di María José Navia
traduzione Aurora de Lucia
Io non so dare luce, accendo fiammiferi
che il vento spegne. La notte è di tutti
e mi spinge gli occhi in dentro.
«Lucciole», Jimena Arnolfi
IL CIELO È GRIGIO, ma dicono che non dovrei preoccuparmi. L’ha detto Anita prima di andarsene, ora lo scrive di nuovo in uno dei suoi tanti messaggi. Ogni giorno ne arriva almeno uno. Io voglio stare sola, ma le sue parole appaiono dappertutto. Si proiettano sulle pareti; risuonano negli altoparlanti. Eravamo riuscite a incontrarci una sera, Carlos finiva di fare il bucato e le bambine preparavano le valigie, ascoltando musica. Noi, fuori, prendevamo caffè e biscotti (Anita li sbriciolava e li metteva direttamente nella tazzina), intanto accarezzavo Chuck.
Allora il cielo era ancora azzurro, anche se il paesaggio sembrava di un altro pianeta.
Benvenuta su Marte, aveva scritto Anita sul cartello con cui mi aspettava all’aeroporto di Lanzarote. Il posto era piccolo e non era stato difficile trovarla. Sfoggiava sempre quei capelli fucsia fosforescenti e un sorriso enorme, anche nei periodi bui.
Io avevo solo una piccola valigia.
E, nello zaino, le ceneri.
«Come è andato il volo, bella?», Anita parlava dandomi le spalle mentre mi aiutava con i bagagli.
A dire il vero, non mi ricordavo nemmeno del volo. Ho sempre avuto una facilità assurda nell’addormentarmi ovunque. Sergio rideva delle mie pessime abilità come copilota. Ero capace di salire su un’auto e crollare, mentre lui rimaneva solo con la radio. Avevo incrociato le dita ed evocato tutti i miei poteri (che non ho) affinché nessuno si sedesse vicino a me. Così è stato. Ho potuto appoggiare lo zaino sull’altro sedile. Sono riuscita a dimenticare per un attimo le ragioni per cui sono qui.
Sono venuta per mantenere una promessa.
O due, in realtà.
«Sicura che non vuoi che rimanga?» mi aveva detto Anita non appena ci eravamo sedute sul suo pick-up.
Me l’aveva già chiesto prima. Al telefono, per messaggi ed e-mail. Carlos poteva partire solo con le bambine. O lei poteva raggiungerlo dopo.
«Dopo cosa?» le avevo chiesto mentre cambiavo stazione radio.
«Ah, non essere pesante. Dopo».
Ma io volevo stare sola. Sola a casa di Anita, in cui ero stata una volta soltanto, in passato. Sola in quell’isola diversa, con il terreno ricoperto di pietre e case bianche. Senza quasi nulla di verde. Quell’isola che mi aveva soffocata la prima volta e da cui ero quasi scappata.
Allora ero andata a trovare la mia amica, a conoscere la sua nuova vita, a trascorrere un po’ di tempo con la sua famiglia. Ora arrivavo per badare alla casa e imparare a fare immersioni.
Anita era un’istruttrice, ma non avevo mai permesso che me lo insegnasse. È come volare, mi aveva detto. E l’avevo già sentito prima. Mio nonno era stato un sommozzatore della Marina cilena. Lavorava anche nelle compagnie petrolifere. Da bambina avevo un quaderno con dei ritagli di giornali in cui compariva mio nonno che estraeva tesori dal fondo del mare. Aveva dovuto immergersi per raggiungere una nave che era affondata al largo delle coste cilene durante l’ultima guerra. A casa sua c’era un vecchio scafandro che, dopo la sua morte, è stato donato a una fondazione dell’Isola di Pasqua.
Nemmeno a mio nonno avevo permesso che me lo insegnasse. Avvertivo una sensazione di claustrofobia, mi si tappavano le orecchie. In realtà, avevo una paura tremenda di quello che avrei potuto trovare laggiù. Non si trattava di una creatura marina, ma della mia testa. Il terrore che quel silenzio mi mettesse di fronte a cose a cui non volevo pensare.
