madre morta che continua a parlare, a ordinare, a giudicare attraverso le pagine del Libro. L’autonomia della bambina è sempre negoziata con una voce che non può rispondere, contraddirsi, aggiornarsi. Il Libro è amore immobilizzato in testo: definitivo, irrevocabile, privo della flessibilità che solo i vivi possono esercitare. Anna deve decidere quando seguire le istruzioni e quando tradirle, e in questo tradimento, necessario e doloroso, si consuma la sua crescita.
La madre assente di Anna è dunque la più benevola della trilogia, ma anche la più inquietante nella sua perfezione: un amore così ben calibrato da risultare quasi disumano. È l’unica madre che non tradisce i propri figli: lascia le sue parole a custodirli, piuttosto che farlo lei stessa.

La madre complice. Teresa in Io non ho paura
In Io non ho paura, pubblicato nel 2001 e ambientato nell’estate torrida del 1978 ad Acqua Traverse, frazione del Sud Italia, la madre si chiama Teresa Amitrano e porta il peso della figura materna nella sua forma più classica e ambigua. Teresa è una donna intelligente, emotivamente presente, capace di slanci d’amore autentico verso il figlio Michele, tuttavia è coinvolta in uno dei crimini più gravi che il romanzo racconta.
Il marito, Pino, insieme ad altri abitanti di Acqua Traverse, ha organizzato il sequestro di Filippo, un bambino benestante del Nord Italia, per riscattare la miseria economica del gruppo. Teresa sa. Non è la moglie ignara di un marito criminale: è la madre consapevole di un figlio che non deve sapere, e il suo amore per Michele si risolve anzitutto nel tenerlo lontano dalla verità. Mentire a Michele, tenerlo lontano dall’orrore nascosto nel buco sotto la cascina abbandonata, diventa la forma principale della sua cura materna. Un amore che si esprime come rimozione.

La scena più intensa e rivelatrice del personaggio arriva verso la fine del romanzo, nella notte in cui Felice, uno degli uomini del gruppo, violento e senza scrupoli, aggredisce Michele dopo averlo scoperto in compagnia di Filippo. Teresa interviene con una ferocia sorprendente: lo affronta fisicamente, lo mette fuori dalla porta. Poi porta Michele in camera, gli rimbocca le coperte, gli dà una pesca. È in quel momento di tenerezza assoluta, nel caldo notturno, che gli dice le parole più importanti del romanzo: «Quando sarai grande, devi andartene da qui e non tornare mai più». È una frase che contiene tutto: l’amore, la resa, la complicità e il rimpianto. Teresa sa che il mondo in cui ha scelto di vivere, o in cui si è lasciata intrappolare, è indegno di suo figlio. Non gli chiede di cambiarlo. Gli chiede di scappare.
Questa scena non appartiene solo all’adattamento cinematografico diretto da Gabriele Salvatores, nel 2003: è presente nel romanzo, e la sua collocazione narrativa è precisa e deliberata. Ammaniti la inserisce nell’unico momento in cui Teresa ha appena mostrato la sua capacità di resistenza, ha difeso Michele dalla violenza, per poi mostrare immediatamente il limite invalicabile di quella resistenza. Non si ribella al sistema. Salva il figlio dal sistema dicendogli di abbandonarlo.
Teresa è una figura di straordinaria modernità letteraria: non è la madre cattiva o sacrificale, non è la madre inconsapevole. È la madre che ha scelto il male minore in ogni snodo della propria vita, e trasferisce nel corpo del figlio la sola salvezza ancora possibile, la fuga. Il suo amore è autentico, ma è anche l’amore di chi ha già perso.