Non c’è altro silenzio simile, mi aveva detto Anita.
Ed era proprio quello che temevo di più.
«Sicura di non volere che te lo insegni io?»
Anita stava finendo di piegare gli asciugamani nella lavanderia. Chuck Norris, in cortile, stava abbaiando a qualcosa. Le bambine dormivano già o, almeno, erano in silenzio e con la porta chiusa.
«No, non ti preoccupare. Meglio con qualcuno che non mi conosce» le avevo risposto, cercando di sorridere.
Non ero riuscita a evitare che risultasse falso.
Avremmo dovuto imparare insieme. Io e Sergio. Nella nostra prossima vacanza. Avevamo già fatto snorkeling alle Galapagos e ci eravamo ripromessi di imparare a fare immersioni. Magari potresti ritrovare tuo nonno, mi aveva detto con quel sorriso che avrei potuto continuare a guardare per sempre. Con i miei genitori non andavo d’accordo; mio nonno era la presenza luminosa nel mio album di famiglia. Sergio non gli era mai piaciuto, c’era troppa differenza d’età. Si stanno approfittando di te, mi dicevano, con quel plurale strano, mamma e papà formando un blocco indistruttibile, anche se ormai quasi non si vedevano più, né parlavano tra loro di nient’altro.
«Te ne pentirai quando sarà più vecchio».
«E io?» gli rispondevo, guardando mio padre con particolare ironia. «Anch’io sarò più vecchia».
I miei amici ci avevano messo un po’ ad abituarsi.
Mentre loro andavano alle feste fino a tardi, io e Sergio guardavamo film. Mio nonno non ha mai rappresentato un problema. Gli piaceva rimanere a chiacchierare con lui quando andavamo a trovarlo a Viña; io, come sempre, mi addormentavo presto. A volte, quando mi svegliavo nel cuore della notte e andavo in cucina per prendere un bicchiere d’acqua o qualcosa da mangiare, li trovavo ancora a chiacchierare, con gli occhi che gli si chiudevano dal sonno.
Gli aveva regalato uno dei suoi libri di Jules Verne.
Di quelli che neanche a me aveva dato.
A me ne aveva comprati altri. Molti altri. Anche di Verne, di Salgari, di Stevenson. Libri di avventura per il tipo di avventure che io non volevo vivere.
Nemmeno Sergio aveva un rapporto facile con la famiglia. I suoi genitori erano già morti, senza fratelli come me, aveva un solo figlio. Maximiliano. Max, in realtà. Nessuno lo chiamava con il nome completo. Non andavano d’accordo perché Sergio non si era comportato molto bene con sua madre e lui era sempre stato dalla sua parte. Con un po’ di fortuna, si faceva vivo per i compleanni.
E mi odiava.
L’ho conosciuto alla festa dei cinquant’anni di suo padre. Stavamo uscendo insieme da poco tempo, Sergio mi aveva presentata come l’amore della sua vita. Ho visto l’odio nei suoi occhi finché non ha distolto lo sguardo. Poi, in cucina, mentre andavo a prendere dei bicchieri, mi ha affrontata. Che ci fai qui, stronza? Non credi che sia un po’ troppo per te?, diceva allargando le braccia, mostrandomi quella cucina immensa. La sindrome dell’impostore aveva preso il sopravvento ed ero rimasta in silenzio, mentre aprivo gli sportelli dei mobili per cercare i bicchieri, sentendomi un’idiota; non sapevo ancora dove fossero le cose.
«Ti aiuto, bambolina?» la voce di Maximiliano così vicina, alle mie spalle; una delle sue mani mi spingeva con forza contro il bancone, l’altra si perdeva sotto la mia gonna.
Una versione di me diceva lasciami imbecille e scappava via.
Un’altra rimaneva in cucina in quei secondi eterni in cui non smetteva di toccarmi e usciva di lì, non appena sentiva che qualcuno si stava avvicinando.
Non ho mai avuto il coraggio di raccontarlo a Sergio. In nessuna delle due versioni.
Max non mi ha nemmeno chiesto scusa.
Almeno non ha avuto da ridire sul fatto che io prendessi le ceneri e le portassi a Lanzarote.
La casa è ormai vuota. Anita e la sua famiglia sono andati ad Alicante. Io resto con Chuck, il loro cane enorme, e un paesaggio di un altro pianeta. C’è una lista, sul frigorifero, con i recapiti dei vari istruttori che potrebbero aiutarmi. Sono tutti amici di Anita e sono a conoscenza della situazione.
Sento già l’acqua alla gola.
Un grande pozzo al posto del cuore.
Non saprei dire quanto faccia male. Essere rimasta l’ultima a parlare una lingua che era solo nostra.
Sei giovane, incontrerai qualcun altro.
Hai tutta la vita davanti.
Ma il dolore arriva come un’onda enorme, senza preavviso, e mi sommerge. E non resta che trattenere il respiro.
Aspettare che passi.
Aspettare che passi.
Aspettare che passi.
Vorrei andare a vivere in una delle nostre conversazioni. Quelle che cominciavano con la colazione, che continuavano parlando di libri e film, che si intrecciavano nelle lenzuola, che finivano con la mia testa appoggiata sul suo petto. Chiudere gli occhi e chiedergli di raccontarmi qualcosa, qualunque cosa, perché è della sua voce che mi sono innamorata, prima di tutto. Chi non l’ha vissuto non può capire il potere di qualcuno che ti nomini e, nel farlo, ti restituisca tali parole come un regalo. Il mondo mi sembrava più forte quando sentivo il mio nome pronunciato dalle sue labbra. Non mi piace il mio nome, non mi è mai piaciuto, ma lui aveva trovato il modo di chiamarmi.
Non posso più vivere senza.
Sul telefono ho conservato diversi messaggi vocali che mi ha inviato nelle ultime settimane. Sempre per nome, il mio e nuovo allo stesso tempo, niente amore, né cara, o tesoro. Il mio nome spogliato di ogni pretesa, il mio nome come qualcosa che valeva la pena dire ad alta voce.
Non ho il coraggio di ascoltarli.
Fuori, in cortile, sento Chuck abbaiare. Potrei uscire a giocare con lui, ma ho le gambe intorpidite. Metto su l’acqua per un tè. Sgranocchio i biscotti di Anita. Anche quelli delle bambine, a forma di animali.
Chiudo gli occhi e lo vedo.
Prima di ogni cosa.
Sergio sott’acqua che insegue un’iguana. Felice come un bambino.
La prossima volta ci immergiamo.
La prossima volta facciamo il corso.
Il cielo diventa sempre più grigio con il passare dei giorni. Al telegiornale parlano della calima. È la prima volta in vita mia che sento questa parola. Dicono sia la sabbia del Sahara che arriva fin qui, oscurando tutto. Dicono che fa male ai polmoni respirarla per troppo tempo. Che è meglio restare chiusi in casa. Che sarà questione di giorni.
Tutti i voli sono stati cancellati.
Io di tempo ne ho. Anita e le sue figlie sono andate per un mese a trovare i nonni. Posso restare quanto voglio. Posso cambiare il biglietto. A Santiago non mi aspetta niente. Non mi aspetta nessuno. Posso lavorare da remoto.
Nel cortile, con il pavimento in pietra, c’è solo un tappeto elastico. Delle bambine. Gliel’ho comprato io, l’ultima volta, e ho saltato con loro, quel giorno, in mutande, come una pazza. Eravamo sole. Tutte e tre saltavamo come se non ci fosse niente di più importante da fare. Sembra così strano ora, con quel cielo cupo, con quel vento che fa sparire il paesaggio. Mi viene voglia di leggere Cronache marziane di Bradbury. Lo cerco nella libreria di Anita, ma non c’è. Nemmeno nella stanza delle figlie (pensavo che, magari, lo avessero letto a scuola). Decido di ordinarlo su Kindle. In pochi secondi appare sullo schermo.
In uno dei primi racconti, i libri vengono descritti come piccole arpe.