La madre come prigione. Agata ne Il custode
Con Il custode (2026), il romanzo più recente di Ammaniti, la figura materna raggiunge la sua incarnazione più oscura ed elaborata. Agata è la madre di Nilo, un bambino che cresce in una condizione di isolamento radicale: niente amici o viaggi, niente delle esperienze proprie dell’infanzia. Agata è vedova, e il controllo esercitato sul figlio non è il frutto di una patologia psichica semplice, ma di una storia familiare che si tramanda da generazioni.
La ragione di questo isolamento è la creatura: un essere tenuto rinchiuso nel bagno di casa, di cui Nilo non deve sapere nulla. Ogni sera, Agata somministra al figlio un sonnifero: non per crudeltà, non vuole che Nilo senta i rumori provenienti dal bagno durante la notte. È un gesto che contiene tutta la logica perversa del suo amore: lo priva della coscienza per proteggerlo dalla realtà. Lo addormenta perché la realtà è troppo pericolosa per essere conosciuta.
Questa dinamica riproduce e radicalizza il meccanismo già presente in Teresa: la madre come custode del segreto, come colei che decide cosa il figlio può sapere e cosa deve ignorare. Ma Agata va molto più lontano. Se Teresa mente per paura e per debolezza, Agata mente per vocazione, per obbedienza a una tradizione familiare di cui si sente depositaria. La sua famiglia ha sempre custodito la creatura; tocca a lei continuare; un giorno toccherà a Nilo. L’amore materno di Agata è indistinguibile dall’imposizione di un destino.
Il dato che rende Agata il personaggio più inquietante della trilogia è la sua seconda natura: Agata è una criminale. Fa sparire persone scomode. Non è un dettaglio marginale: rivela che il suo sistema di valori non conosce distinzione tra proteggere ed eliminare. Agata protegge Nilo nello stesso modo in cui elimina i problemi, con efficienza, con una logica di gestione del territorio che non ammette incertezze morali. La creatura nel bagno, il sonnifero nel bicchiere del figlio, i corpi di chi sapeva troppo: sono tutti elementi dello stesso sistema di controllo.
Nilo non ha amici perché un amico potrebbe fare domande. Non viaggia perché viaggiare significa portare il mondo dentro la propria storia familiare. Ogni negazione che Agata impone al figlio ha una giustificazione interna coerente, ed è proprio questa coerenza a renderla così terrificante. Non è una madre folle; nella sua visione del mondo l’amore e la violenza abitano la stessa stanza senza contraddirsi.

Tre madri, una sola domanda
Lette in sequenza, queste tre figure tracciano una geometria precisa. La madre di Anna è l’unica che prepara il figlio all’autonomia, ma lo fa attraverso un testo scritto, non attraverso la presenza. Teresa ama Michele abbastanza da dirgli di fuggire, ma non abbastanza da fuggire lei stessa, da fare qualcosa che non sia la resa. Agata ama Nilo abbastanza da distruggere chiunque minacci la sua incolumità, ma non abbastanza da liberarlo dal destino che lei stessa gli sta preparando.
In tutti e tre i casi, l’amore materno è autentico e devastante al tempo stesso. Ammaniti non scrive madri ipocrite: scrive madri che credono davvero in ciò che fanno, e la cui buona fede è precisamente il problema. Il mostro, nella sua narrativa, non è mai chi odia i propri figli. È chi li ama in modo sbagliato, con strumenti sbagliati, all’interno di sistemi di valori che rendono il danno inevitabile.
C’è una domanda che attraversa questi tre romanzi senza mai essere pronunciata esplicitamente: cosa rimane di un bambino quando una madre gli sottrae il mondo? Anna impara a vivere senza di lei, armata delle sue parole. Michele cresce sapendo che dovrà tradirla fuggendo. Nilo non sa ancora cosa gli è stato tolto. È forse lui il più vulnerabile dei tre: non ha ancora un Libro, non ha ancora una promessa notturna. Ha solo un sonnifero, una creatura nel bagno e una madre che lo ama nel solo modo in cui sa.
Ilaria Salvatori
Ilaria Salvatori è una articolista freelance, con sede a Roma. I suoi articoli sono stati pubblicati su Elapsus, SilenzioinSala, NPC Magazine, I Think Magazine, Cinema4stelle e Mimesis Edizioni. La sua formazione è in Cinema e Arti Visive. Il suo lavoro spazia dalla critica cinematografica al saggio culturale comparato, con un interesse costante per le intersezioni tra letteratura, cinema e teoria culturale.



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