Non me lo ricordavo.
Anche la connessione internet a volte si interrompe. In una delle nostre ultime conversazioni, mia madre ha detto che Loreto era stata abbattuta dal cancro dopo diversi anni. È quella la parola che ha usato: abbattere. E così l’ho immaginata, a terra, incapace di alzarsi. Da piccola l’avevo vista malata. Trascorreva le estati con noi; aveva sempre meno capelli, era sempre più magra e con le occhiaie. Poi aveva iniziato a indossare foulard e parrucche. Si era ripresa, sì, ma non era più tornata a essere la stessa.
Di recente era ricominciato tutto da capo.
Ricordo invece la copia, tutta sgualcita, che mi regalò mio nonno, a suo tempo. Altre avventure. Anche se con questo libro mi era successo qualcosa. Succedeva ancora.
Non è stato facile. Con Sergio.
Era come se la differenza d’età avesse creato un abisso anche nel modo di comunicare. Come se all’improvviso dovessimo imparare altri codici, altre formule. Mi ci è voluto un po’ per capirlo, se capire è la parola giusta. Probabilmente no. Mi ci è voluto un po’ per imparare a leggerlo. Per mesi non ho capito se fosse interessato a me. Ci vedevamo per lavoro, parlavamo, ci mandavamo messaggi brevi e concisi. Impossibile cogliere le sue intenzioni da quelle poche righe. Eravamo andati a un concerto insieme. Perché a lui avevano regalato i biglietti all’ultimo minuto e io ero proprio lì, in ufficio, a bere un caffè veloce. Sembrava un gesto forzato, non dettato dalla volontà o dal desiderio. Ma quando era venuto a prendermi, mi era sembrato nervoso. Timido. Quel linguaggio, io sì che lo parlavo. Era la mia prima lingua. Credo di non averlo guardato per tutto il tragitto.
Il cielo diventa sempre più scuro. Come se qualcosa stesse bruciando. Come se il mondo si stesse impregnando di fumo.
Potrebbe finire così, penso.
Un giorno come tanti. Un lunedì con il cielo grigio. Con la mia promessa ancora da mantenere.
Anche Bradbury ha scritto riguardo a questo. Un racconto insolito in cui si sa, già dal titolo, che quella è l’ultima notte della Terra e, ciò nonostante, è una notte come tutte le altre. Una coppia mette a letto i suoi bambini. Lavano i piatti. Li asciugano. Parlano tranquillamente, guardando fuori.
Non hanno paura e così finisce il mondo.
In una notte qualsiasi.
Guardando da un’altra parte.
Come un libro che si chiude.
Fisso il foglio con i recapiti degli istruttori fino a farli diventare sfocati. Sul tavolo ci sono anche le chiavi del pick-up di Carlos e dell’auto di Anita, più piccola. Nel caso in cui ti venisse voglia di uscire a esplorare, mi avevano detto. Sono generosi, e lo so, lo sono sempre stati, ma a malapena oso toccare le loro cose. In una delle mie prime uscite sono andata al supermercato a comprare tutto quello che già avevano nella dispensa.
Un altro pacchetto di caffè.
Un’altra scatola di cereali.
Ho dimenticato, invece, i cosmetici, così ho usato lo shampoo di Anita, la prima mattina. Aveva un odore dolce e per tutto il resto della giornata mi sono sentita come se fossi mascherata da lei; pervasa dal suo umorismo, dalla sua fiducia che tutto sarebbe sempre andato bene.
Mi affaccio alla soglia della stanza delle bambine, ma non oso intrufolarmi. Sempre di passaggio in una sala del museo di tutto ciò che non ho avuto.
Anita c’era stata quella volta.
Era l’unica a saperlo.
Non ho mai avuto il coraggio di dirlo a nessun altro. Nemmeno a Sergio.
Avevamo appena iniziato l’università e la mia relazione con Andrés aveva alti e bassi. Più bassi che alti. Sempre a incolparci, a farci del male, a essere terribilmente gelosi. All’epoca pensavo che se qualcuno si arrabbia con te è perché ti ama. Perché almeno questo significava che gli importava. Ma Andrés rideva di tutte le mie idee e mi metteva in ridicolo davanti alla sua famiglia e ai nostri amici.
È che è così sensibile.
Non avete idea di quanto sia disordinata.
Mento se dico che non l’ho mai amato?
No, probabilmente è la prima volta che dico la verità.
Stavo con lui perché lui era stato il primo a volermi.
E poi non più.
L’avevo aspettata fuori dalla farmacia. Anita non si creava alcun tipo di problema. Tantomeno per andare a comprare un test di gravidanza. Aveva accettato anche quando le avevo chiesto di andare in una farmacia lontana da casa.
Era uscita con la busta e ci eravamo dirette al centro commerciale.
Non avevo mai fatto un test del genere e ci avevo messo un bel po’ a leggere le istruzioni. Anita si era chiusa con me in bagno. Lei in piedi, io seduta sulla tazza con le mutande alle caviglie.
«Dai, fino a quando vuoi aspettare».
Anita aveva tolto l’involucro di plastica al test e me lo aveva dato come una bacchetta magica. Mi piaceva sentirla parlare. Anche se erano anni che stava con la sua famiglia in Cile, il suo accento spagnolo sembrava più marcato che mai e, in quel momento, mi faceva sentire come in un film. Come se non stesse succedendo a me. Non davvero.
Ma stava succedendo. Quelle strisce blu erano proprio lì.
Era sempre Anita quella che si era occupata di cercare su internet e di comprare le pastiglie. Quella che aveva aspettato seduta dall’altra parte della porta del bagno di casa sua, mentre io mi contorcevo dal dolore. Quella che mi aveva preparato un numero infinito di tazze di tè e aveva cercato i film più stupidi in tv per distrarmi.
Mai più, le ho promesso, senza sapere né perché né cosa stessi promettendo.
Preferisco non telefonare, quindi prenoto il primo appuntamento con l’istruttore attraverso la sua pagina. Si chiama Cristóbal, e nella foto sul sito web appare sorridente. Dopo un po’ mi scrive per dirmi che Anita gli ha parlato molto di me e che può passare a prendermi, se voglio.
Se la calima lo permette, aggiunge.
Mio nonno ha sempre voluto che imparassi a fare immersioni. E dato che non ci è riuscito, mi ha regalato libri per tutta la vita. Quando sono andata alle Galapagos per la prima volta, ho pensato a lui tutto il tempo. Gli sarebbe piaciuto nuotare lì, con gli squali, le iguane e le tartarughe marine. Ma mio nonno ha perso la vista molto presto e non ha più potuto immergersi. Né leggere. All’inizio non voleva accettarlo e tutte le mattine andava allo studio dentistico di Valparaíso. Non ho idea di cosa facesse lì. Era un pericolo che andasse in giro così, alla cieca. Una volta l’ho visto scendere dall’autobus, di ritorno a casa. Non aveva voluto accettare l’aiuto di una persona che gli tendeva la mano ed era quasi caduto a faccia in giù.
Era riuscito ad arrivare alla porta del suo palazzo a malapena. A memoria.
Allora già non vedeva più niente.
Quando Sergio mi ha regalato l’anello di fidanzamento, siamo andati da lui prima che da chiunque altro. Mio nonno ha posato la sua mano sulla mia e l’ha toccato. Ha fatto qualche battuta sulla dimensione del gioiello.
Poi non ha detto nient’altro.
È morto nel giro di pochi mesi.
Neanche noi abbiamo fatto in tempo a sposarci.
Non mi è mai piaciuto guardare il telegiornale, ma qui lo faccio. È l’unica cosa che si può vedere in modo nitido ora che fuori è tutto buio. L’aria circola densa, carica di fumo e sabbia. Di notte non si vede nulla dall’altra parte della finestra. In televisione parlano della peggiore calima della storia, i meteorologi analizzano le statistiche e mostrano le immagini. La cosa peggiore che poteva succedere al turismo, dicono. Ed è incredibile che accada proprio ora che i voli cominciano a riattivarsi.
Sono stati anni difficili, e la vita ci ricorda sempre che può finire in un giorno come tanti.
Guardo vecchi film che Anita colleziona. Le è sempre piaciuto il cinema. A volte scappavamo da scuola e ci cambiavamo i vestiti in un bagno per andare a vederne uno. Erano i film che ci godevamo di più. Ma qui sono tutti classici e in bianco e nero. Come quello che mi circonda.
Li proietto sulle pareti della casa.
Mi fanno compagnia.
Cristóbal mi scrive tutti i giorni per confermare quello che già so.
Ancora non si può uscire. Né fare immersioni. Menomale che la dispensa di Anita è piena e io non mangio quasi nulla. Fa meno caldo del solito e ho freddo. Le temperature sono strane ovunque, ma a Lanzarote è davvero assurdo. A volte abbraccio Chuck e rimaniamo così per un bel po’, a riscaldarci. Di notte dorme con me.
Certi giorni mi annoio e cambio letto come Riccioli d’Oro. Da quello degli ospiti, che mi spetta, a quello di Carlos e Anita (che mi hanno offerto) e poi a quelli delle bambine. Dormire lì è come dormire con un fantasma: con un secondo letto, vuoto, che indica sempre un’assenza.
Era solo questione di tempo.
Mio padre mi mandava video tristi. Storie di cani smarriti che rivedevano i loro padroni, di soldati che tornavano a sorpresa dalla guerra e andavano a prendere le loro figlie a scuola. Io gli rispondevo con qualche cuore. Lui era venuto a prendermi pochissime volte. Ma ora non ha importanza. Credo che ci sia un momento in cui tutti perdoniamo i nostri genitori, indipendentemente da quello che hanno fatto. E quel momento arriva a volte con freddezza, a volte con un pizzico di tenerezza. L’istante in cui ci rendiamo conto che siamo distrutti quanto loro, che anche noi abbiamo commesso molti errori e, soprattutto, che non li abbiamo mai conosciuti davvero. I figli navigano sempre in superficie e intuiscono solo alcune cose. Pochissime. C’è un momento in cui non vogliamo più dare la colpa a nessuno e guardiamo al futuro con un po’ meno paura.
Forse.
Al telegiornale sento anche un’altra parola che non conosco: barconi. Compaiono ogni giorno in mezzo alle nuvole di fumo, carichi di donne e bambini. Non ho idea di cosa facciano appena arrivano. Fuori non c’è nessuno. Non posso uscire a fare immersioni, né mantenere la mia promessa. Vivo in un acquario. È una situazione che non mi turba più di tanto.
Come se si trattasse davvero di qualcos’altro.
L’ultimo film che abbiamo visto insieme io e Sergio, già debole, anche se non avevamo ancora perso le speranze, è stato Manchester by the Sea. Quel film triste nel quale si nascondeva un altro film ancora più triste, una rivelazione devastante. Per colpa dei farmaci, si addormentava sempre velocemente e io finivo di guardare i film da sola. La mattina dopo, a colazione, mi chiedeva cosa si fosse perso.
Ho passato quella notte a piangere.
E la mattina dopo si era scordato di chiedere.
Anita chiama. Mi dice di non preoccuparmi. Che posso restare quanto voglio. Di non dimenticarmi di dare da mangiare a Chuck, mi chiede ridendo, ma, onestamente, questo non potrebbe mai accadere. Chuck è diventato la parte più importante della mia vita. Vado in giro per casa con i suoi peli attaccati ai vestiti. Impregnata del suo odore.
Il cielo sembra quasi nero.
Carico d’acqua una delle vasche da bagno perché ho paura che finisca.
I voli sono ancora cancellati e anche Anita e Carlos hanno difficoltà a tornare.
Cristóbal non mi chiama più per fissare un nuovo appuntamento.
Mi scrive un breve messaggio che dice: Ne riparleremo in seguito.
A tratti salta la corrente. Quando succede durante il giorno non è un grosso problema, ma di notte è tutto buio.
L’aria è diventata pesante.
Cerco in tutti i cassetti, ma in casa non ci sono più candele e le torce sono senza batterie.
Tento di rimanere a galla. L’onda mi travolge e respiro profondamente. A volte piango mentre Chuck mi guarda o appoggia una delle sue zampe sul mio petto. Non ho portato nulla di Sergio in questo viaggio. Nessuna maglietta da usare come pigiama, nessuno dei suoi libri. Solo le ceneri in quello zaino che non ho più il coraggio di aprire.
Sugli scaffali ci sono alcuni romanzi di Constance Bergman, la scrittrice che piaceva a mia madre. Finivano per essere sempre pieni di sabbia al termine delle vacanze. Con la carta di un gelato ancora sporca come segnalibro. C’è anche il film tratto da uno dei suoi racconti, ma non sono dell’umore giusto per vederlo. È già difficile sopportare questa solitudine.
Intravedo i lampeggianti della polizia fuori dalla finestra. Le sirene suonano quando l’aria è particolarmente pericolosa. Mi viene in mente il finale di Casa di campagna, un romanzo di José Donoso in cui tutti gli abitanti di una casa devono sdraiarsi a terra e respirare allo stesso ritmo, coordinati dal suono di un triangolo, per non inghiottire i pelucchi che contaminano l’aria.
Soffioni.
A volte anch’io mi siedo a terra con lo sguardo rivolto verso l’alto.
Chuck si sdraia accanto a me e ripercorro la mia vita con Sergio.
Riempio vuoti con informazioni che non ho.
Mentre ricordo, invento. Una storia che forse è qualcos’altro.
È tardi e fuori è ancora tutto offuscato.
Allora trovo il coraggio di ascoltare i suoi messaggi attraverso l’impianto audio della casa. La sua voce è dappertutto, mi inonda.
Non ci sono onde, o almeno non per il momento. Le acque sono calme.
Il ricordo è una luce che non si spegne.
Un dono.
Maria José Navia
traduzione di Aurora De Lucia
Maria José Navia è nata a Santiago de Chile nel 1982. Ha conseguito un master in Lettere e Pensiero Sociale presso l’Università di New York e un dottorato in Letteratura e Studi Culturali presso l’Università di Georgetown. Attualmente è docente presso la Facoltà di Lettere della Pontificia Università Cattolica del Cile.
È autrice dei romanzi SANT (2010) e Kintsugi (2018) e delle raccolte di racconti Instrucciones para ser feliz (2015), Lugar (2017; finalista del Premio Municipal de Literatura) e Una música futura (2020; vincitrice del concorso Mejores Obras Literarias e finalista del Premio Municipal de Literatura). Ha pubblicato anche un romanzo per bambini: El mapa secreto de las cosas (2020; Premio Medalla Colibrí IBBY Chile 2021 a la Mejor Ficción Infantil).
Alcuni suoi racconti sono stati tradotti in inglese, francese e russo e hanno fatto parte di antologie in Cile, Spagna, Messico, Bolivia, Russia e Stati Uniti.
Nel 2022 è stata selezionata come una delle cinque finaliste del Premio Internacional Ribera del Duero per il libro di racconti Todo lo que aprendimos de las películas.
Aurora De Lucia (Maddaloni, 1996) si è laureata con il massimo dei voti in Lingue e Letterature Europee e Americane presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Nel 2022 ha frequentato il corso di Traduzione Letteraria per l’Editoria organizzato dall’Istituto Cervantes di Napoli, in seguito al quale è diventata traduttrice dallo spagnolo all’italiano. Nel 2023 ha curato il libro “Elogio di Tullio Pironti” (Langella Edizioni Napoli) e l’anno successivo si è dedicata alla traduzione del racconto “Viaggio al Vesuvio” (Colonnese Editore) del Duque de Rivas, autore romantico spagnolo. Nel 2025 ha tradotto e curato l’antologia di racconti “Raíces, storie di famiglia dal mondo ispanico” (Edizioni Senzalinea). Lavora come docente di spagnolo presso l’École Française de Naples – Alexandre Dumas.



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